Foto di David Hurley su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).
Una voce che chiede aiuto nella notte. Il femminicidio di Pamela Genini racconta la dolorosa illusione di poter essere salvate in tempo da un mostro moderno.
14 ottobre 2025. Sembra una sera come tante a Milano. La vita scorre lenta mentre le luci della città scintillano all’orizzonte. Ma la tranquillità viene presto spazzata via da grida cariche di orrore. Sul terrazzino di un appartamento nel quartiere Gorla, Pamela Genini, 29 anni, viene accoltellata con ferocia. Le urla della giovane donna allertano i vicini che assistono alla scena increduli e sotto shock.
La polizia, tempestivamente contattata, raggiunge l’appartamento pochi minuti dopo l’inizio dell’aggressione. Irrompe ma è già troppo tardi. Pamela è morta. L’uomo che l’ha uccisa è ancora in casa. Si chiama Gianluca Soncin, 52 anni. Quando vede gli agenti, tenta di togliersi la vita con due coltellate alla gola. Eppure, sopravvive.
Questo racconto ricostruisce il drammatico femminicidio di Pamela Genini con rispetto nei confronti della vittima e partecipazione al dolore di chi ha subito una perdita incomprensibile.
Intorno alle 22:00 di martedì 14 ottobre, il terrazzino al terzo piano di un appartamento in via Iglesias, nel quartiere Gorla di Milano, si è trasformato in una scena dell’orrore. Urla strazianti hanno squarciato improvvisamente l’aria, attirando l’attenzione degli appartamenti circostanti. Preoccupati dal frastuono, i vicini raggiunsero rapidamente finestre e balconi, assistendo a una sequenza di eventi dei quali mai avrebbero immaginato di essere testimoni. Videro un uomo trascinare una donna sul terrazzo, brandendo un coltello da caccia. E colpirla. Ripetutamente.
Gli agenti, insieme ai vigili del fuoco, erano stati prontamente allertati. Giunti sul posto, sfondarono la porta e irruppero nell’appartamento. All’interno trovarono una giovane donna, Pamela Genini, riversa sul pavimento. L’uomo che era con lei l’aveva pugnalata decine di volte riducendola in fin di vita. Dalle ricostruzioni sinora effettuate, è emerso che la 29enne è stata colpita con ventiquattro fendenti.
Mentre la polizia cercava di bloccarlo e arrestarlo, il killer si è pugnalato due volte alla gola, in un tentativo di suicidio. È stato soccorso e trasportato d’urgenza all’ospedale Niguarda. Non risultava in pericolo di vita al momento del trasporto.
Pamela Genini aveva ventinove anni. Era nata a Brembilla, in provincia di Bergamo, e da adolescente si era trasferita con la famiglia a Strozza, nella Valle Imagna. Si definiva “modella e giovane imprenditrice”. Dopo aver cominciato a fare la modella a partire dai sedici anni, aveva partecipato, appena diciannovenne, al reality L’isola di Adamo ed Eva Italiatrasmesso su Deejay Tv. Conclusa l’esperienza, si era dedicata al rafforzamento della sua carriera nel mondo della moda. Insieme alla sua migliore amica, Elisa Bortolotti, aveva fondato un marchio di costumi da bagno, EP SheLux, che promuoveva come un brand “Made in Italy nato dalla creatività e dall’amore per il mare”.
Viveva tra Milano, Montecarlo e Dubai ma tornava spesso nella sua Bergamo per riabbracciare la famiglia. Amava la sua chihuahua, Bianca, che portava con sé ovunque: nei viaggi, nelle foto, perfino sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia, dove Pamela aveva sfilato in abito argento, sorridente e composta. Dietro quell’immagine curata e impeccabile, si nascondeva una ragazza riservata, descritta da chi la conosceva come “gentile e per bene”.
Da circa un anno e mezzo, aveva una relazione con Gianluca Soncin. Per un periodo, si era trasferita da lui in Romagna. Con il tempo, però, la relazione era diventata un peso. Lui era geloso, la isolava dagli amici, voleva controllarla e gestire le sue finanze. Pamela aveva confidato agli amici di volerlo lasciare. Aveva perfino detto che temeva potesse “ammazzarla”. Quella paura, purtroppo, non era infondata.
