Nel 2025, la violenza di genere in Italia ha continuato a produrre numeri che non possono essere ridotti a semplici statistiche. Dietro ogni dato si nascondono vite spezzate, contesti di controllo, relazioni segnate da squilibri di potere e una risposta istituzionale spesso tardiva. Parlare di statistiche in relazione a femminicidi, lesbicidi e trans*cidi avvenuti in Italia nel 2025 significa, quindi, trattare un tema complesso, dove l’analisi quantitativa deve necessariamente dialogare con la lettura sociale e culturale dei fenomeni.
In questo articolo, vengono raccolti e interpretati i dati aggiornati su femminicidi, lesbicidi e trans*cidi diffusi dall’Osservatorio nazionale di Non una di meno aggiornati al 31 dicembre, mettendo in relazione numeri, dinamiche ricorrenti e casi emblematici. È lo stesso approccio che guida l’intera categoria Femmicidi di Fiabe Noir, dedicata alle donne vittime della violenza maschile, le cui storie non vengono mai isolate dal contesto strutturale che le rende possibili. Questo articolo non ricostruisce i singoli casi di femminicidio ma fornisce una chiave di lettura strutturale, utile a comprendere perché queste violenze continuino a ripetersi nel tempo. È lo stesso approccio analitico che caratterizza la categoria Anatomia del Male di Fiabe Noir, dedicata allo studio delle dinamiche psicologiche, sociali e culturali che alimentano la violenza. Comprendere cosa viene incluso nelle statistiche, come vengono costruite e quali limiti presentano, quindi, è essenziale per evitare semplificazioni o narrazioni fuorvianti, soprattutto quando si affronta un fenomeno che affonda le radici nella definizione stessa di femminicidio e nelle sue molteplici declinazioni contemporanee.
Statistiche femminicidi, lesbicidi e trans*cidi in Italia nel 2025: una lettura strutturale
Le statistiche su femminicidi, lesbicidi e trans*cidi in Italia nel 2025 restituiscono un quadro complesso, che non può essere letto solo attraverso il numero degli omicidi accertati. Secondo i dati, i casi monitorati sono stati 99. Di questi, 84 sono femminicidi accertati mentre le restanti morti rientrano nella categoria delle violenze di genere con esito letale. Si contano infatti:
- tre suicidi indotti di donne,
- due suicidi indotti di ragazzi trans,
- un suicidio indotto di una persona non binaria
- un suicidio indotto di un ragazzo.
Otto casi restano in fase di accertamento, a conferma delle difficoltà investigative e giudiziarie nel riconoscere la matrice di genere.
Accanto ai delitti consumati, emerge il dato dei tentati femminicidi che, nel 2025, sono almeno 78, secondo le cronache nazionali e locali. Questo numero evidenzia una violenza strutturale che spesso precede l’omicidio e che non sempre viene intercettata in tempo. A questi si aggiungono almeno due figlicidi, con figli uccisi dal padre, episodi che mostrano come la violenza patriarcale possa estendersi oltre la relazione di coppia.
Nel complesso, le statistiche non descrivono solo un fenomeno criminale ma una continuità di comportamenti violenti che coinvolgono donne, persone LGBTQIA+ e minori, inserendosi in un contesto sociale e culturale ancora incapace di prevenire efficacemente queste morti.
Distribuzione geografica e demografica delle vittime
La lettura territoriale delle statistiche sui femminicidi in Italia nel 2025 mostra una diffusione ampia e trasversale, che smentisce l’idea di un fenomeno limitato a contesti marginali. Nel corso dell’anno, almeno un caso è stato registrato in 17 regioni, 45 province e 83 città. La concentrazione maggiore si rileva in cinque regioni: Lombardia, Campania, Toscana, Emilia-Romagna e Lazio. Da sole, queste aree raccolgono circa il 67% dei casi monitorati. La provincia di Milano risulta la più colpita in termini assoluti, con 15 casi accertati, seguita da altri grandi contesti urbani, ma il fenomeno attraversa anche piccoli centri e aree periferiche.
Dal punto di vista demografico, le vittime presentano un’età estremamente variabile. Nel 2025, la persona più giovane uccisa aveva un anno, la più anziana 89. L’età media delle vittime si attesta intorno ai 55,5 anni, un dato che conferma come la violenza di genere non riguardi solo donne giovani o in età riproduttiva. Emergono inoltre specifiche condizioni di vulnerabilità. Almeno 14 persone uccise convivevano con una disabilità o una malattia grave, spesso cronica o degenerativa. In due casi le vittime erano sex worker, categoria esposta a rischi strutturali e a una protezione istituzionale spesso insufficiente.
