Scopri la storia vera di Juanita Spinelli, mente criminale e prima donna condannata a morte in California. Un caso che ha scioccato l’America degli anni ’40.
Il 21 novembre 1941, Juanita Spinelli avanzava a testa alta verso il suo destino. Stava per lasciarsi definitivamente alle spalle una vita di delitti, dolore e sangue. Da tempo, ormai, era per tutti la “Duchessa”. Bastava quel soprannome, appena sussurrato, a far tremare il mondo criminale e a tenerlo in riga. Ma, mentre percorreva il corridoio del carcere di San Quintino scortata dalle guardie, era soltanto una donna: la prima ad essere giustiziata nella camera a gas in California.
Ethel Leta Juanita Spinelli, detta “The Duchess” (la Duchessa), non era una donna comune. Nata il 17 ottobre 1889 a Lexington, nello stato del Kentucky, aveva trascorso l’infanzia ai margini della società, in un contesto povero e disagiato. Crescendo, tuttavia, si trasformò in una della figure più singolari e oscure della storia criminale americana.
Dopo una breve parentesi infruttuosa nel wrestling, era entrata a far parte della Purple Gang, una banda di Detroit attiva negli anni ’20 e ’30 del Novecento. Con loro, affinò le sue capacità criminali contrabbandando alcolici e dedicandosi all’estorsione. Negli anni ’30, fuggì da Detroit, abbandonando la Purple Gang, e si trasferì a San Francisco. Poco dopo il trasferimento, cominciò a mettere insieme una sua gang. Allestì una sorta di scuola del crimine nel suo appartamento. Tra le mura domestiche, si prendeva cura come una madre dei suoi uomini e li istruiva affinché diventassero esperti nelle rapine, nel furto d’auto e nelle aggressioni. In questo modo, li trasformava in criminali professionisti. Gli uomini reclutati dalla Spinelli erano, perlopiù, adolescenti, delinquenti e senzatetto. In cambio delle loro azioni criminali, i membri della gang ricevevano un’indennità settimanale di dieci dollari. La Duchessa teneva per sé gli introiti maggiori che derivavano dai loro guadagni illeciti.
Juanita Spinelli aveva coinvolto nelle sue attività illecite anche la figlia Lorraine, che tutti chiamavano “Gypsy”. La ragazza aveva il compito di attirare uomini ubriachi adescandoli nei bar. Dopo averli sedotti e ingannati, li derubava.
Fatta eccezione per Mike Simeone, marito di diritto comune della Duchessa, la gang era composta esclusivamente da soggetti molto giovani e molto ignoranti.
A San Francisco, la Duchessa si sentiva forte e potente. Godeva dei successi del suo impero criminale ed era convinta che niente e nessuno potesse fermarla. Sapeva di non essere solo una mentore criminale: era la mente delle operazioni. La stratega. La manipolatrice. La situazione, però, precipitò rapidamente quando una scelta sbagliata la condusse alla rovina.
Era l’8 aprile 1940. Quel giorno, tre protetti della Spinelli – Albert Ives (23), Gordon Hawkins (21) e Reymond Sherrod (19) – spararono e uccisero Leland Cash, proprietario di una bancarella di barbecue a Ocean Beach, durante un tentativo di rapina. Pare che Cash non avesse sentito la richiesta di alzare le mani dei rapinatori a causa della sua sordità. Per questo motivo, venne colpito allo stomaco da un proiettile. A far esplodere il colpo mortale fu il 23enne Ives.
"Il personaggio più freddo e più duro che abbia mai conosciuto, uno spaventapasseri familiare, magro, miope, tagliente. La duchessa era una strega: malvagia come una strega, orribile da guardare, impossibile da piacere".
– Clinton T. Duffy, direttore del carcere di San Quintino
L’episodio devastò psicologicamente Sherrod. Temendo che potesse denunciare l’accaduto alla polizia, la Spinelli decise di stordirlo con del whisky avvelenato e ordinò alla banda di pestarlo mentre era privo di sensi. Poi, per far sembrare che la morte fosse accidentale, lo gettarono dal ponte di Clarksburg, sul fiume Sacramento, appena a sud della città omonima.
Il corpo di Sherrod, tuttavia, venne recuperato dal fiume e sottoposto ad autopsia. Il medico legale constatò che non vi fosse acqua nei polmoni e, di conseguenza, non poteva essere morto annegato. Terrorizzato all’idea di poter subire lo stesso trattamento riservato all’amico, Ives si recò dalle autorità e confessò tutto alla polizia. Poco dopo, venne ricoverato al Mendocino State Hospitale. La Duchessa, invece, venne arrestata.
Con la Spinelli in manette, la polizia effettuò una perquisizione nell’appartamento in cui aveva allestito la sua scuola del crimine. Qui, venne rinvenuta una pistola registrata a suo nome. L’esame balistico confermò che il proiettile che aveva ucciso Cash combaciava perfettamente con quelli dell’arma recuperata nella casa.
Il processo cominciò in tempi brevi. Sul banco degli imputati, insieme alla Duchessa, c’erano anche suo marito e primo tenente Mike Simeone, Albert Ives e Gordon Hawkins. In aula, tutti i membri della banda testimoniarono contro l’ex mentore. Le testimonianze dei suoi giovani seguaci furono decisive. Ma ciò che indignò maggiormente la giuria fu la prova della premeditazione nel caso Sherrod.
Un profilo come quello di Juanita Spinelli ribalta gli stereotipi materni: non cura, ma manipola. La sua figura sfida il concetto tradizionale di maternità e mette in discussione la nostra percezione della “mente criminale femminile”.
