All’alba del 1° gennaio 2026, la città di Villa María, nella provincia argentina di Córdoba, si stava riprendendo da una notte di brindisi e promesse. Ma un macabro ritrovamento spazzò via di colpo la placida allegria che aveva accompagnato l’arrivo del nuovo anno. In un terreno abbandonato ai margini della città, tra sterpaglie e terra battuta, giaceva il corpo senza vita di una giovane donna.
Nelle ore successive al ritrovamento, la ragazza sarebbe stata identificata e la sua storia avrebbe sconvolto la comunità locale e nazionale. Si chiamava Delfina Aimino la vittima del femminicidio che si era consumato a Córdoba la notte di Capodanno. Aveva 22 anni ed era uscita di casa dopo aver salutato la sua famiglia, ignara che avrebbe presto trovato la morte. Si preparava a vivere una serata come tante fatta di auguri e festeggiamenti ma andò incontro a un incubo senza lieto fine. Il caso ha scosso l’Argentina e ha aperto, ancora una volta, una ferita profonda nel racconto della violenza di genere.
#TrueCrime Villa María em Córdoba
Delfina Aimino 22, foi brutamente espancada e gopeada 20 vezes🔪 seu alvoz o suspeito Tomás Ariel Mulinetti engenheiro que atraiu a vitíma por meio de um aplicativo de relacionamento para mata-lá. #feminicídio #HateCrime FATAL 😥 pic.twitter.com/6OqbGno6SO— 🔥🇧🇷 Socorro 👽 ישראל 🙏🏽 (@Mitty2011) January 6, 2026
Il ritrovamento del corpo: la scoperta del femminicidio di Delfina Aimino a Córdoba
Il 1° gennaio 2026, poco dopo le nove del mattino, un uomo stava passeggiando con il cane a Villa María quando, attraversando una zona rurale, aveva notato qualcosa tra l’erba alta. Avvicinandosi, aveva capito presto che, nascosti tra la vegetazione, non c’erano né rifiuti né animali. A terra c’era il corpo di una giovane donna, abbandonato in un campo incolto tra la Universidad Nacional de Villa María e la Sociedad Rural, vicino alla Ruta 9.
La chiamata alla polizia ha dato avvio alle prime procedure di indagine. Sul posto sono intervenuti la Polizia Científica e gli investigatori della Fiscalía, impegnati a fissare la scena e raccogliere ogni traccia utile. Dopo aver isolato l’area, gli agenti avevano compreso subito di non trovarsi dinanzi a un caso di morte accidentale. Le prime osservazioni puntavano già verso l’ipotesi di un femminicidio. Il corpo della vittima, infatti, presentava segni evidenti di violenza.
Esaminando la scena del crimine, le autorità non poterono identificare subito la ragazza a causa dell’assenza di documenti. Per ore, la giovane donna rimase senza nome mentre la notizia del ritrovamento iniziava a circolare tra i media locali. Solo più tardi, grazie al lavoro forense, quel corpo avrebbe riacquistato un’identità e il caso sarebbe divenuto noto come il femminicidio di Delfina Aimino a Córdoba.
Verso il femminicidio di Delfina Aimino a Córdoba
Il femminicidio di Delfina Aimino a Córdoba non può essere ricondotto a una relazione lunga o conflittuale con un partner. Il pericolo si celava in un incontro recente, costruito nella normalità e nella sicurezza apparente del digitale. Delfina aveva conosciuto Tomás Ariel Mulinetti, 23 anni, attraverso un’app di dating. Non avevano nessuna storia alle spalle, nessun legame consolidato, solo messaggi scambiati nei giorni precedenti all’omicidio e un appuntamento fissato per la notte di Capodanno.
La sera del 31 dicembre 2025, Delfina aveva festeggiato l’arrivo del nuovo anno con la famiglia. Dopo il brindisi, come fanno molte ragazze della sua età, era uscita di casa per incontrare quel ragazzo appena conosciuto e per il quale, forse, provava già le farfalle nello stomaco. Una scelta comune, ripetuta ogni giorno da migliaia di persone e che non lasciava presagire alcun pericolo immediato.
