Guardando l’ultima stagione di Monster di Ryan Murphy dedicata a Ed Gein, ho spesso avvertito il conflitto tra verità storica e spettacolarizzazione. Alcune scelte narrative mi hanno – in parte – convinto, altre invece mi hanno lasciato perplessa, soprattutto quando la realtà delle vittime è stata mescolata con invenzioni cinematografiche. In questo articolo-recensione, condivido la mia opinione, analizzando come troppe licenze narrative, scene esplicite, personaggi amplificati e riferimenti al cinema horror influenzino e distorcano la percezione storica di Gein. Inoltre, voglio soffermarmi su cosa significhi, per chi come me ama il true crime, rispettare memoria e fatti.

Il ritorno di Murphy: la recensione di Fiabe Noir su Monster: The Ed Gein Story

Ryan Murphy ha costruito la sua fama raccontando crimini reali con uno stile che oscilla tra documentario e fiction e che mira a instillare il seme del dubbio nello spettatore. Dai casi celebri come O.J. Simpson o Clinton-Lebowsky, fino alle stagioni di Monster, la sua cifra è chiara: rappresentare drammi veri filtrati da un’inquadratura emozionale e spettacolare. In Monster: The Ed Gein Story, questa tendenza si conferma ma, al contempo, si spinge oltre rispetto ai lavori precedenti. La trama si concentra sulle azioni macabre del macellaio di Plainfield, mostrando Gein come una figura oscura e isolata ma anche come il prodotto di un contesto familiare distorto.

Ciò che colpisce, sin dal primo episodio, è la scelta di farci entrare nella mente del killer attraverso visioni e allucinazioni, ampliando il senso di inquietudine ma rischiando di diluire in modo eccessivo la verità storica. La serie, inoltre, non si limita a raccontare i crimini: costruisce una mitologia attorno a Gein, inserendo dettagli drammatici e personaggi amplificati. Charlie Hunnam interpreta Ed Gein con intensità sorprendente: il suo sguardo è fragile, vacillante, quasi compassionevole. Ma dietro la performance si nasconde una narrazione fragile che piega la realtà per servire il mito. La serie promette di esplorare l’origine del mostro ma spesso si perde nel tentativo di renderlo comprensibile e umanamente accettabile.

Il risultato è un racconto visivamente curato ma moralmente ambiguo, dove l’indagine sul male si trasforma in uno specchio dell’ossessione collettiva per il true crime. La domanda che resta sospesa su questa stagione è: dove finisce la realtà e dove inizia la licenza creativa? Nel mio percorso di visione, ho provato a separare i fatti dalle invenzioni, chiedendomi quanto la serie alteri la memoria delle vittime e la percezione del pubblico su uno dei killer più famosi d’America.

I Gein: un contesto familiare distorto

In Monster: The Ed Gein Story, la famiglia è il primo teatro dell’orrore. Il padre di Ed, George Philip Gein (1873-1940), che fece parte della famiglia fino alla sua morte, viene completamente cancellato dalla narrazione. L’uomo compare in una scena soltanto: è ubriaco e viene cacciato di casa dalla moglie. Questa scelta lascia spazio a un binomio morboso tra madre e figlio.

Augusta Gein (Laurie Metcalf), infatti, domina la scena come un fantasma biblico sia prima che dopo la sua morte. Autoritaria, puritana e ossessivamente devota a un Dio punitivo, manipola i figli con l’obiettivo di tenerli sempre legati a sé. E ci riesce, soprattutto con Ed. L’assenza paterna, quindi, non è solo fisica ma diventa simbolica: Murphy la utilizza per accentuare la dipendenza patologica di Ed, spogliandolo di ogni possibile equilibrio affettivo.

La morte del fratello maggiore Henry è uno dei momenti più ambigui della serie. Gli autori stabiliscono la responsabilità di Ed, mettendo in scena il suo primo omicidio. Abbracciano così la teoria più cupa fra quelle circolate negli anni, dopo il decesso di Henry. Si tratta di una licenza narrativa che tradisce la prudenza del dato reale: non ci furono prove che Ed lo avesse ucciso, solo sospetti e contraddizioni. La serie, invece, sceglie la via del destino già scritto, rendendo Gein assassino prima ancora che profanatore di tombe. Questa ricostruzione familiare spinge lo spettatore verso una lettura psicanalitica forzata, dove tutto ruota attorno all’amore malato di Augusta e alla sottomissione di Ed. Tuttavia, nel tentativo di scavare nel trauma, la serie finisce per semplificare la realtà, ignorando che la follia di Gein fu un insieme di fattori, non un unico incesto emotivo.

