William e John Higgins, di 6 e 4 anni, furono uccisi dal padre Patrick Higgins nel 1911 a Winchburgh, in Scozia. L’uomo venne condannato a morte e giustiziato nel 1913
1911, Scozia. Nei dintorni di Winchburgh, a pochi passi da Edimburgo, due cadaveri in stato di saponificazione vennero rinvenuti in una vecchia cava di pietra. Si trattava di bambini. I corpi appartenevano a William e John Higgins, rispettivamente di sei e quattro anni. Il macabro ritrovamento diede subito inizio a un’inchiesta che avrebbe svelato un tradimento impensabile. I bambini erano stati affogati dal loro stesso padre, Patrick Higgins. L’uomo li aveva legati e gettati nelle acque gelide del Hopetoun Quarry. Due anni dopo, nel 1913, la giustizia lo condannò a morte.
Cosa si nasconde dietro l’omicidio dei fratelli Higgins? E cosa spinge un padre a uccidere i propri figli?
Nel villaggio intorno a Winchburgh, a due passi da Edimburgo, la vita quotidiana conservava ritmi antichi e poche sorprese. Eppure, in una calda mattina di giugno del 1913, tutto cambiò improvvisamente. Mentre stavano camminando nei pressi di Hopetoun Quarri, i due contadini Thomas Duncan e James Thompson notarono qualcosa di strano sulla superficie scura della cava. In un primo momento, credettero si trattasse un animale morto. Forse una pecora. Avvicinandosi, però, furono percorsi da un brivido gelido. C’erano due piccoli corpi legati insieme che galleggiavano a pelo d’acqua. Li fissavano con occhi ormai spenti e volti sfigurati dall’umidità e dall’abbandono.
I corpi furono recuperati con cura e portati a riva. Erano gonfi e coperti di alghe ma l’acqua fredda aveva inaspettatamente conservato dettagli utili all’identificazione. La polizia concentrò le ricerche sui bambini che vivevano nelle vicinanze della cava. Presto, gli investigatori scoprirono che due fratellini risultavano scomparsi da Winchburgh dal novembre 1911. In poco tempo, fu chiaro che le vittime fossero William e John Higgins.
Le prime testimonianze raccolte al villaggio restituirono un quadro confuso. Qualcuno aveva sentito dire che i piccoli erano stati mandati in Canada, altri sostenevano che vivevano con una zia a Edimburgo, altri ancora parlavano di una morte per incidente. Troppe versioni, troppo discordanti.
Il ritrovamento non solo rivelò un duplice omicidio ma segnò l’inizio di un’inchiesta che avrebbe scavato nella vita privata della famiglia e tirato fuori storie di abbandono, povertà e dipendenze. Mentre la comunità tremava per la notizia, le autorità avviarono gli esami necessari. Lo stato dei cadaveri richiedeva competenze forensi specifiche. Fu allora che fecero la loro comparsa i patologi che avrebbero esaminato i corpi: figure destinate ad avere un ruolo cruciale nella vicenda e nelle indagini.
La scoperta nella cava pose immediatamente la questione più urgente: chi erano quei bambini e come era avvenuta la morte? A farsi carico dell’esame furono due figure allora emergenti nella medicina legale scozzese, il professor Harvey Littlejohn e Sir Sidney Smith, chiamati a interpretare ciò che l’acqua aveva restituito e conservato. Quel che apparve subito fuori dall’ordinario fu lo stato di saponificazione o adipocera in cui si trovavano i corpi. Il fenomeno aveva rallentato la decomposizione e preservato particolari decisivi per l’identificazione.
Grazie a quell’involucro ceroso, i patologi poterono stimare il periodo di permanenza in acqua. Non pochi mesi ma circa diciotto, spiegando così l’intervallo tra la scomparsa informale dei bambini nel 1911 e il ritrovamento nel 1913. Ancora più sorprendente fu la possibilità di recuperare il contenuto gastrico, conservato in ottimo stato. L’analisi dello stomaco rivelò residui che i medici interpretarono come brodo scozzese consumato poco tempo prima della morte.
