Femminicidio di Pinar Gültekin: il terribile caso che ha fatto scoppiare proteste in Turchia

Vecchio barile arrugginito in un bosco, suggestivo di luoghi isolati legati a casi di cronaca nera.

Foto di Adrien Gilbert su Unsplash . Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

Il femminicidio di Pinar Gültekin ha scatenato proteste in Turchia e ha sommerso hashtag i social. Cosa è successo e perché ha scosso l’opinione pubblica?

Tempo di lettura 14 minuti

Il femminicidio di Pinar Gültekin, studentessa universitaria di 26 anni, ha colpito al cuore la Turchia. Quando il corpo senza vita della ragazza, nascosto all’interno di un barile abbandonato in un bosco, venne ritrovato cinque giorni dopo la sua scomparsa, il paese esplose in un’ondata di rabbia e disperazione. L’omicidio della 26enne si trasformò presto in un simbolo dell’emergenza nazionale legata alla violenza sulle donne e assunse la forma di un grido di libertà, di una generazione determinata a dire “basta”. Il caso, datato luglio 2020, rappresenta ancora oggi una delle pagine più oscure e dolorose della storia criminale turca.

Chi era Pinar Gültekin?

Pinar Gültekin era nata il 1° ottobre 1993. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Hizan, città della provincia di Bitilis, in Turchia, insieme ai genitori Siddik e Sefika, alla sorella Sibel e al fratello Vedat. Concluse le scuole superiori, aveva deciso di lasciare Hizan e trasferirsi a Ula, nella provincia di Muğla, dove aveva cominciato a frequentare economia alla Muğla University School of Economics.

A Ula, Pinar aveva scelto di vivere da sola in una casa situata nel quartiere Akyaka. Le sue giornate in quella nuova realtà sembravano trascorrere serene e spensierate. Era una giovane donna che, passo dopo passo, stava costruendo il suo futuro. Nessuno poteva immaginare quanto infausto sarebbe stato il suo destino.

Il 16 luglio 2020, Pinar diede un ultimo sguardo all’appartamento, afferrò le chiavi e uscì, chiudendosi la porta alle spalle. Poco dopo aver compiuto quei gesti così quotidiani, svanì nel nulla.

La denuncia della scomparsa

Anche se vivevano in province diverse, Pinar aveva l’abitudine di sentire quotidianamente sia sua madre Sefika che la sorella minore Sibel. Il giorno della sua scomparsa, la madre e la sorella della ragazza tentarono più volte di contattarla. Ma non ricevettero mai risposta. Quando le ore cominciarono ad accumularsi e a essere ingoiate dal silenzio assordante, si allarmarono. Provarono ad avere informazioni da alcuni suoi amici. Inutilmente. In poco tempo, familiari e amici si mobilitarono. Il tempo passava. Pinar non era a casa. E nessuno sapeva dove fosse.

Sefika e Sibel, allora, decisero di recarsi a Ula per denunciare la scomparsa della 26enne al comando generale della gendarmeria di Akyaka. Ma non si limitarono a coinvolgere le autorità locali. Si rivolsero anche ai social media, nella speranza di ricevere notizie di eventuali avvistamenti nel minor lasso di tempo possibile. Avevano un solo desiderio: riavere Pinar con loro. Eppure, sia Sefika che Sibel non erano tranquille. Avevano una strana sensazione e temevano il peggio.

La scoperta del corpo: il femminicidio di Pinar Gültekin

Quella sensazione angosciante e non detta che teneva sia Sefika che Sibel con il fiato sospeso prese forma cinque giorni dopo la sparizione di Pinar. E fu una forma terribile. Il 21 luglio 2020, infatti, le autorità turche trovarono il corpo senza vita della 26enne.

Stando al resoconto dell’autopsia, Pinar era stata picchiata fino a perdere i sensi e poi strangolata a morte. Per eliminare tutte le prove che potessero collocarlo all’omicidio, l’assassino aveva nascosto il cadavere in un barile e gli aveva dato fuoco. Il barile era stato abbandonato in un bosco che si trovava nel quartiere rurale di Yerrkesis, a Mentese, nella provincia di Muğla.

Poco dopo il ritrovamento dei resti della 26enne, le autorità turche fermarono un uomo di 32 anni, Cemal Metin Avci, identificato come il principale sospettato del caso.

Citazione

“Tutte le donne turche, oggi, hanno ben chiaro cosa vogliono: il diritto al lavoro, all’istruzione e alla libertà di lasciarsi se non sono felici”.