Visioni e allucinazioni: Augusta Gein come il Dark Passenger di Dexter

Nonostante la sepoltura, Augusta Gein non muore mai davvero in Monster. La serie la trasforma in un’ombra costante, una presenza che accompagna il macellaio di Plainfield in ogni gesto, in ogni delirio. La voce della madre diventa quasi una seconda coscienza. È una scelta visiva potente, ma anche fuorviante.

Dopo l’arresto, Gein riferì di aver sentito a lungo la voce di Augusta dopo la sua morte ma non parlò mai di visioni. Con questa scelta narrativa, Murphy e Ian Brennan costruiscono l’intera stagione attraverso le allucinazioni del protagonista, trasformando la realtà in un flusso deformato. Fatti storici e deliri si mescolano fino a diventare indistinguibili. Il risultato è un racconto che somiglia più alla mente di Gein che alla sua storia. Lo spettatore si ritrova intrappolato nella sua psicosi, confuso, disorientato, senza più un confine tra verità e incubo.

La presenza costante di Augusta ricorda il “passeggero oscuro” di Dexter Morgan. Ma qui l’effetto non è quello di un alter ego. Augusta è un’epifania della colpa, una proiezione materna che guida e condanna. Questa prospettiva, pur interessante, finisce per ridurre la dimensione storica del racconto. Tutto ciò che Gein fa sembra accadere “nella sua testa”, svuotando la narrazione del peso reale dei suoi crimini. L’effetto è un estetismo della follia che confonde più di quanto illumini e rischia di assolvere il mostro, facendone una vittima dei propri fantasmi.

Adeline Watkins nella recensione su Monster: The Ed Gein Story

Uno dei nodi cruciali della stagione riguarda il personaggio di Adeline Watkins. La donna, realmente esistita, assume un ruolo che nella realtà non esisteva: diventa la “fidanzata” di Ed Gein, una figura centrale e quasi complice dei crimini.

Storicamente, non ci sono prove di una relazione sentimentale tra Gein e Watkins. La sua figura emerge solo marginalmente, come persona che conosceva il contesto sociale e lavorativo del protagonista. Murphy e Brennan scelgono di amplificarla, trasformando un personaggio a mala pena secondario in catalizzatore emotivo e narrativo. Il rischio di questa operazione è evidente: lo spettatore finisce per associare vittime e colpe attraverso lenti di fiction, alterando la percezione storica dei fatti.

Watkins, così ridefinita, diventa uno strumento per approfondire l’interiorità di Gein e creare tensione drammatica, ma il prezzo è alto. Non solo. La necessità di dare una storia d’amore al macellaio di Plainfield e di rivestire di normalità il suo quotidiano mi risulta incomprensibile. Questa scelta sposta l’attenzione dello spettatore dalle vittime reali di Gein a una sorta di romanticizzazione tossica che coinvolge un personaggio inventato o esagerato e palesemente disturbante.

Il rapporto tra Adeline e Gein, inoltre, spinge lo spettatore a provare una falsa empatia, che può confondere il pubblico meno informato, e trasforma la cronaca nera in dramma sentimentale, con effetti di mitizzazione del criminale.

In definitiva, Adeline Watkins nella serie non è tanto un personaggio, quanto un filtro emozionale: amplifica il dramma e rende più scorrevole la narrazione. Ma, spesso, appare più problematica e violenta dello stesso Gein. Sembra quasi che, anche in questo caso, Ryan Murphy e Ian Brennan abbiano usato questo personaggio come un espediente per intensificare l’umanità del protagonista.

Citazione

“Il CODIS non risolve i crimini: collega semplicemente le informazioni”.

– Monica Rockswold, esperta in biologia forense

Citazione

“Il CODIS non risolve i crimini: collega semplicemente le informazioni”.

– Monica Rockswold, esperta in biologia forense

Ilse Koch, pulp e mito nella recensione di Monster:The Ed Gein Story

Un altro aspetto importante in Monster è il collegamento tra Gein, Ilse Koch (la “strega di Büchenwald”) e il mondo pulp delle riviste horror degli anni ’50. Storicamente, non esistono prove concrete di un legame diretto con la Koch. Gein era ossessionato dal nazismo ma la connessione con la donna è quasi esclusivamente simbolica, basata su similitudini morbose e curiosità del pubblico. Murphy sfrutta questo richiamo per creare un effetto visivo e narrativo forte: rimandi alle immagini pulp, titoli sensazionali, scenografie cupe, strumenti che aumentano tensione e fascino morboso. La scelta rinforza la leggenda del “mostro” ma rischia di confondere cronaca e finzione, facendo apparire documentati elementi che, in realtà, sono invenzioni o amplificazioni drammatiche.