Altri dettagli pratici risultarono tanto banali quanto rivelatori: i segni sui vestiti, i bottoni e le cuciture fornivano piste che condussero a testimoni locali. Una donna del villaggio riconobbe i segni di lavanderia sui panni e confermò di aver dato la zuppa ai fratelli Higgins l’ultimo giorno in cui erano stati visti vivi nel paese.
Se l’identità delle vittime era ormai certa, restava ora da scoprire chi avesse compiuto un omicidio tanto brutale. In poco tempo, tutti i sospetti conversero su un solo sospettato: Patrick Higgins, il padre dei bambini.
Patrick Higgins non era solo il principale sospettato dell’omicidio a Hopetoun Quarry. Era un uomo segnato da esperienze che, gradualmente, lo avevano portato al limite. Ex soldato di carriera, aveva prestato servizio in India. Al ritorno in patria si era rivolto ripetutamente al suo medico denunciando frequenti mal di testa e vuoti di memoria. I sintomi, documentati solo come appunti nelle cartelle dell’epoca, non trovarono altra cura che l’invito dello specialista a “sorridere e sopportare”: un consiglio che, all’epoca, spesso sostituiva diagnosi e terapie.
Divenuto operaio, Patrick si sposò ed ebbe i suoi due figli, William e John. La vita però non gli diede tregua. Nel 1910, la morte della moglie squarciò il già fragile equilibrio familiare. Senza una rete di sostegno e in un’epoca in cui l’intervento pubblico era quasi inesistente, la sopravvivenza divenne una lotta quotidiana. Higgins si trovò costretto a vagare di villaggio in villaggio alla ricerca di lavoro. Quando le paghe scarseggiavano, lui e i bambini dormiva per strada e si nutrivano come potevano. In quei giorni, la dignità si misurava in patate rubate e ripari improvvisati.
La situazione degenerò quando, segnalato per abbandono di minore, Higgins perse temporaneamente la custodia dei bambini. I piccoli furono affidati a una donna di Broxburn, che si occupò di loro finché il padre fu in grado di inviarle un sostegno economico. All’epoca, infatti, un genitore – anche negligente – aveva l’obbligo di pagare il mantenimento dei figli. non tornò indietro con la promessa di sostegno economico. Quando però Higgins rimase indietro con i pagamenti dovuti, la madre adottiva gli riconsegnò i bambini. I piccoli tornarono a vivere in un clima di fragilità emotiva e privazioni materiali, in balia di un uomo sempre più incapace di reggere il peso della paternità. Eppure, quando i tre ricominciarono a bazzicare in giro, nessuno sembrò più notare anomalie e segnali di pericolo. Fu allora che l’indifferenza umana firmò la condanna a morte di William e Joh Higgins.
La solitudine asfissiante, la lotta costante per guadagnarsi una crosta di pane e il peso rinnovato dell’accudimento dei figli divennero un mix letale per Patrick Higgins. Sopraffatto da una vita che gli sfuggiva tra le mani e che non riusciva ad afferrare, cominciò a bere. La dipendenza dall’alcol, inevitabilmente, contribuì al peggioramento dei suoi problemi. Fu in questo contesto, fragile e precario, che prese una decisione tanto raccapricciante quanto definitiva: William e John dovevano morire.
La notte in cui William e John persero la vita rimane impressa nella memoria del villaggio come un luce fioca nel buio denso della notte. Nell’autunno del 1911, in una serata fredda e piovosa di novembre, alcuni abitanti notarono Patrick Higgins aggirarsi per le vie di Winchburgh insieme ai bambini. Il trio, già noto per l’aspetto sgangherato, non destò quella volta particolare sospetto. Nessuno avrebbe potuto immaginare che fossero diretti alla cava di Hopetoun e non perché fossero in cerca di riparo.
Quando arrivò ad Hopetoun Quarry, Higgins estrasse una corda da una tasca del cappotto e legò insieme i figli. Poi li afferrò e li gettò nell’acqua fredda e torbida della cava, lasciandoli affogare. Dopo aver compiuto l’infanticidio, Patrick Higgins si recò in un pub di Winchburg, dove trascorse la notte bevendo. Se cercasse di soffocare il dolore per il gesto compiuto nel bere o se fosse mosso dall’euforia per la rinnovata libertà ritrovata, rimane materia di congettura.