– Melek Önder, attivista della piattaforma “Kadın Cinayetlerini Durduracağız”

La scoperta del corpo: il femminicidio di Pinar Gültekin

Quella sensazione angosciante e non detta che teneva sia Sefika che Sibel con il fiato sospeso prese forma cinque giorni dopo la sparizione di Pinar. E fu una forma terribile. Il 21 luglio 2020, infatti, le autorità turche trovarono il corpo senza vita della 26enne.

Stando al resoconto dell’autopsia, Pinar era stata picchiata fino a perdere i sensi e poi strangolata a morte. Per eliminare tutte le prove che potessero collocarlo all’omicidio, l’assassino aveva poi nascosto il cadavere in un barile e gli aveva dato fuoco. Il barile era stato abbandonato in un bosco che si trovava nel quartiere rurale di Yerrkesis, a Mentese, nella provincia di Muğla.

Poco dopo il ritrovamento dei resti della 26enne, le autorità turche fermarono un uomo di 32 anni, Cemal Metin Avci, identificato come il principale sospettato del caso.

Citazione

“Tutte le donne turche, oggi, hanno ben chiaro cosa vogliono: il diritto al lavoro, all’istruzione e alla libertà di lasciarsi se non sono felici”.

– Melek Önder, attivista della piattaforma “Kadın Cinayetlerini Durduracağız”

Arresto e confessione di Cemal Metin Avci

Nel 2020, Cemal Metin Avci era un uomo di 32 anni, titolare di un locale, sposato e padre di due figli. Quando venne fermato dalla polizia turca, raccontò tutto. Spiegò di aver avuto una relazione con Pinar che si era chiusa di recente. Ma ammise di non aver mai accettato la fine della loro storia. Quel 16 luglio, Avci aveva chiesto all’ex fidanzata di incontrarlo. Voleva convincerla a tornare insieme. Pinar si era presentata all’incontro ma era stata irremovibile: non voleva stare con lui. All’ennesimo rifiuto della ragazza, seguì un’accesa discussione durante la quale il 32enne picchiò Pinar con così tanta violenza da farle perdere i sensi. Dopo averla percossa, la strangolò a morte. Agli investigatori, disse di aver agito in un impeto di rabbia.

Se una furia esplosiva poteva spiegare – ma mai giustificare – una colluttazione, ogni logica veniva meno sullo strangolamento. L’idea che la tragedia si fosse consumata per caso, in un modo tanto violento e spontaneo, poi, non era compatibile con il tentativo di Avci di nascondere il corpo in un barile, dargli fuoco e ricoprirlo di cemento.

Femminicidio di Pinar Gültekin: indagini e premeditazione

Nel corso delle indagini sul caso, in considerazione della confessione di Avci e delle informazioni fornite da altri testimoni, le autorità appurarono che l’assassino aveva comprato due taniche di benzina in una stazione di servizio lo stesso giorno in cui avvenne il femminicidio. Inoltre, acquistò anche del cemento. Si andava dipingendo uno scenario che strizzava decisamente l’occhio alla premeditazione. Le autorità turche cominciarono a dubitare della confessione del 32enne. E così anche la famiglia di Pinar.

L’avvocato della famiglia Gültekin, Rezan Epözdemir, asserì che il tentativo di bruciare il corpo e seppellirlo nel cemento dimostrasse che ci si trovasse dinanzi a un caso di omicidio premeditato. Il legale, inoltre, manifestò la convinzione che Avci non fosse l’unico responsabile della morte di Pinar. Era certo che altri fossero coinvolti nel delitto e consegnò al pubblico ministero i nomi dei sospetti.

Intanto, la famiglia Gültekin negò più volte ogni tipo di rapporto romantico tra la vittima e il suo assassino. Familiari e amici della studentessa universitaria descrissero il 32enne come uno stalker. Pare che Pinar avesse raccontato di aver incontrato il suo assassino in un bar. Dopo averla convinta a scambiarsi i numeri di cellulare, avevano cominciato a sentirsi spesso. Ma, quando la ragazza aveva scoperto che l’uomo aveva una moglie e due figli, aveva deciso di interrompere ogni contatto. A quel punto, lui aveva iniziato a inviarle messaggi in modo sempre più insistente e compulsivo, non sopportando il rifiuto. Tormentata ed esausta, la 26enne aveva bloccato i profili dell’uomo su tutti i social media per mettere un freno a tutta quella insistenza. Piuttosto che placare Avci, però, la sua decisione scatenò la sua ira. Prese così la sua decisione: Pinar doveva morire.

