Ed Gein non ha mai aiutato l’FBI a catturare Ted Bundy. Ma Netflix vuole farcelo credere

La seria “Monster: The Ed Gein Story” immagina un legame tra due mostri reali. Ma quanto c’è di vero nell’aiuto che Gein avrebbe dato all’FBI per catturare Ted Bundy?

Foto di Shivansh Sharma su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

La seria “Monster: The Ed Gein Story” immagina un legame tra due mostri reali: ma quanto c’è di vero nell’aiuto che Gein avrebbe dato all’FBI per catturare Ted Bundy?

Tempo di lettura 10 minuti

Netflix ha acceso i riflettori su Ed Gein con Monster: The Ed Gein Story, raccontando la vita inquietante del macellaio di Plainfield. La premiere della serie ha attirato l’attenzione dei media e del pubblico. In occasione della distribuzione del prodotto, Ian Brennan, co-creatore dello show, ha commentato la nuova stagione e ha spiegato perché serial killer come Ted Bundy non verranno mai scelti come protagonisti: troppo violenti e privi di complessità psicologica. Per Brennan, invece, Monster: The Ed Gein Story esplora le ossessioni di Gein, il rapporto disturbato con la madre e le sue azioni macabre, offrendo uno sguardo unico sulla psicologia criminale americana, tra mito e realtà.

Ian Brennan: dal sì a Ed Gein al veto su Ted Bundy in Monster

Alla premiere di Monster: The Ed Gein Story, Ian Brennan, co-creatore della serie Netflix, ha chiarito perché alcuni serial killer, come Ted Bundy, non avranno mai una stagione. Brennan definisce Bundy “solo un mostro”, un concentrato di sadismo e violenza sessuale senza sfumature psicologiche. “Non c’è una mente in cui vuoi entrare”, ha spiegato, sottolineando l’impossibilità di rendere interessante un crimine privo di complessità emotiva o sociale. Per Monster, raccontare Bundy significherebbe mostrare violenza pura e incontrollata, senza possibilità di esplorare motivazioni o ossessioni profonde.

Brennan e Ryan Murphy, infatti, cercano storie “multi-dimensionali”, in cui il pubblico possa provare empatia o, almeno, comprendere la mente del criminale. “Quando ci troviamo di fronte a un caso come quello di Ed Gein – macabro e inquietante – c’è qualcosa che ti spinge ad avvicinarti, non a voltarti”, ha aggiunto, come riporta TODAY.com. Gein, con le sue ossessioni materne, la religiosità estrema e i rituali macabri, offre una finestra sulla psiche umana che Bundy non può fornire. Non c’è pathos né curiosità psicologica dietro la violenza di Bundy, solo crudeltà lineare e senza redenzione.

Secondo Brennan, molti omicidi e assassini sono “tristi e violenti” ma non interessanti per la narrazione seriale. Solo quei casi che offrono una dimensione insolita, un “curvatura narrativa” in grado di sostenere otto ore di racconto, meritano di diventare materiale per una stagione di Monster. Ed è per questo che, pur con la sua fama mondiale, Ted Bundy rimane escluso dal progetto Netflix, confinato all’immaginario del pubblico e alle cronache giudiziarie, mentre la storia di Ed Gein si trasforma in un’indagine narrativa sulle ombre della mente umana.

Monster: perché Ed Gein affascina più di Ted Bundy e di altri serial killer

Per Ian Brennan, Ed Gein non è semplicemente un assassino: è un enigma psicologico. Durante la premiere di Monster: The Ed Gein Story, Brennan ha sottolineato come Gein rappresenti la “banalità del male”, un concetto che va oltre il sensazionalismo dei crimini. La sua violenza non nasce da sadismo fine a se stesso, come nel caso di Ted Bundy, ma da un intreccio di isolamento, religiosità ossessiva e dipendenza emotiva dalla madre. Questo lo rende affascinante agli occhi della narrazione, perché offre al pubblico una mente da esplorare, complessa e stratificata.

Brennan descrive Gein come una persona “contenente moltitudini”, un uomo che incarna stranezza e deformità psicologica più che malvagità pura. La sua storia permette di indagare il lato oscuro dell’umanità senza ridurre l’individuo a un semplice mostro. Ogni oggetto macabro nella casa di Plainfield, ogni rituale, ogni ossessione di Gein riflette schemi mentali profondi e deformati dall’infanzia, dalla religione e dall’isolamento sociale. Questo crea un contrasto potente con altri serial killer, la cui violenza è lineare, diretta e spesso priva di spessore psicologico.

Per Brennan, la serie Netflix sfrutta questa complessità per costruire tensione narrativa e coinvolgimento emotivo, mostrando come la mente di Gein possa essere analizzata e quasi compresa, senza giustificare i suoi crimini. È questa volontà di indurre empatia cognitiva – pur rimanendo nel macabro – che differenzia Ed Gein da Bundy o da altri assassini. L’orrore non è solo spettacolare ma radicato in una psicologia disturbante e contraddittoria, capace di suscitare fascino e repulsione allo stesso tempo.