Gianluca Soncin ha cinquantadue anni. È nato a Biella nel marzo 1973, dove ha studiato ed è cresciuto. Quando ha deciso di lasciare la sua provincia, prima di trasferirsi in modo stabile in Lombardia, ha vissuto per un periodo tra Pordenone e Cervia.
Il femminicidio di Pamela Genini non è il primo reato commesso da Soncin. Aveva, infatti, già avuto problemi con la legge. Nel 2010, era stato arrestato dalla Guardia di Finanza di Ascoli con l’accusa di associazione a delinquere, in un’inchiesta su un’evasione dell’Iva legata al commercio di auto di lusso. Aveva, quindi, un precedente per truffa ma nessuna denuncia per violenza. A questo proposito, tuttavia, pare che si fosse reso protagonista di un vecchio episodio di stalking rimasto senza conseguenze.
Soncin era un imprenditore descritto da chi lo conosceva come un uomo schivo, silenzioso, di poche parole. La relazione con Pamela Genini era iniziata circa un anno e mezzo prima del femminicidio. Lei, per amore, si era trasferita da lui in Romagna, ma presto aveva iniziato a sentirsi soffocata. L’uomo la controllava, la isolava dagli amici e la rendeva dipendente da lui, anche economicamente.
L’estate scorsa, durante una vacanza all’isola d’Elba, Pamela aveva deciso di tornare a casa da sola dopo che Soncin aveva minacciato di ucciderle il cane. Da quel momento, la sua gelosia era diventata ossessione. L’aveva minacciata di morte, anche davanti ai genitori. E quando lei aveva deciso di lasciarlo, la minaccia era diventata realtà.
Nel caso di Pamela Genini, la dinamica precede uno schema già noto: dopo un inizio idilliaco, arrivano le scenate, i sospetti e la violenza verbale. Amici della vittima hanno raccontato che la giovane stava cercando di allontanarsi e che da settimane parlava della necessità di chiudere quella relazione.
Soncin, secondo le prime ricostruzioni, non ha accettato la fine del legame e ha cominciato a seguirla e contattarla insistentemente. Fino al giorno del delitto, quando nella serata del 14 ottobre, ha raggiunto la casa di Pamela portando con sé un coltello da caccia, segno di una premeditazione che gli inquirenti non hanno escluso. L’aggressione di via Iglesias non è stato un gesto d’impeto. È stata l’esplosione finale di un controllo esercitato per mesi, culminato nella distruzione totale di chi aveva cercato di liberarsi.
Le testimonianze dei vicini hanno consentito di ricostruire la sequenza dell’aggressione. Intorno alle 21.40, hanno udito urla provenire dal terzo piano. “Aiuto, aiuto”, gridava la giovane. “L’ammazza, l’ammazza!”, hanno cominciato poi a urlare poco dopo alcuni residenti dal palazzo di fronte, assistendo alle coltellate sul terrazzo.
Intanto, i primi agenti sono arrivati in via Iglesias e hanno al citofono. È stata Pamela a rispondere, tentando di guadagnare tempo nella speranza di riuscire a salvarsi dalla furia dell’uomo che un tempo aveva amato. “Glovo?”, aveva chiesto, fingendo che si trattasse di una consegna, per non far capire a Soncin che fosse la polizia. Ma le urla durarono pochi istanti, poi solo rumori sordi e silenzio.
Quando gli agenti riuscirono a sfondare la porta con l’aiuto dei vigili del fuoco, la donna era già in fin di vita. L’uomo, ancora armato, continuava ad accanirsi su di lei. Solo allora venne definitivamente bloccato.