Ilse Koch è certamente una delle figure più discusse del nazismo. Nelle cronache, viene ricordata come “la strega o la cagna di Buchenwald”, un soprannome che racconta più la leggenda che la realtà. Le serie e i documentari che la ritraggono – spesso in chiave pulp – hanno amplificato la sua crudeltà. Ilse è l’archetipo della sadica nazista: elegante, sensuale, ossessionata dalla pelle tatuata dei prigionieri. Ma gran parte di ciò che si narra su di lei non ha conferme documentali. Durante il processo di Dachau e quello successivo a Weimar, le accuse di aver collezionato oggetti in pelle umana non furono mai provate. Eppure, l’immaginario collettivo ha scelto di crederci, spinto dall’orrore e dal bisogno di un volto femminile da odiare.

Spesso, Ilse Koch è rappresentata come incarnazione del sadismo femminile. La verità storica, però, parla di una donna brutale, complice dei crimini del marito, ma non di un’artista del macabro. La distanza tra verità e finzione è abissale. E interroga lo spettatore: quanto siamo disposti a sacrificare la realtà per la fascinazione del male? Nel caso di Ilse Koch, la risposta sembra chiara: troppo.

Sessualità e necrofilia: l'analisi critica nella recensione di Monster:The Ed Gein Story

Il corpo è sempre al centro della narrazione di Monster. La serie lo espone, lo seziona e lo erotizza, fino a farne il motore visivo dell’intera produzione. Già mei primi minuti del primo episodio, gli spettatori possono osservare Gein impegnato a praticare asfissia autoerotica mentre indossava la biancheria intima della madre. Appare, quindi, subito evidente che la sessualità sia il linguaggio con cui Murphy e Brennan traducono l’orrore, forzando lo spettatore versoun voyeurismo macabro e inquieto.

Le sequenze più esplicite – necrofile, masturbatorie o insinuate tra ricordi distorti come la relazione sessuale di Gein con la seconda vittima Bernice Worden – funzionano da specchio della psiche del protagonista. Ma oltre il primo impatto, l’effetto è ambivalente. Da un lato, mostrano la dissociazione e la confusione morale di Gein; dall’altro, finiscono per estetizzare la devianza.

Un punto controverso, poi, riguarda la necrofilia. Secondo i resoconti giudiziari e testimonianze d’epoca, Gein non ebbe mai rapporti sessuali con i cadaveri. “Puzzavano troppo”, diceva. Lo stesso perito, dottor George Arndt, escluse atti di necrofilia compiuta. Eppure, la serie ignora questo particolare, trasformando la sua ossessione in un gesto fisico, spettacolare, cinematografico. Talvolta, insistendo in modo morboso. L’intento è chiaro: scioccare ma anche trattenere lo sguardo, spettacolarizzando.

Dal punto di vista critico, è importante valutare il confine tra necessità narrativa e sensazionalismo. Le scene esplicite funzionano come effetto cinematografico e richiamo al pulp horror ma diventano pornografia della mente, più che racconto del crimine. Il rischio, però, è quello di trasformare un caso reale in spettacolo morboso. La mia opinione è che la serie avrebbe potuto trasmettere il terrore e la devianza di Gein senza alterare o inventare dettagli sessuali gratuiti e inutilmente macabri.

Vittime inventate: la recensione su Monster:The Ed Gein Story

Proseguendo con l’analisi dei dettagli inventati, una delle sequenze più controverse di Monster è quella dedicata a Evelyn Hartley, interpretata da Addison Rae. Nella serie, la giovane viene rapita, torturata e uccisa da Ed Gein in un crescendo di orrore visivo. Ma la realtà è diversa e molto più sfumata. Evelyn Hartley è esistita davvero. Era una ragazza di 14 anni scomparsa nel 1953 mentre faceva da babysitter a La Crosse, in Wisconsin. La città distava oltre due ore da Plainfield, dove Gein viveva.

Nel 1957, dopo l’arresto del “macellaio di Plainfield”, la polizia verificò ogni possibile collegamento ma Gein fu scagionato da qualunque coinvolgimento nel caso. La sua presunta responsabilità è quindi del tutto priva di fondamento storico. Questa riscrittura sembra quasi un ostinato tentativo di portare le vittime femminili di Ed Gein a tre per potergli attribuire, senza indugio, l’etichetta di serial killer. La classificazione, intatti, è ancora oggi alquanto controversa.

