12 giugno 2029, Otway, Ohio. Un neonato scompare senza che nessuno denunci la sua assenza. Dylan Groves aveva quattro mesi quando il silenzio attorno alla sua sorte diventa il primo indizio di un crimine. Un’infanzia tradita e gettata in un pozzo come spazzatura. Così comincia il racconto di uno degli episodi più cupi e incomprensibili della cronaca contemporanea americana.
Il piccolo Dylan Groves, nato nei primi giorni di gennaio del 2019 da una coppia con problemi di dipendenza, sfuggì al monitoraggio dei servizi sociali e fu trovato morto in un pozzo. I suoi resti erano stati avvolti nel silenzio e in buste di plastica che celavano atroci segreti familiari. Questo racconto, per chi ha coraggio di leggerlo, segue le azioni tremende di due adulti, Daniel e Jessica Groves, che hanno tradito la fiducia del loro bambino e che, oggi, scontano una pena per un reato per il quale non hanno mai provato rimorso.
Il caso Groves si inserisce in Traccia Nera, il percorso editoriale di Fiabe Noir dedicato ai crimini in cui sparizione, occultamento e responsabilità mancate diventano parte integrante del delitto. È una storia in cui l’assenza di controllo diventa complicità e il silenzio istituzionale precede la morte.
Ritrovamento nell’abisso: il corpo di Dylan
Il 12 giugno 2019, in una giornata d’estate che sapeva di pioggia e polvere, gli investigatori e i vigili del fuoco della contea di Scioto si riunirono attorno a un vecchio pozzo abbandonato nei pressi di Otway, Ohio. Lì, nascosto nel ventre della terra, giaceva il piccolo Dylan Groves, di appena quattro mesi. Il corpo fu recuperato da una profondità oltre 10 metri all’interno di due casse di latte in plastica impilate, serrate con catene, fascette e lucchetti e appesantite con pietre e un’ancora di metallo. I resti in decomposizione del bimbo erano avvolti in due coperte ed erano stati chiusi in diverse buste di plastica, sigillate con del nastro adesivo. Ogni strato era stato studiato per seppellire il più orribile dei segreti.
L’operazione di recupero fu lenta e durò circa quattro ore. Dopo aver recuperato le casse di latte, vigili del fuoco e agenti dovettero tagliare metallo, plastica e fascette con cura e attenzione. Al termine del lavoro, il coroner rivelò i dettagli più atroci. Il neonato aveva fratture multiple alle gambe, alle braccia, al cranio e alle costole, alcune risalenti a settimane prima della morte, segno di violenze reiterate. Nei tessuti e nel sangue del bambino, furono trovate metanfetamina e anfetamina. L’esatta dinamica dell’omicidio rimase incerta. La causa della morte fu descritta come “violenza omicida di eziologia indeterminata”: un verdetto che non attenuava la brutalità del destino cui era andato incontro il piccolo Dylan.
Quel pozzo divenne il simbolo di un abisso familiare: un buio scavato non solo nella terra ma anche nella coscienza collettiva di una comunità che aveva smarrito un neonato affidandolo a chi non avrebbe mai potuto prendersene cura.
Le ferite del silenzio: gestazione di abusi
Dylan Groves era il secondo figlio di Daniel e Jessica Groves. Aveva, infatti, un fratello maggiore: Daniel Groves Junior. Dylan era nato il 10 gennaio 2019, al Southern Ohio Medical Center di Portsmouth, in Ohio. Quando Jessica si era presentata in ospedale per partorire, il personale ospedaliero aveva subito notato che fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Dopo il parto, il bambino fu portato in terapia intensiva poiché nato prematuramente. Sia la madre che il bambino, poi, vennero sottoposti a controlli medici che confermarono la presenza di metanfetamina, anfetamina, fentanil e morfina nei loro organismi. Dylan, in particolare, cominciò a mostrare sintomi di sindrome da astinenza neonatale appena 12 ore dopo la sua nascita. Fu subito evidente che, ancor prima che venisse al mondo, la sua vita fosse già segnata dall’abuso di sostanze e dalla dipendenza.
Nei giorni successivi al parto, il neonato fu affidato temporaneamente a una madre affidataria, Andrea Tackett, mentre i genitori biologici avevano ricevuto indicazioni precise per poter riavere il figlio. Jessica avrebbe dovuto intraprendere un percorso di disintossicazione. Nel frattempo, Daniel avrebbe dovuto garantire che il bimbo vivesse in un ambiente sicuro e che non entrasse in contatto con sostanze stupefacenti.
Citazione
“Nessuno dei due ha chiamato i soccorsi per quel bambino. Dylan avrebbe potuto sopravvivere? Non lo sappiamo. non gli è stata data alcuna possibilità”.