Il 30 maggio 1940, i quattro imputati vennero giudicati colpevoli. Fecero appello ma nessuno dei loro ricorsi ebbe successo. Per tutto il tempo, la signora del crimine non mostrò mai alcun rimorso né alcun segno di pentimento.
La sentenza fu storica e non si limitò al verdetto di colpevolezza. La giuria chiese la pena capitale. Era la prima volta che una donna veniva condannata a morte nella camera a gas in California.
Con la Spinelli in manette, la polizia effettuò una perquisizione nell’appartamento in cui aveva allestito la sua scuola del crimine. Qui, venne rinvenuta una pistola registrata a suo nome. L’esame balistico confermò che il proiettile che aveva ucciso Cash combaciava perfettamente con quelli dell’arma recuperata nella casa.
Il processo cominciò in tempi brevi. Sul banco degli imputati, insieme alla Duchessa, c’erano anche suo marito e primo tenente Mike Simeone, Albert Ives e Gordon Hawkins. In aula, tutti i membri della banda testimoniarono contro l’ex mentore. Le testimonianze dei suoi giovani seguaci furono decisive. Ma ciò che indignò maggiormente la giuria fu la prova della premeditazione nel caso Sherrod.
Il 30 maggio 1940, i quattro imputati vennero giudicati colpevoli. Fecero appello ma nessuno dei loro ricorsi ebbe successo. Per tutto il tempo, la signora del crimine non mostrò mai alcun rimorso né alcun segno di pentimento.
La sentenza fu storica e non si limitò al verdetto di colpevolezza. La giuria chiese la pena capitale. Era la prima volta che una donna veniva condannata a morte nella camera a gas in California.
Un profilo come quello di Juanita Spinelli ribalta gli stereotipi materni: non cura, ma manipola. La sua figura sfida il concetto tradizionale di maternità e mette in discussione la nostra percezione della “mente criminale femminile”.
Juanita Spinelli venne giustiziata il 21 novembre 1941 nella camera a gas di San Quintino. Fu dichiarata morta alle 10:25 del mattino, undici minuti dopo che il gas di cianuro era stato rilasciato nella stanza. Aveva 52 anni.
La notizia della sua esecuzione fece il giro del paese. Alcuni la considerarono un simbolo della giustizia inflessibile. Altri, sebbene non la difendessero, trovarono inquietante che una donna venisse messa a morte. I giornali la definirono modo pittoresco e sensazionalistico: “la madre del crimine”, “la Duchessa dell’orrore”, “la mantide del West”.
In un articolo del New York Times pubblicato il giorno dopo l’esecuzione, venne riferito che la criminale aveva ricevuto la sacra comunione prima di morire e che le sue labbra si fossero mosse in preghiera fino al suo ultimo respiro. Sotto il camice verde della prigione, poi, portava fotografie di sua figlia Gypsy, dei suoi due figli più piccoli, Anthony di 15 anni e Vincent di 9 anni, e di suo nipote.
Intervistato dai giornalisti accorsi a San Quintino per l’occasione, il direttore del carcere Clinton T. Duffy svelò quale fosse stato l’ultimo pasto della Duchessa. Disse che aveva mangiato un hamburger a mezzanotte e che era rimasta sveglia tutta la notte a scrivere lettere.
Una settimana dopo la Spinelli, anche Simeone e Hawkins vennero giustiziati.
La figura – a tratti glaciale – di Juanita Spinelli si perde tra realtà e finzione. Il confine tra i fatti realmente accaduti e la leggenda si fa spesso sottile. A volte, quasi impercettibile.
Se è evidente, ad esempio, che il soprannome di “Duchessa” non derivasse da un titolo nobiliare, non si sa con certezza quale fosse la sua origine. Si è detto che la Spinelli avesse un atteggiamento statuario. Aveva un modo di fare controllato e autoritario che le consentì a lungo di gestire efficacemente i membri della sua gang. Non alzava mai la voce. Non usava mai la forza fisica. Nell’ambiente, era certamente temuta. Il soprannome, tuttavia, le fu attribuito mentre faceva ancora parte della Purple Gang di Detroit. Nessuno sa se le venne dato per ammirazione o ironia.
Molte zone d’ombra riguardano anche il passato della donna prima che cominciasse a bazzicare nel mondo del crimine. È stato riferito che fosse un’ex wrestler e un’infermiera addestrata ma nessuno di questi trascorsi può essere confermato. Il suo primo marito, poi, potrebbe essere stato ucciso o meno durante un’operazione di contrabbando in Messico.
L’informazione più affidabile sul suo conto, tuttavia, sembra essere che fosse un’abile lanciatrice di coltelli. Nell’aprile del 1940, quando la polizia di San Francisco fece irruzione nel suo appartamento situato nel distretto di Fillmor, vennero trovati diversi coltelli e pugnali fatti in casa, oltre a una pistola di legno.
Il personaggio di Juanita Spinelli è ancora oggi fonte di discussione. Non fu una serial killer, non fu una carnefice nel senso tradizionale del termine. Ma fu qualcosa di forse più disturbante: una donna che usò la sua intelligenza per educare al crimine e poi uccidere quando la fiducia veniva meno.
Ribaltava l’archetipo della madre protettiva: lei proteggeva solo se le era utile. Chi parlava troppo era sacrificabile. La sua mente criminale era organizzata, lucida e in grado di esercitare un potere fortissimo su giovani menti fragili.
La sua storia, spesso dimenticata nei grandi libri del crimine, ci mostra come l’orrore non abbia sempre le sembianze che ci aspettiamo. Può portare i tacchi, versare il tè, sorridere con cortesia e ordinare la tua morte mentre ti accarezza la testa.
La giustizia, a volte, si fa estrema.
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