Processo e condanna: sentenze sul femminicidio di Pinar Gültekin

La vicenda giudiziaria che seguì il femminicidio di Pinar Gültekin è ricca di colpi di scena e malumori. In un primo momento, Cemal Metin Avci venne condannato all’ergastolo aggravato. La pena, tuttavia, fu ridotta a 23 anni di reclusione. Il motivo? “Ingiusta provocazione” da parte della vittima.

Intanto, il 20 giugno 2022, la 3° Alta Corte Penale di Muğla assolse Mertcan Avci, fratello dell’assassino, ritenuto complice nell’omicidio. Vennero assolti, poi, anche la madre di Avci, Ayten Avci, suo padre Selim Avci, l’allora moglie Eda Karagūn e l’amico Sūrū Gôkhan Orhan.

Successivamente, la Corte d’Appello Regionale di Izmir ribaltò la decisione della 3° Alta Corte Penale di Muğla. L’ergastolo aggravato per Avci venne riconfermato mentre suo fratello Mertcan venne condannato a quattro anni di reclusione per occultamento di prove.

Un altro colpo di scena, però, è arrivato nel febbraio 2025 quando la decisione della Corte d’Appello Regionale è stata modificata dalla Corte di Cassazione. Con appena un voto a favore, è stato stabilito che lo sconto per “ingiusta provocazione” dovrebbe essere applicato alla sentenza di Cemal Metin Avci.

Violenza sulle donne in Turchia: statistiche

Il femminicidio di Pinar Gültekin ha scatenato forti reazioni tra la popolazione femminile turca e non solo. Il caso, infatti, rappresentava e rappresenta solo la punta dell’iceberg di un problema nazionale sempre più endemico e in costante aumento. Nel 2019, infatti, in Turchia sono stati registrati 474 femminicidi. Durante il primo anno di pandemia, nel 2020, la cifra si attestò tra i 300 e i 400 femminicidi.

Stando a quanto riporta la piattaforma We Will Stop Femicide, dal 2010 a oggi, in Turchia sono state ammazzate più di 3000 donne.

La gravità della situazione delle donne nel paese viene ulteriormente confermata anche da altri dati. Uno studio dell’Onu del 2019, ad esempio, ha stimato che il 42% circa delle donne tra i 15 e i 60 anni ha subito violenze fisiche o psicologiche dal partner.

Proteste in Turchia dopo il femminicidio di Pinar Gültekin

Dopo la scoperta della morte di Pinar, nel luglio 2020, un gruppo di donne turche lanciò una campagna globale di hashtag su Instagram battezzata ChallengeAccepted. Si tratta di una campagna di sensibilizzazione sull’emancipazione delle donne che prevede la condivisione di selfie in bianco e nero. L’iniziativa ha visto il coinvolgimento non solo di cittadine e celebrità turche ma ha valicato i confini nazionali, assumendo portata internazionale.

Il caso Gültekin, tuttavia, non ha avuto risonanza solo nel mondo virtuale. Molte cittadine turche hanno riempito le strade del paese per protestare. Un’invasione pacifica di piazze e cuori ha travolto città come Istanbul, Ankara, Izmir, Edirne, Mersin e Malatya. Le manifestazioni più grandi si sono verificate in diversi quartieri di Istanbul, riunendo migliaia di persone. Ovunque sono stati mostrati cartelli e striscioni sui quali campeggiava la scritta “Non staremo più in silenzio”.

Approfondimento psicologico

Il clamore intorno al caso di Pinar mostra come la rabbia collettiva possa attivare percorsi di empowerment. La connessione tra vittima e comunità favorisce la coesione emotiva e spinge ad azioni concrete: solo trasformando il dolore individuale in impegno collettivo si costruisce resistenza alle violenze strutturali.

Le proteste, nonostante la loro natura pacifica, hanno incontrato l’ostilità degli agenti di polizia. A Smirne, i poliziotti hanno picchiato diverse donne mentre 15 manifestanti sono state prese in custodia. Durante gli scontri, vennero registrati e diffusi video in cui si vedevano donne maltrattate e portate via dagli agenti.

Proteste in Turchia dopo il femminicidio di Pinar Gültekin

Dopo la scoperta della morte di Pinar, nel luglio 2020, un gruppo di donne turche lanciò una campagna globale di hashtag su Instagram battezzata ChallengeAccepted. Si tratta di una campagna di sensibilizzazione sull’emancipazione delle donne che prevede la condivisione di selfie in bianco e nero. L’iniziativa ha visto il coinvolgimento non solo di cittadine e celebrità turche ma ha valicato i confini nazionali, assumendo portata internazionale.