La scena in cui Gein colpisce Evelyn con un martello, poi, non compare in nessuna deposizione o rapporto ufficiale. È un evidente omaggio visivo a Non aprite quella porta, in cui l’assassino Leatherface – ispirato a Gein – colpisce le sue vittime nello stesso modo. Questa appropriazione di scene horror classiche funge anche da omaggio cinefilo ma accentua l’effetto spettacolare e rischia di glorificare il colpevole. Lo spettatore può percepire questi eventi come documentati, consolidando false memorie sul caso. Dal mio punto di vista, il problema principale non è solo l’invenzione di vittime ma il danno alla memoria delle persone realmente colpite. Anche in questo caso, la serie sacrifica accuratezza storica sull’altare dell’intrattenimento.

Ed Gein è davvero un serial killer?

Definire Ed Gein un “serial killer” è, tecnicamente, inesatto — almeno secondo la definizione classica elaborata dall’FBI negli anni ’70. Gein uccise due donne, Mary Hogan e Bernice Worden, ma non provava piacere sessuale nell’atto dell’omicidio né ripeteva il crimine per soddisfare impulsi sadici. Il suo movente era necrofilo e ossessivo: voleva ricostruire il corpo di sua madre e, con esso, un legame impossibile da recidere.

Harold Schechter, il principale biografo di Gein, lo descrive piuttosto come un “dissotterrato compulsivo con tendenze psicotiche” più che un assassino seriale.

Oggi, l’FBI sta rivedendo la definizione di “serial killer” per includere anche chi commette due omicidi distinti in tempi diversi, ma la distinzione rimane sostanziale: Gein non agiva per predazione o per dominio, bensì per deformazione affettiva. Chiamarlo “serial killer” è una semplificazione cinematografica che, come sottolinea Schechter, tradisce la complessità patologica del suo caso — e rischia di confondere la realtà con l’immaginario costruito da Hollywood.

Ed Gein è davvero un serial killer?

Definire Ed Gein un “serial killer” è, tecnicamente, inesatto — almeno secondo la definizione classica elaborata dall’FBI negli anni ’70. Gein uccise due donne, Mary Hogan e Bernice Worden, ma non provava piacere sessuale nell’atto dell’omicidio né ripeteva il crimine per soddisfare impulsi sadici. Il suo movente era necrofilo e ossessivo: voleva ricostruire il corpo di sua madre e, con esso, un legame impossibile da recidere.

Harold Schechter, il principale biografo di Gein, lo descrive piuttosto come un “dissotterrato compulsivo con tendenze psicotiche” più che un assassino seriale.

Oggi, l’FBI sta rivedendo la definizione di “serial killer” per includere anche chi commette due omicidi distinti in tempi diversi, ma la distinzione rimane sostanziale: Gein non agiva per predazione o per dominio, bensì per deformazione affettiva. Chiamarlo “serial killer” è una semplificazione cinematografica che, come sottolinea Schechter, tradisce la complessità patologica del suo caso — e rischia di confondere la realtà con l’immaginario costruito da Hollywood.

Cinema e omaggi: rallentamenti e glorificazioni

Come già dimostrato dalle scene con Evelyn Hartley, Monster: The Ed Gein Story è intrisa di riferimenti a film iconici come Psycho, Texas Chainsaw Massacre (Non aprite quella porta) e Silence of the Lambs (Il silenzio degli innocenti). Sono presenti molte sequenze che richiamano visivamente questi capolavori dell’horror. Questi omaggi hanno una doppia funzione: creano atmosfera e rendono omaggio alla storia del cinema. Al contempo, rischiano di trasformare Gein in un personaggio mitico più che reale.

Il rischio etico è chiaro: inserire il crimine in un contesto estetico o citazionista può generare empatia, glorificazione indiretta o curiosità morbosa verso chi ha commesso atti reali. I riferimenti cinefili, pur interessanti per chi conosce i film, rischiano di mascherare e sminuire la gravità dei crimini. Ne risulta un Gein mitizzato come se fosse un “eroe oscuro” del genere horror e filtrato attraverso la mitologia del cinema.

Il continuo riferimento cinematografico e i vari flashforward rallentano spesso la narrazione, concentrando l’attenzione su dettagli estetici e momenti iconici piuttosto che sui fatti. Inoltre, la rottura della “quarta parete” e i rimandi meta-cinematografici se, da un lato, aumentano il coinvolgimento emotivo dello spettatore dall’altro rafforzano l’aura di fascinazione intorno al colpevole. La rottura della quarta parete, poi, non mira soltanto ad attirare l’attenzione del pubblico. vuole anche trascinarlo in un gioco di colpa e fascinazione, condannandolo per il consumo di produzioni ad argomento true crime.