Solo nel 1913, la scoperta dei corpi rivelò al mondo l’orrore compiuto quella sera. L’atrocità del gesto sconvolse la comunità ma non sorprese del tutto chi conosceva la vita di privazioni e abbandono che della famiglia. L’omicidio segnò l’inizio di un processo che avrebbe portato rapidamente ad accuse formali contro Patrick Higgins e alla richiesta di giustizia per i due bambini.
L’apertura del processo segnò il passaggio formale dalla commozione pubblica alla macchina della giustizia. Accusato dell’omicidio dei suoi figli, Patrick Higgins si dichiarò non colpevole. Sostenne di aver agito in uno stato di infermità mentale. Non negò di averli annegati ma chiese clemenza invocando una perdita di senno. La strategia della difesa e le testimonianze raccolte in aula ricostruirono la vita di miseria, la perdita della moglie e i segnali di fragilità psicologica che avevano preceduto la tragedia.
La giuria, tuttavia, non fu persuasa dalla difesa. Dopo solo un’ora e venticinque minuti di deliberazione, gli uomini e le donne chiamati a giudicare pronunciarono il verdetto unanime di colpevolezza. Il giudice Lord Johnston, inoltre, non limitò la sentenza alla sola punizione individuale. Nel suo discorso, fece riferimento alla responsabilità sociale, osservando che William e John “sarebbero stati ancora vivi se lo Stato si fosse preso cura dei bambini quando erano stati abbandonati dalla madre adottiva”. La pena comminata fu la morte per impiccagione. L’esecuzione fu fissata per il 2 ottobre 1913 nella prigione di Calton, Edimburgo, e fu affidata al boia John Ellis.
La reazione pubblica fu complessa. Se da una parte prevalsero rabbia e richiesta di giustizia per i piccoli, dall’altra emerse un sentimento di pietà per un uomo consumato dalla miseria e dall’alcolismo. Alcuni cittadini, consapevoli delle falle nelle reti di protezione sociale, videro nella condanna anche una condanna di un sistema che aveva abbandonato la famiglia Higgins. L’esecuzione, assistita da una folla che piangeva più che applaudire, chiuse il capitolo giudiziario lasciando aperti interrogativi morali sulla responsabilità collettiva.
All’inizio del Novecento la Scozia rurale era un mondo regolato da fatica quotidiana, reti parentali fragili e poche tutele pubbliche. In villaggi come Winchburgh, la famiglia era l’unico sostegno possibile. Ma, quando quella rete veniva spezzata, la caduta era rapida e spesso definitiva. La perdita della moglie per Patrick Higgins non fu soltanto un lutto privato: significò la perdita di una rete pratica ed emotiva che, allora, lo Stato non rimpiazzava.
L’assistenza pubblica era limitata. La povertà si sommava al discredito sociale. Un padre vedovo, con problemi di salute e dipendenza dall’alcol, veniva rapidamente etichettato come incapace. Le sparizioni infantili erano talvolta spiegate con versioni consolatorie – “mandati in Canada”, “affidati a una zia” – piuttosto che indagate come segnali d’allarme. Questo clima di reticenza e di stigma ostacolò un intervento tempestivo che avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi.
Anche la lettura morale dell’infanticidio era diversa. Il gesto del genitore non veniva quasi mai ricondotto a un collasso psicologico o sociale ma interpretato come una colpa assoluta, personale e indelebile. Eppure, la reazione alla condanna di Higgins rivelò una complessità più profonda. Molte persone piangevano non solo i bambini ma anche la sorte di un uomo segnato dalla miseria e dall’abbandono. Il giudice stesso, nel pronunciare la sentenza, evidenziò il fallimento collettivo, osservando che lo Stato avrebbe dovuto intervenire quando i bambini erano stati lasciati senza protezione.