Un ulteriore elemento riguarda la provenienza delle vittime. Accanto alla maggioranza italiana, sono presenti donne e persone LGBTQIA+ straniere, originarie di Albania, Brasile, Bulgaria, India, Marocco, Perù, Romania, Russia, Sri Lanka, Tunisia e Ucraina. In questi casi, alla violenza di genere si intrecciano dinamiche di razzializzazione e isolamento sociale, che possono aumentare l’esposizione al rischio e ridurre le possibilità di richiesta di aiuto.
Chi uccide e perché: cosa mostrano i dati sugli autori
Analizzare chi uccide è fondamentale per leggere correttamente le statistiche sui femminicidi commessi in Italia nel 2025 e smontare narrazioni fuorvianti. Nei casi accertati di omicidio di genere, l’età media degli autori è di 52,5 anni. Il più giovane aveva 19 anni, il più anziano 92. Non esiste quindi un profilo anagrafico unico. La violenza attraversa generazioni diverse e non è circoscritta a specifiche fasce d’età.
Nel 52% dei casi, l’autore era il marito, il partner o il convivente della vittima. In altri 18 casi, si trattava di un ex partner, che spesso ha agito in fase di separazione o dopo una rottura annunciata. In 11 casi, l’omicida era il figlio. Negli episodi restanti, il legame era comunque diretto: amici, parenti, conoscenti, clienti. L’estraneità è un’eccezione, non la regola.
Le origini degli autori sono eterogenee. La maggioranza è italiana ma sono presenti uomini provenienti da Paesi extraeuropei ed europei. Il dato conferma che la violenza maschile contro le donne non è un fenomeno culturale “importato” ma strutturale.
Un elemento ricorrente, poi, è il suicidio post delitto. Ventinove uomini si sono tolti la vita dopo l’omicidio, altri cinque ci hanno provato. Questo interrompe il percorso giudiziario e cancella la possibilità di una piena responsabilità pubblica, lasciando famiglie e comunità senza risposte.
Modalità della violenza: controllo, prossimità e dominio
Le modalità con cui si consuma la violenza rappresentano uno degli aspetti più crudi che emerge dalle statistiche sui femminicidi in Italia nel 2025. Nei casi accertati di omicidio di genere, emerge un ricorso frequente alle armi bianche. Ventotto donne e soggettività di genere sono state uccise per accoltellamento. Seguono le armi da fuoco, impiegate in quindici casi, spesso in contesti familiari o domestici. Soffocamento e strangolamento compaiono in diciotto episodi, una dinamica che implica un contatto fisico prolungato e un controllo diretto sul corpo della vittima.
Altre modalità includono percosse, l’uso di oggetti comuni come forbici, martelli o asce, e in alcuni casi la spinta da finestre o balconi. La violenza non è mai improvvisata. È spesso l’esito di una escalation, preceduta da segnali ignorati o sottovalutati.
In almeno diciassette casi, le vittime avevano già denunciato violenze, stalking o persecuzioni. Questo dato evidenzia un fallimento strutturale dei sistemi di protezione. La reiterazione della violenza mostra come il rischio fosse noto ma non adeguatamente gestito.
In diversi episodi, alla violenza patriarcale si sono sovrapposte discriminazioni ulteriori. Come già accennato, la razzializzazione delle vittime ha inciso sull’isolamento sociale e sull’accesso ai servizi. Le statistiche sui femminicidi in Italia nel 2025 restituiscono così un quadro in cui il genere resta il fattore centrale ma non l’unico.
Statistiche sul femminicidio in Italia nel 2025: impatto su minori e famiglie
L’impatto dei femminicidi sui minori resta uno degli aspetti più sottovalutati nelle statistiche del 2025 in Italia. La violenza non si esaurisce con l’omicidio. Continua nelle vite di chi resta. Nel corso dell’anno, almeno nove casi hanno visto figli e figlie assistere direttamente all’uccisione della madre. Un’esperienza traumatica che segna in modo permanente lo sviluppo emotivo e relazionale dei minori coinvolti.
Ancora più ampio è il numero degli orfani. Cinquantuno bambini e adolescenti hanno perso la madre a causa di un femminicidio. In molti casi, il padre è l’autore del delitto. Questo comporta una doppia perdita. La madre viene uccisa, il padre viene incarcerato o si suicida dopo il delitto. I minori restano improvvisamente senza riferimenti genitoriali.
