Il 18 gennaio 2020, Fernando Báez Sosa, studente universitario di 18 anni, fu brutalmente picchiato a morte all’ingresso della discoteca Le Brique di Villa Gesell da un gruppo di otto giovani rugbisti di Zárate. La vicenda suscitò forte attenzione mediatica per la violenza dell’attacco e la diffusione dei video del pestaggio sui social. Fernando, unico figlio di genitori paraguaiani, era in vacanza con alcuni amici e la fidanzata. Gli aggressori, quasi tutti membri dello stesso club di rugby, furono arrestati e condannati. Il caso sollevò accesi dibattiti sui temi del razzismo, della violenza giovanile e della cultura sportiva in Argentina.
18/01/2020 murió asesinado Fernando Báez Sosa
— Pérdida Argentina (@MuertosArg) January 18, 2025
Un pibe de 18 años que fue a la costa de vacaciones. A la salida de un boliche un grupo de rugbiers lo asesinaron a golpes y se fueron a descansar.
Los medios y la presión social lograron que fueran apresados y condenados para siempre pic.twitter.com/o1uNy14FpM
Fernando José Báez Sosa nacque il 2 marzo 2001 a Buenos Aires. Era l’unico figlio di Silvino Báez e Graciela Sosa, entrambi immigrati paraguaiani originari di Carapeguá. Suo padre Silvino lavorava come portiere mentre sua madre Graciela era impegnata nell’assistenza domiciliare. La famiglia viveva nel quartiere Recoleta, in una casa semplice ma accogliente, e fu sempre molto unita. Nonostante le difficoltà economiche, i genitori investirono con impegno nell’istruzione del figlio, permettendogli di frequentare la scuola superiore Marianistas de Caballito grazie a una borsa di studio, poiché non potevano sostenere le spese di una scuola privata.
Fernando crebbe circondato dall’affetto dei genitori e sviluppò fin da giovane un carattere gentile, rispettoso e riflessivo. Amava studiare e aveva un grande interesse per il diritto e la giustizia, qualità che lo portarono a iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Buenos Aires subito dopo il diploma. Era, inoltre, appassionato di sport e di musica. Gli amici e i familiari lo descrivono ancora oggi come una persona solare e curiosa, con una naturale inclinazione ad aiutare gli altri e a porsi con rispetto verso chiunque incontrasse.
Al momento della sua morte, Fernando era fidanzato con Julieta Rossi, sua collega alla facoltà di legge. La loro relazione era caratterizzata da affetto e complicità. Condividevano passioni, progetti per il futuro e anche un gruppo di amici unito. Il ragazzo trascorreva il suo tempo libero con gli amici e la fidanzata, partecipando a gite e serate nei dintorni di Buenos Aires e, durante l’estate, a località di villeggiatura come Villa Gesell.
Il 18 gennaio 2020, Fernando Báez Sosa era in vacanza a Villa Gesell con amici e la fidanzata Julieta. Intorno all’01:30 di notte, arrivò al locale Le Brique per trascorrere una serata all’insegna del divertimento e della spensieratezza. Il club era affollato e, poco dopo le quattro del mattino, si verificò un piccolo scontro tra il suo gruppo e dieci giovani rugbisti di Zárate, che degenerò in insulti e spintoni. La sicurezza del locale intervenne, espellendo il gruppo di aggressori. Fernando e i suoi amici, invece, lasciarono il locale da soli.
Alcuni minuti dopo la discussione, tuttavia, alle 04:44, otto dei dieci giovani rugbisti attaccarono Fernando e i suoi amici mentre stavano consumando un gelato erano all’esterno della discoteca. I loro nomi erano Máximo Thomsen, Ciro Pertossi, Luciano Pertossi, Matías Benicelli, Enzo Comelli, Lucas Pertossi, Blas Cinalli e Ayrton Viollaz.