Approfondimento psicologico

Il clamore intorno al caso di Pinar mostra come la rabbia collettiva possa attivare percorsi di empowerment. La connessione tra vittima e comunità favorisce la coesione emotiva e spinge ad azioni concrete: solo trasformando il dolore individuale in impegno collettivo si costruisce resistenza alle violenze strutturali.

Il caso Gültekin, tuttavia, non ha avuto risonanza solo nel mondo virtuale. Molte cittadine turche hanno riempito le strade del paese per protestare. Un’invasione pacifica di piazze e cuori ha travolto città come Istanbul, Ankara, Izmir, Edirne, Mersin e Malatya. Le manifestazioni più grandi si sono verificate in diversi quartieri di Istanbul, riunendo migliaia di persone. Ovunque sono stati mostrati cartelli e striscioni sui quali campeggiava la scritta “Non staremo più in silenzio”.

Le proteste, nonostante la loro natura pacifica, hanno incontrato l’ostilità degli agenti di polizia. A Smirne, i poliziotti hanno picchiato diverse donne mentre 15 manifestanti sono state prese in custodia. Durante gli scontri, vennero registrati e diffusi video in cui si vedevano donne maltrattate e portate via dagli agenti.

Proteste in Turchia dopo il femminicidio di Pinar Gültekin

Dopo la scoperta della morte di Pinar, nel luglio 2020, un gruppo di donne turche lanciò una campagna globale di hashtag su Instagram battezzata ChallengeAccepted. Si tratta di una campagna di sensibilizzazione sull’emancipazione delle donne che prevede la condivisione di selfie in bianco e nero. L’iniziativa ha visto il coinvolgimento non solo di cittadine e celebrità turche ma ha valicato i confini nazionali, assumendo portata internazionale.

Il caso Gültekin, tuttavia, non ha avuto risonanza solo nel mondo virtuale. Molte cittadine turche hanno riempito le strade del paese per protestare. Un’invasione pacifica di piazze e cuori ha travolto città come Istanbul, Ankara, Izmir, Edirne, Mersin e Malatya. Le manifestazioni più grandi si sono verificate in diversi quartieri di Istanbul, riunendo migliaia di persone. Ovunque sono stati mostrati cartelli e striscioni sui quali campeggiava la scritta “Non staremo più in silenzio”.

Le proteste, nonostante la loro natura pacifica, hanno incontrato l’ostilità degli agenti di polizia. A Smirne, i poliziotti hanno picchiato diverse donne mentre 15 manifestanti sono state prese in custodia. Durante gli scontri, vennero registrati e diffusi video in cui si vedevano donne maltrattate e portate via dagli agenti.

Approfondimento psicologico

Il clamore intorno al caso di Pinar mostra come la rabbia collettiva possa attivare percorsi di empowerment. La connessione tra vittima e comunità favorisce la coesione emotiva e spinge ad azioni concrete: solo trasformando il dolore individuale in impegno collettivo si costruisce resistenza alle violenze strutturali.

Il nodo della Convenzione di Istanbul e l’eredità di Pinar

Con le manifestazioni organizzate dopo il femminicidio di Pinar, le donne turche volevano protestare anche contro il tentativo del governo Erdoğan di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul, un accordo internazionale per prevenire la violenza sulle donne e la violenza domestica.

Attiviste come Fidan Ataselim e Gülsüm Kav denunciarono prontamente che ritirarsi dalla Convenzione avrebbe mandato il messaggio che, in Turchia, la violenza sulle donne è tollerata. Se non giustificata.

A partire dal luglio 2020, quindi, la morte di Pınar ha assunto connotati forti ed emblematici. La giovane studentessa strappata alla vita troppo presto si è trasformata nel simbolo di una generazione che chiede libero accesso all’istruzione, la possibilità di dire “no” a relazioni abusive e, soprattutto, di avere il diritto alla felicità.

Continua a esplorare il lato oscuro

Le vittime non sono numeri ma nomi, volti, storie.

Su Fiabe Noir ricostruisco le vite spezzate di donne uccise per il solo fatto di essere donne. Per non dimenticare. Per capire. Per cambiare.

Approfondisci casi, analisi e contesti su Fiabe Noir – Storie di Mostri Moderni.