Le famiglie allargate si trovano spesso impreparate ad accogliere questi bambini. I percorsi di tutela sono frammentati. Il supporto psicologico non è sempre garantito e arriva spesso in ritardo. La gestione giudiziaria e amministrativa può durare anni, prolungando l’instabilità.
Le ricerche sulla violenza assistita indicano un rischio maggiore di riproduzione di dinamiche violente in età adulta. Non si tratta di determinismo ma di esposizione precoce a modelli distruttivi. La violenza ereditaria non è genetica. È ambientale, culturale e relazionale.
Nel racconto pubblico dei femminicidi, i minori restano figure marginali. Eppure, rappresentano una delle conseguenze più durature della violenza di genere. Proteggerli significa intervenire prima, non solo dopo.
Casi italiani e internazionali più significativi del 2025
I casi citati di seguito non vengono qui analizzati in dettaglio ma richiamati come esempi ricorrenti delle dinamiche strutturali che emergono dai dati. I numeri delle statistiche sui femminicidi in Italia nel 2025, infatti, trovano un volto preciso nelle vicende che hanno attraversato la cronaca nazionale. Ad esempio, il femminicidio di Ilaria Sula, avvenuto il 25 marzo 2025, ha mostrato ancora una volta il ruolo centrale del controllo e della gelosia all’interno di relazioni intime segnate da violenza pregressa. Pochi giorni dopo, il 31 marzo, l’uccisione di Sara Campanella ha riacceso il dibattito sulla sottovalutazione dei segnali di pericolo e sulla difficoltà di intervento tempestivo.
Il caso di Martina Carbonaro, il 28 maggio 2025, ha messo in evidenza il tema delle separazioni conflittuali e dell’incapacità maschile di accettare la fine della relazione. Dinamiche simili emergono anche nel femminicidio di Assunta “Tina” Sgarbini, avvenuto il 23 agosto, dove alla violenza di genere si è sommata una condizione di fragilità personale. Il 14 ottobre, l’uccisione di Pamela Genini ha rappresentato uno dei casi più emblematici e mediatici dell’anno, per la brutalità dell’atto e per il contesto di violenza domestica documentata nel tempo.
La morte di Aurora Livori, il 29 dicembre 2025, chiude simbolicamente un anno segnato da continuità più che da rotture. Le stesse dinamiche si ritrovano, anche all’alba del nuovo anno, nel caso internazionale di Delfina Aimino, uccisa in Argentina il 1° gennaio 2026. Contesti diversi che affondano le proprie radici in una matrice comune: la violenza patriarcale come risposta alla perdita di controllo. È anche attraverso l’analisi comparata di questi casi che si comprende perché il fenomeno non sia circoscrivibile a un singolo paese ma strutturale e globale.
Riflessioni sulle statistiche dei femminicidi in Italia nel 2025
Le statistiche su femminicidi, lesbicidi e trans*cidi commessi in Italia nel 2025 restituiscono un quadro di continuità più che di inversione di tendenza. I numeri non mostrano un’emergenza improvvisa ma la persistenza strutturale della violenza di genere nel tempo. È questo l’elemento più inquietante: la ripetizione di dinamiche già note, nonostante leggi più severe e una maggiore esposizione mediatica. Il 2025 conferma che l’intervento penale, da solo, non è sufficiente a interrompere il ciclo della violenza.
Il dato sugli autori, spesso partner o familiari, indica che il pericolo rimane concentrato negli spazi considerati “sicuri”. La casa continua a essere il luogo più rischioso per molte donne e soggetti vulnerabili. La frequenza dei suicidi post delitto evidenzia inoltre una cultura del possesso che preferisce l’annientamento alla perdita di controllo. In questo contesto, le denunce pregresse non ascoltate rappresentano uno dei fallimenti più gravi del sistema di prevenzione.
Un altro aspetto centrale riguarda i minori coinvolti, testimoni diretti o orfani di femminicidio. La violenza non si esaurisce nell’atto omicidiario ma produce effetti sociali e psicologici destinati a durare per generazioni. Parlare di prevenzione significa quindi intervenire prima, sui segnali di stalking, sulla manipolazione affettiva e sull’amore tossico, non solo sull’epilogo.
Per comprendere davvero cosa distingue il femminicidio da altri omicidi e perché continui a ripetersi, è necessario tornare alla sua definizione e alla sua matrice culturale. Senza questa consapevolezza, i numeri rischiano di restare semplici statistiche, prive di responsabilità collettiva.