– Julie Cook-Hutchinson, pm nel caso Groves
Genesi di un omicidio: Dylan e la negligenza di Daniel e Jessica Grover
Alla fine di gennaio, dopo alcune visite di controllo e la promessa di un monitoraggio costante da parte dei servizi sociali, Dylan fu riaffidato alla custodia del padre avrebbe avuto contatti limitati e supervisionati con la madre. Ma le cose precipitarono rapidamente. Tra il 4 e il 25 febbraio, i servizi per l’infanzia tentarono di contattare più volte i Groves con scarso successo. E, già a fine febbraio, gli assistenti sociali persero traccia della famiglia. Le visite programmate furono rimandate, le chiamate ignorate. L’ultima visita domiciliare di un assistente sociale è documentata il 28 marzo: nessuno vide più Dylan vivo dopo quella data. Tra marzo e maggio 2019, infatti, calò un silenzio assordante: né medici né operatori ebbero più notizie del bambino e delle condizioni.
Questo vuoto temporale si trasformò in un terreno fertile in cui maturò la tragedia. Le falle di una rete istituzionale tutt’altro che perfetta consentirono a due adulti fragili e dipendenti dalla droga di isolarsi dalla società e di cancellare ogni dettaglio relativo al figlio. Quando le autorità tornarono finalmente a bussare alla porta di Daniel e Jessica Groves, Dylan non c’era più. Quella negligenza, denunciata in aula mesi dopo l’omicidio, mostrò come non solo la famiglia ma anche il sistema di protezione avesse fallito nel suo compito di proteggere il neonato.
L’arresto di Daniel e Jessica Groves per l’omicidio di Dylan
Dopo quell’ultima visita a fine marzo, i Groves non ebbero più alcun contatto con gli assistenti sociali che, intanto, avevano deciso di togliere loro la custodia del figlio maggiore, Daniel Junior, e di affidarlo a degli zii. Un mese più tardi, il 30 aprile, i servizi per l’infanzia chiesero di presentare un’allerta AMBER, considerando Dylan come un bambino scomparso. Intanto, continuarono a provare di stabilire contatti con i Groves. Ma ogni tentativo si rivelò vano. Il 10 giugno 2019, allora, la polizia di Scioto County diede seguito a un mandato di perquisizione per la loro casa. Jessica Groves venne arrestata e trasferita all’ufficio dello sceriffo mentre Daniel finì in manette appena un’ora dopo.
I Groves vennero interrogati dai detective della contea di Scioto l’11 giugno. Inizialmente, entrambi affermarono che i servizi sociali avevano preso Dylan insieme al loro figlio maggiore, Daniel Junior. A distanza di alcune ore, complice l’astinenza, Daniel Groves ammise di aver trovato Dylan morto in culla.
Nel tentativo di sbloccare la situazione, i detective decisero di far incontrare i Groves in una stanza e di lasciarli da soli. La coppia, non sapendo di essere sorvegliata, cominciò presto a scambiarsi timori e confessioni. A un certo punto, i poliziotti ascoltarono una frase scioccante. “Se trovano il suo corpo e se scoprono che aveva un braccio rotto… merda, siamo fottuti”. Queste le parole che Daniel disse a Jessica.
Facendo leva sull’informazione appena acquisita, i detective torchiarono Daniel che, alla fine, condusse le autorità nel luogo in cui lui e Jessica aveva nascosto Dylan: il pozzo.
Omicidio Dylan Groves: il processo contro Daniel e Jessica Groves
Il 7 gennaio 2020, nella Corte della Contea di Scioto, si aprì il processo contro Jessica e Daniel Groves, una vicenda che, più che un dibattimento, somigliava a una sorta di autopsia morale. I Groves sono stati accusati di undici reati tra i quali omicidio aggravato, omicidio, rapimento, manomissione di prove, manomissione di un cadavere e quattro capi d’accusa di aggressione criminale.
Durante il procedimento penale, alla sbarra, si alternarono infermiere che avevano seguito Dylan alla nascita, pediatriche avevano segnalato le prime anomalie, assistenti sociali incaricati del monitoraggio e la madre affidataria che, nei primi giorni di vita, aveva tentato di proteggerlo. Ognuno portava all’attenzione dei giurati un frammento di un mosaico che raccontava un fallimento collettivo.