Secondo gli investigatori, l’incontro è avvenuto poche ore dopo la mezzanotte. I due si sarebbero spostati insieme a bordo dell’auto di Mulinetti. Il ventitreenne non aveva precedenti di violenza né segnalazioni per conflitti. Eppure, l’incontro occasionale, spesso percepito come spazio neutro e sicuro, si è trasformato nel contesto in cui la violenza ha trovato terreno fertile per germogliare. Stando alle ricostruzioni delle autorità, il passaggio dalla normalità all’aggressione è stato rapido, quasi impercettibile, fino a diventare irreversibile.
Venti coltellate: la dinamica dell’omicidio
La ricostruzione della dinamica del femminicidio passa inevitabilmente dal corpo della vittima. È l’autopsia a raccontare ciò che Delfina Aimino non può più raccontare. I medici legali hanno accertato che la giovane è stata colpita con almeno venti coltellate, distribuite su diverse parti del corpo.
Sul corpo erano presenti segni evidenti di difesa, a indicare che la ragazza ha tentato di proteggersi, di lottare per la sua vita, di scappare. Ha provato a reagire, a respingere l’attacco, a sottrarsi a una violenza inaspettata e ormai fuori controllo.
Gli investigatori hanno escluso fin dalle prime ore un movente predatorio. Delfina non è stata derubata e non ci sono elementi che indichino una rapina degenerata. La violenza non aveva uno scopo strumentale: si è manifestata come fine a se stessa.
La ripetizione dei colpi, la loro intensità e la loro distribuzione parlano di un’aggressione prolungata. Una violenza sproporzionata, incompatibile con una perdita di controllo momentanea. Nel femminicidio di Delfina Aimino a Córdoba, il corpo diventa prova e testimonianza centrale di un atto estremo, consumato con accanimento e consapevolezza.
Le prove e l’arresto di Tomás Mulinetti
L’indagine sul femminicidio di Delfina Aimino a Córdoba avanza seguendo una traccia fatta di immagini, tempi e gesti successivi al delitto. Le prime conferme arrivano dalle telecamere di sicurezza e dall’analisi delle celle telefoniche, ancora in fase di approfondimento, ma già decisive per ricostruire gli spostamenti della vittima e del suo carnefice.
Un elemento chiave è un ticket di una stazione di servizio. Quel semplice scontrino permette agli investigatori di collocare Aimino e Tomás Mulinetti insieme nelle ore precedenti all’omicidio. Tempo, luogo e percorso iniziano così a combaciare.
A rafforzare i sospetti su Mulinetti, poi, è una condotta successiva alla violenza ritenuta incompatibile con una normale routine. Il ragazzo avrebbe passato diverse ore a lavare accuratamente la propria auto lo stesso giorno del delitto. Per gli inquirenti, si tratta di un tentativo di eliminare tracce biologiche e materiali.
Durante la perquisizione effettuata nella sua abitazione, la polizia ha sequestrato una Ford Ka, telefoni cellulari, indumenti e un rasoio. Quest’ultimo potrebbe essere l’arma del delitto poiché è ritenuto compatibile con le ferite riscontrate sul corpo della vittima.
Sulla base di questi elementi, Tomás Mulinetti è stato arrestato e imputato per omicidio aggravato dalla violenza di genere mentre l’inchiesta prosegue per chiarire ogni dettaglio dell’aggressione.
Comunità, memoria e rabbia dopo il femminicidio di Delfina Aimino a Córdoba
La città di Villa María ha risposto al femminicidio di Delfina Aimino con dolore e determinazione. La comunità si è radunata per chiedere giustizia e, l’8 gennaio, le strade si preparano ad accogliere una marcia silenziosa guidata dall’Asamblea Transfeminista. Decine di persone cammineranno con candele accese e abiti neri, in segno di lutto e solidarietà, ricordando non solo Delfina ma tutte le vittime di violenza di genere in Argentina.
Durante gli interventi pubblici, diversi testimoni hanno raccontato episodi di misoginia sistematica legati a Tomás Mulinetti, evidenziando comportamenti preoccupanti già dalla scuola secondaria. Questi racconti aiutano a comprendere il contesto sociale e culturale in cui la violenza può svilupparsi.
Il femminicidio, nelle parole degli organizzatori, non è un episodio isolato: è una ferita collettiva che scuote famiglie, amici e istituzioni. Le comunità come Villa María affrontano la necessità di memoria, prevenzione e cambiamento culturale. La morte di Delfina Aimino diventa così simbolo della necessità di affrontare la violenza di genere, di educare al rispetto e di trasformare il dolore in azione concreta.