Collocare il delitto nel suo contesto storico non attenua l’orrore ma aiuta a capire come isolamento, stigma e inefficienza istituzionale possano trasformare la fragilità individuale in tragedia pubblica.
La vicenda dei fratelli Higgins non si chiuse con l’esecuzione del padre: non per nuovi sospetti sul delitto ma per un dettaglio inquietante che emerse dagli archivi della scienza forense. Secondo i resoconti e quanto raccontato dallo stesso Sir Sidney Smith nel suo libro Mostly Murder (1959), durante l’autopsia sui cadaveri in adipocera condotta a Linlithgow, lui e il professor Harvey Littlejohn raccolsero, oltre alle osservazioni cliniche, svariati campioni dai corpi in adipocera. Per appropriarsi di alcune parti dei resti rinvenuti a Hopetoun Quarry, come racconta Smith, i due patologi chiesero agli agenti che li accompagnavano di lasciare l’obitorio per permettere loro di consultarsi in privato. Mentre la porta restava chiusa, Smith e Quarry rubarono diverse parti dei corpi: teste, organi interni, arti. Il resto fu sigillato in una bara. Nessun membro ancora in vita della famiglia Higgins avrebbe mai potuto sospettare che le spoglie dei piccoli fossero incomplete.
I due patologi portarono i campioni con sé in treno fino all’Università di Edimburgo, sistemandoli sul portapacchi di una carrozza affollata. Lungo il tragitto, temettero persino che il caldo e l’odore pungente potessero tradire il contenuto dei loro bagagli. Il viaggio, tuttavia, si concluse senza impedimenti.
Per molti anni, quanto accaduto a Linlithgow rimase un oscuro segreto tra Smith e Littlejohn. Ma, a lungo andare, quella che era stata presentata come raccolta scientifica assunse presto contorni controversi. A svelare la verità fu proprio Smith nel suo libro Mostly Murder. Nei suoi scritti, rivelò il furto e raccontò del viaggio verso Edimburgo. Inoltre, aggiunse che, nel 1959, gli esemplari erano ancora esposti all’Università di Edimburgo per mostrare agli studenti la formazione di adipocera.
Proprio attraverso il libro di Smith la famiglia Higgins venne a sapere della sottrazione di parte dei resti dei fratellini. Quel gesto, scoperto a distanza di decenni dall’atroce omicidio, fu percepito come una mutilazione ulteriore, un’offesa che prolungava il lutto. La questione rimase nell’ombra fino a quando, nel 2008, fece capolino sulle pagine della BBC. Il quotidiano, infatti, rivelò che un parente delle vittime aveva chiesto la restituzione dei pezzi conservati all’Università di Edimburgo. Quella richiesta mise in discussione il confine tra ricerca e rispetto, tra interesse scientifico e diritto alla dignità dei defunti, sollevando domande etiche che avrebbero accompagnato la vicenda ben oltre il secolo dal delitto.
Ricevuta la richiesta, l’Università di Edimburgo rilasciò un comunicato garantendo che avrebbe riconsegnato i resti a condizione che il parente dei bambini avesse dimostrato il legame di sangue e che altri parenti sopravvissuti fossero d’accordo con la restituzione. In breve tempo, Maureen Marella, una lontana cugina dei bambini residente a Las Vegas, negli Stati Uniti, dimostrò la parentela e chiese che i resti le fossero affidati. Nel 2009, l’Università di Edimburgo acconsentì alla restituzione, subordinata alla prova dei legami di sangue e al consenso degli altri parenti sopravvissuti. Rientrata in possesso dei resti, Maureen organizzò una commemorazione privata in George Square, a Edimburgo, alla quale parteciparono una ventina di persone. In seguito, i resti furono cremati al Montonhall Crematorium.
Questo epilogo, un secolo dopo il crimine, chiuse idealmente una ferita: non riportò in vita i piccoli William e John ma restituì loro la dignità che meritavano. La vicenda sollevò interrogativi etici sul rapporto tra la scienza e il rispetto per i defunti, ricordando come anche la ricerca, se disancorata dall’empatia, possa diventare motivo di ulteriore dolore.
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