Al processo, Jessica Groves fu interrogata dal suo avvocato. Ammise di aver causato la morte di Dylan ma scagionò Daniel. I pubblici ministeri, allora, in fase di controinterrogatorio, le domandarono come avesse ucciso il neonato. Lei si limitò a rispondere che era stato un incidente. Daniel, invece, durante l’interrogatorio, ribadì di aver trovato Dylan morto in culla pochi giorni dopo l’ultima visita dell’assistente sociale. Quando, durante il controinterrogatorio, i pm gli chiesero conto di un racconto fatto ai detective secondo il quale la moglie avesse colpito il bambino alla testa per quattro volte per poi afferrarlo con violenza per le costole, l’uomo ribatté di non aver detto nulla perché credeva si trattasse di un sogno.
Nonostante le parole dei Groves, le prove raccolte – incluse le testimonianze del figlio maggiore della coppia, quelle dell’assistente sociale e la perizia del medico legale – demolirono le loro versioni. Le fratture riscontrate sul corpo e la presenza di droga nel sangue del bambino non erano compatibili con un decesso improvviso o accidentale.
Condanne e sentenze di Daniel e Jessica Groves: una giustizia a metà per l’omicidio di Dylan
Nel gennaio 2020, dopo un processo breve ma emotivamente intenso e solo due ore di deliberazione, la giuria dichiarò entrambi gli imputati colpevoli. Jessica fu riconosciuta responsabile di tutte le accuse, compresa quella di omicidio aggravato, mentre Daniel fu giudicato colpevole di dieci accuse, ad eccezione dell’omicidio aggravato. In quell’aula, la verità emerse non come rivelazione improvvisa ma come un accumulo inevitabile di dolore e prove.
Il 10 gennaio 2020, giorno in cui Dylan Groves avrebbe festeggiato il suo primo compleanno, la Corte pronunciò le condanne. La coincidenza temporale fu un colpo crudele: mentre il neonato avrebbe potuto festeggiare un anno di vita, il tribunale suggellava l’epilogo di una storia di abusi e di morte.
Jessica Groves ricevette l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale, più una condanna aggiuntiva di 32 anni per reati correlati, tra cui aggressioni e occultamento di cadavere. Daniel Groves fu condannato a 47 anni di carcere, pena che sommava imputazioni per abuso di minore, rapimento, manomissione di prove e occultamento del corpo.
Durante la lettura delle sentenze, i due rimasero quasi immobili mentre i familiari e la comunità assistevano a una giustizia che, seppur compiuta nei tribunali, non poteva restituire la vita spezzata di Dylan. Per alcuni osservatori, il processo aveva portato un senso di chiusura; per altri, restava l’amarezza di un sistema che non aveva impedito l’orrore, arrivando a punire solo quando ormai era troppo tardi.
La condanna, pur severa, appariva come una giustizia a metà: il bambino era morto e con lui la fiducia in una rete di protezione che avrebbe dovuto salvarlo.
Oltre il rimorso: conseguenze e speranze legislative
La morte di Dylan Groves, avvenuta nel maggio 2019, non fu soltanto una tragedia familiare: rappresentò anche un campanello d’allarme sulle lacune del sistema di protezione minorile dell’Ohio. Durante il processo, svoltosi nel 2020, emerse con chiarezza che più agenzie e figure professionali erano entrate in contatto con la famiglia Groves senza riuscire a prevenire la tragedia. Tra queste, assistenti sociali e operatori sanitari che avevano seguito la nascita di Dylan nel gennaio 2019, già segnata da una diagnosi di sindrome da astinenza neonatale.
Sulla scia dell’indignazione pubblica, nel 2021, il senatore dello Stato dell’Ohio Terry Johnson presentò il disegno di legge 216, noto anche come Dylan’s Law. Questa proposta di legge prevedeva che tutti i genitori di bambini nati con dipendenza da sostanze frequentassero un programma obbligatorio di formazione e recupero prima di ottenere il ricongiungimento familiare. L’obiettivo era prevenire situazioni in cui minori vulnerabili venissero affidati a contesti non ancora sicuri.
Nonostante il sostegno di diverse associazioni per la tutela dell’infanzia, la proposta non superò la fase di commissione legislativa, lasciando irrisolta la questione. Parallelamente, due assistenti sociali dello Scioto County Children Services, Lisa Thomas e Renee Ginn, furono incriminate – in casi separati ma simili per negligenza – alimentando il dibattito sulla responsabilità degli operatori del settore.
Per molti, la vicenda di Dylan resta il simbolo di un fallimento sistemico: non bastano singoli atti di rimorso. Servono norme chiare, controlli stringenti e un coordinamento efficace tra sanità e servizi sociali. La speranza, mai sopita, è che la morte del piccolo non resti vana ma contribuisca a rafforzare le tutele per i bambini più fragili.
La storia di Dylan Groves si inserisce nella categoria Traccia Nera di Fiabe Noir – Storie di Mostri Moderni, dedicata ai casi in cui sparizioni, silenzi e fallimenti istituzionali producono esiti irreversibili.
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