Trasportato d’urgenza all’ospedale Niguarda dopo aver tentato il suicidio, è stato piantonato dai poliziotti. Una volta ripresosi, è stato interrogato dal pubblico ministero Alessia Menegazzo. Alle domande, ha risposto inizialmente di “non ricordare nulla”, mantenendo un atteggiamento freddo e distaccato. Poi, si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Nel frattempo, gli specialisti della Scientifica stanno passando al setaccio il suv Audi SQ8, di colore blu scuro, con cui l’uomo ha raggiunto la casa della vittima.
Gli inquirenti hanno appurato che Soncin abbia portato l’arma del delitto da casa. Per questo motivo, contestano l’ipotesi della premeditazione, oltre alle accuse di omicidio pluriaggravato da premeditazione, crudeltà, futili motivi, legame affettivo e atti persecutori.
Le prime reazioni al femminicidio di Pamela Genini sono arrivate dai suoi affetti più cari. L’ex fidanzato, l’uomo che lei aveva chiamato pochi istanti prima di morire, ha raccontato al Corriere di aver capito subito che era in pericolo. Ai carabinieri, ha spiegato di essere al corrente del fatto che Pamela volesse lasciare il cinquantaduenne e che glielo avesse detto più volte.
Quando aveva ricevuto quella telefonata, Pamela era già in preda al terrore: la voce spezzata, il rumore dei passi, poi il silenzio. Fu lui, disperato, a chiamare il 112, prima di salire in macchina e guidare verso casa della ragazza, dove era arrivato mentre le urla dei vicini riempivano la via.
L’amica e socia Elisa Bortolotti, con cui Pamela aveva fondato il brand di costumi da bagno EP SheLux, ha invece pubblicato un post sui suoi social poche ore dopo la tragedia. “Pazzo lo sei, ma non abbastanza da non sapere cosa stavi facendo. Spero solo che, se esiste una giustizia, la pagherai per avermi tolto chi per me era una sorella”, ha scritto. “Ciao Pam, non invecchieremo insieme. Tu non invecchierai mai. Ti voglio bene amica mia”. Quelle frasi, cariche di dolore e impotenza, rappresentano la rabbia collettiva di chi la conosceva.
Per chi la frequentava, Pamela era una giovane donna piena di vita, gentile, ambiziosa, con una carriera appena avviata nel mondo della moda. Dietro il suo sorriso, però, si nascondeva la paura di un uomo che la voleva solo per sé. Aveva confidato di sentirsi “intrappolata”, temendo che, se lo avesse lasciato, lui avrebbe mantenuto la sua promessa di ucciderla.
C’è una terrazza, in una sera d’autunno, e una voce che chiede aiuto. Una voce che si spezza e svanisce prima che qualcuno possa raggiungerla. È lì che finisce la storia di Pamela Genini: una giovane donna che aveva ancora sogni da realizzare. Il suo futuro è stato cancellato in pochi secondi da un uomo convinto che l’amore sia possesso.
Ogni volta che una di noi muore, ci chiediamo: “Si poteva fare qualcosa per evitare il ripetersi di un’ennesima tragedia?”. E la risposta è sempre la stessa: forse.
Ma quel “forse” pesa come una condanna collettiva.
Non è solo la storia di un amore tossico e malato, né di una città che ha riconosciuto le urla troppo tardi. È la storia di un sistema che ancora non sa riconoscere il pericolo quando si chiama controllo, isolamento, dipendenza. Di una società che reagisce a scoppio ritardato, quando ormai restano soltanto fiori, indignazione, lacrime e silenzi.
Sul terrazzo di via Iglesias, in quella notte di ottobre, si è spenta un’altra possibilità di salvezza. Il femminicidio di Pamela Genini resta come un’eco amara, un monito che non possiamo più permetterci di ignorare. Ogni volta che una donna teme di essere uccisa, non dobbiamo aspettare di scoprirla morta per crederle e intervenire.
Condividi
Condividi
Delitti attuali, casi aperti, misteri irrisolti.
Flash Case è lo spazio in cui il true crime incontra la cronaca.
Uno sguardo attento, rispettoso, sempre fedele ai fatti.
Scopri le ultime storie nere su Fiabe Noir – Storie di Mostri Moderni.