Quando la finzione incontra il mito: la falsa narrazione di Monster

Nell’ultimo episodio di Monster: The Ed Gein Story, Netflix costruisce un legame immaginario tra Ed Gein e Ted Bundy. Gein sembra collaborare con le autorità e conl’FBI per catturare il famigerato serial killer. Una sequenza intensa e visivamente potente, pensata per mostrare la riflessione interiore di Gein sui crimini che avrebbe ispirato nella cultura pop e nel cinema, come Psycho. Ma la realtà storica è completamente diversa. Ed Gein e Ted Bundy non ebbero mai alcun contatto e Gein non partecipò in alcun modo alle indagini o alla cattura di Bundy.

Questa licenza narrativa, seppur spettacolare, è utile – secondo Brennan e Murphy – per illustrare il contrasto tra mito e realtà. La serie trasforma la psiche di Gein in un laboratorio immaginario, dove il passato e la fantasia si fondono per esplorare il concetto di influenza indiretta. Il pensiero che un assassino possa, in qualche modo, ispirarne un altro. Charlie Hunnam, eccezionale interprete di Gein, incarna questo dialogo fittizio con un mix di inquietudine e curiosità, creando un’atmosfera che sfida lo spettatore a distinguere tra verità storica e costruzione narrativa.

È importante sottolineare che l’inserimento di Bundy nella storyline non ha basi nei fatti. Gein fu arrestato nel 1957 e confinato in ospedali psichiatrici per tutta la durata dei crimini di Bundy, che iniziarono oltre vent’anni dopo. La scena, quindi, vorrebbe essere un espediente creativo per esplorare la psicologia di Gein e il fascino del male nella cultura americana. Sta allo spettatore, poi, riuscire a separare il dramma cinematografico dai fatti reali.

La realtà dietro la leggenda: omicidi, follia e reclusione di Ed Gein

Ed Gein, il cosiddetto “macellaio di Plainfield”, non è un mito. La sua storia è radicata in fatti concreti che mostrano una mente disturbata ma lontana dall’immagine spettacolare proposta da Netflix. Gein fu arrestato nel 1957, dopo il ritrovamento del corpo di Bernice Worden, proprietaria di un negozio di ferramenta locale. L’irruzione degli investigatori nella fattoria di Gein rivelò una autentica “casa dell’orrore”. Parti di cadaveri conservate, mobili e oggetti di pelle umana furono trovati ovunque.

In seguito all’arresto, Gein ammise di aver ucciso due persone e di aver dissotterrato numerose tombe di donne, come documentato nei suoi interrogatori raccolti nel libro The Ed Gein File di John Borowski. La giustizia americana riconobbe il suo disturbo mentale. Nel 1968, un giudice lo dichiarò colpevole di omicidio ma contemporaneamente lo giudicò incapace di intendere e volere, rinviandolo nuovamente in un istituto psichiatrico. Nel 1978, fu trasferito al Mendota Mental Health Institute, dove rimase fino alla morte nel 1984, isolato dal mondo esterno.

Questi eventi storici chiariscono anche perché Gein non poté avere alcun ruolo nella cattura di Ted Bundy, che commise i suoi crimini principali tra gli anni ’70 e ’80. La storia di Gein affascina, inquieta e genera miti, ma separare i fatti dalla narrazione spettacolare permette di comprendere il contesto reale dei suoi crimini, la sua malattia mentale e le modalità della sua lunga reclusione.

Ted Bundy, il “vero” mostro: il predatore che Monster non vuole raccontare

Ted Bundy rappresenta l’altro lato oscuro del crimine americano: il predatore che, secondo i co-creatori di Monster, è “troppo crudele” per essere raccontato in una stagione. Ian Brennan e Ryan Murphy hanno spiegato chiaramente a TODAY.com che Bundy incarnava principalmente sadismo e violenza sessuale, caratteristiche difficili da rendere narrative in modo interessante. Brennan sottolinea: “Non è una mente in cui vuoi entrare, o anche solo provare a capire”. Diversamente da Ed Gein, la sua psicologia non offre spunti complessi o multidimensionali, ma un’aberrazione puramente violenta.

Bundy fu arrestato il 15 febbraio 1978 in Florida, per caso. Fu, infatti, fermato dopo un normale controllo stradale su un Volkswagen Beetle rubato. L’agente non sapeva chi fosse ma la sua identità emerse in seguito: era inserito nella lista dei Dieci Fuggitivi più Ricercati dell’FBI. Condannato per l’omicidio di tre donne, confessò più di due dozzine di delitti, mentre altri crimini gli sono attribuiti ma mai confermati. Il 24 gennaio 1989 fu giustiziato sulla sedia elettrica, chiudendo uno dei capitoli più oscuri della cronaca nera americana.

Il nodo dell'empatia

Netflix, dunque, ha scelto di non approfondire la figura di Bundy perché la sua storia non stimola empatia né offre complessità psicologica. La serie preferisce concentrarsi su casi come quello di Gein, in cui il male appare “strano” e affascinante, più che immediatamente crudele e incomprensibile. Questo approccio ribadisce la linea editoriale – a tratti discutibile – di Monster: esplorare l’orrore attraverso la lente della psicologia e del contesto, evitando la spettacolarizzazione gratuita della violenza pura. Bundy resta così un monito storico: il mostro reale, spaventoso nella sua banalità, che non necessita di trasformazioni narrative per inquietare. La questione, tuttavia, dovrebbe essere un’altra. Non si dovrebbe dimenticare, contrariamente alle ideologie di Brennan e Murphy, che i serial killer sono sempre mostri. Umani, certo. Ma pur sempre mostri. E nessuno di loro dovrebbe mai suscitare empatia.

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