Fernando fu colpito con pugni e calci fino a perdere conoscenza, subendo gravi traumi alla testa. Gli aggressori coordinarono l’azione seguendo uno schema chirurgico: alcuni lo colpivano, altri impedivano ai testimoni di intervenire. Lucas Pertossi, uno dei rugbisti, filmò parte dell’aggressione prima di unirsi al pestaggio. I video mostrano Thomsen urlare a Fernando di “alzarsi e combattere” mentre Benicelli lo insultava con epiteti razzisti. L’intera aggressione durò cinquanta secondi. Ma la brutalità e la coordinazione del gruppo indicano una chiara premeditazione. In meno di un minuto, il mondo di Fernando e della sua famiglia andò in frantumi per sempre. Dopo lo scontro, gli otto rugbisti si vantarono dell’attacco sferrato e si cambiarono i vestiti per cancellare ogni traccia di sangue. Fernando morì poco dopo il pestaggio a causa del trauma cranico subito.
Dopo il brutale pestaggio avvenuto il 18 gennaio 2020 a Villa Gesell, in Argentina, le autorità avviarono un’indagine meticolosa che portò all’arresto di dieci giovani, tutti legati al mondo del rugby dilettantistico di Zárate. Gli otto rugbisti che si macchiarono dell’omicidio di Fernando Báez Sosa avevano tra i 18 e i 20 anni al momento dell’aggressione. Tutti, a eccezione di uno, giocavano a rugby presso il club locale Club Náutico Arsenal Zárate, motivo per cui i media argentini li soprannominarono “i rugbiers”. Tra loro, Máximo Thomsen era considerato il leader del gruppo, particolarmente dotato nello sport e con un futuro promettente nel Club Atlético San Isidro. Ciro e Luciano Pertossi, invece, erano fratelli mentre Lucas Pertossi era loro cugino.
Gli altri membri coinvolti nel delitto che sconvolse l’Argentina furono Matías Benicelli, Enzo Comelli, Blas Cinalli e Ayrton Viollaz. Ognuno dei giovani sportivi proveniva da contesti sociali medio-alti. I ragazzi erano fortemente legati tra loro da intensi rapporti sia personali che sportivi. Proprio il loro legame favorì la dinamica collettiva dell’aggressione.
Le prove raccolte dalle forze dell’ordine comprendevano testimonianze oculari, registrazioni video della rissa, messaggi nei gruppi chat e reperti dai cellulari e dall’appartamento dei sospettati. L’autopsia di Fernando Báez Sosa confermò che la morte era avvenuta a causa di un trauma cranico multiplo con shock neurogeno. Ma non fu possibile stabilire con certezza quale colpo fosse stato fatale.
Dopo la morte di Fernando Báez Sosa, gli otto rugbisti furono rapidamente identificati e arrestati per l’omicidio. Durante le indagini, tuttavia, alcuni degli arrestati cercarono di addossare la responsabilità a un conoscente, Pablo Ventura, un vogatore di 21 anni di Zàrate. Nel gennaio 2020, Ventura aveva trascorso del tempo a Villa Gesell con la famiglia ma, al momento dell’aggressione, era già rientrato a Zàrate. Le autorità, quindi, trattennero brevemente il 21enne per poi rilasciarlo e assolverlo da ogni accusa il 5 febbraio. L’ispezione dei cellulari dei rugbisti, poi, portò alla luce insulti e meme contro Ventura, evidenziando il fatto che il gruppo nutrisse un certo astio nei confronti del ragazzo. A seguito delle false accuse, la famiglia Ventura sporse denuncia per diffamazione contro gli otto sportivi.
Intanto, l’analisi dei messaggi, delle chat e del materiale video sull’omicidio in possesso dei rugbisti rese evidente la loro responsabilità nell’aggressione perpetrata nella notte del 18 gennaio 2020. La violenza e il linguaggio razzista utilizzato dagli aggressori, soprattutto, furono ampiamente documentati e causarono indignazione a livello nazionale.
Il processo per il caso di omicidio di Fernando Báez Sosa iniziò il 2 gennaio 2023 presso il Tribunal Criminal N°1 di Dolores. Coinvolse oltre 130 testimoni ed ebbe una copertura mediatica senza precedenti, inclusa la diretta streaming della lettura del verdetto. I genitori di Fernando furono rappresentati dall’avvocato Fernando Burlando. Il dibattimento analizzò nei dettagli ruoli, responsabilità e condotta degli otto imputati principali mentre le discussioni mediatiche enfatizzarono le possibili motivazioni razziali e di classe dietro il pestaggio.
Il 6 febbraio 2023, la corte emise il verdetto finale:
Il momento della lettura della sentenza fu carico di tensione. Thomsen svenne in aula mentre la madre di uno degli imputati reagì duramente contro giudici e giornalisti. I genitori di Fernando si dichiararono comunque insoddisfatti, ritenendo che anche i tre condannati a 15 anni meritassero l’ergastolo.
Successivamente, la corte d’appello della Provincia di Buenos Aires confermò le sentenze, rigettando i ricorsi della difesa e sottolineando che, nonostante l’esclusione di uno degli aggravanti legati alla malizia, la brutalità del pestaggiogiustificava pienamente le pene stabilite. Le condanne restano appellabili davanti alla Corte Suprema argentina.
Il caso ha suscitato una forte mobilitazione pubblica, manifestazioni in memoria di Fernando e un acceso dibattito sui temi della violenza giovanile, del razzismo e della cultura del rugby in Argentina.
L’omicidio di Fernando Báez Sosa ha acceso un dibattito nazionale in Argentina sul rapporto tra violenza giovanile, pregiudizi razziali e cultura sportiva. Il video registrato durante il pestaggio e le chat successive, in cui gli aggressori si vantavano dell’atto, hanno reso evidente la freddezza e la determinazione della violenza.
L’analisi dei motivi alla base dell’aggressione evidenzia diverse dinamiche sociali. Alcuni esperti e attivisti antirazzisti hanno interpretato l’uso di epiteti razzisti come “negro de mierda” rivolti a Fernando come segno di odio razziale e discriminazione sociale. La vittima, con origini paraguaiane e pelle più scura, sembrava rappresentare per gli aggressori una “minoranza inferiore”. La brutalità dell’attacco, poi, è stata collegata a una percezione di superiorità basata su fattori estetici e sociali. Inoltre, la cultura della violenza nel contesto del rugby argentino, già associata in passato a episodi di aggressione e omicidio, ha contribuito a normalizzare comportamenti aggressivi tra giovani sportivi, alimentando un clima in cui la forza fisica viene esibita come segno di prestigio e dominio sociale.
Il contesto sociale comprende anche la reazione immediata del gruppo dopo il pestaggio. Gli aggressori si cambiarono d’abito, cancellarono le tracce di sangue e si recarono in luoghi pubblici come se nulla fosse accaduto. In questo modo, dimostrarono mancanza di empatia e la percezione della violenza come gioco o dimostrazione di potere. La vittima, al contrario, era in vacanza con amici, e l’incontro tra i due gruppi scatenò la tragedia in modo apparentemente casuale, ma con dinamiche di gruppo e responsabilità condivise chiaramente premeditate.
L’omicidio scatenò un’ondata di indignazione in tutta l’Argentina. Manifestazioni spontanee e sit-in guidati dai genitori di Fernando, in particolare davanti al Congresso a Buenos Aires, richiesero giustizia e sensibilizzazione contro la violenza giovanile. La vicenda fu ampiamente trattata dai media nazionali e internazionali, con particolare attenzione alla brutalità dell’aggressione e agli aspetti razziali e sociali del caso.
Personalità pubbliche, tra cui il Papa e il presidente argentino Alberto Fernández, espressero vicinanza alla famiglia. Le sentenze confermate di ergastolo per i cinque co-perpetratori e di 15 anni per i partecipanti secondari hanno segnato un momento cruciale nella giustizia argentina, evidenziando la necessità di affrontare i problemi della violenza giovanile e del pregiudizio razziale.
Le associazioni antirazziste sottolinearono come l’omicidio fosse emblematico di discriminazioni radicate.
Oltre alla giustizia penale, il caso ha aperto un dibattito culturale sul ruolo dello sport nella formazione dei giovani, promuovendo iniziative di sensibilizzazione e memoria per prevenire nuovi episodi di violenza. In questo contesto, l’Unione Argentina di Rugby fu criticata per la gestione della comunicazione e il mancato riconoscimento della “cultura della violenza” all’interno dello sport.
Fernando Báez Sosa rimane un simbolo della lotta contro l’odio e dell’impegno per una società più inclusiva e rispettosa.
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