Follia e responsabilità: la rappresentazione della schizofrenia

Nel racconto di Monster: The Ed Gein Story, la follia diventa un filtro onnipresente. Ryan Murphy sceglie di rappresentare Gein come un uomo consumato da deliri, allucinazioni e voci materne, spingendo lo spettatore a interpretare ogni gesto come conseguenza di una mente spezzata.

Nella realtà, Ed Gein fu dichiarato non colpevole per infermità mentale durante il processo del 1968. I medici gli diagnosticarono una forma di schizofrenia paranoide. Per questo motivo, venne internato a vita prima presso il Central State Hospital e poi al Mendota State Hospital a Madison.

Tuttavia, gli esperti che lo esaminarono dopo l’arresto descrissero un soggetto lucido, capace di pianificare e occultare le proprie azioni. Una mente disturbata, sì, ma anche perfettamente in grado di comprendere il confine tra giusto e sbagliato. La serie concentra invece la diagnosi in un crescendo quasi mistico e ne amplifica i sintomi per effetto drammatico. Così, la malattia mentale diventa una spiegazione totale del male, sminuendo la complessità dei delitti che nascono anche da isolamento, misoginia e ossessione religiosa.

Attribuire tutto alla follia solleva lo spettatore da un interrogativo più scomodo: quanto di quel male è umano e non patologico? Il rischio è che la malattia diventi non uno strumento di comprensione ma una scusa narrativa e un’attenuante. Monster, del resto, sembra più interessato a scioccare che a capire.

La colpa che scompare: tra voci materne e giustificazioni necrofile

Uno dei tratti più inquietanti di Monster, è la progressiva dissoluzione della colpa individuale. La serie presenta l’origine dei crimini come una conseguenza inevitabile di traumi e allucinazioni, costruendo una catena di cause che sposta la responsabilità al di fuori dello stesso Gein.

Dopo la morte della madre, il protagonista inizia a dissotterrare cadaveri perché “sente la sua voce” che lo guida, quasi fosse una volontà ultraterrena, una chiamata impossibile da ignorare. La regia insiste su questa voce, su un dolore che diventa ossessione e, infine, comando. Non vediamo un assassino che sceglie: vediamo un figlio prigioniero, spinto da fantasmi, da un destino scritto da altri.

Anche la dimensione necrofila viene filtrata attraverso un racconto di rifiuto e compensazione. Dopo che Adeline respinge le avances di Gein, è lei stessa a consigliargli non solo di soddisfare i propri desideri sessuali con i cadaveri ma gli indica anche quale corpo dissotterrare.

In questo modo, la serie trasforma l’abiezione in conseguenza, la violenza in risposta, l’orrore in catarsi. È un meccanismo narrativo efficace ma eticamente pericoloso: umanizza il crimine fino a renderlo quasi inevitabile. E sposta la responsabilità dall’effettivo colpevole a terzi.

Il risultato è una rappresentazione che attenua la responsabilità e cerca nella follia un alibi estetico, come se ogni atrocità potesse essere compresa – e dunque perdonata – a patto di essere raccontata con la giusta dose di dolore.

L’ultimo episodio: il “padrino” dei serial killer

L’apice della folia (di produttori e sceneggiatori, non di Gein) viene raggiunto con il finale della terza stagione di Monsterin cui il protagonista viene trasformato in una sorta di “padrino dei serial killer”. Nell’ultimo episodio, intitolato appunto Il Padrino, Gein osserva, in una sorta di visione o di sogno, l’eredità del suo male. Ted Bundy, Richard Speck, Charles Manson, persino Ed Kemper lo acclamano mentre va incontro alla morte. È una trovata spettacolare… ma totalmente inventata. Non esistono prove che questi assassini si siano mai ispirati a Gein.

L’idea che Gein rappresenti l’archetipo del mostro americano è un’invenzione della cultura pop, alimentata dal cinema horror e da decenni di semplificazioni mediatiche. Murphy e Brennan scelgono di rendere Gein simbolo universale della devianza ma finiscono per costruire un altarino di mostri che si autocelebrano. È una scelta che ribalta la prospettiva: non più la società che giudica l’assassino ma l’assassino che diventa fiero fondatore di una genealogia del male. La scena è visivamente potente ma moralmente discutibile ed emotivamente disturbante.

Gein non “ha generato” nessuno. È stato, piuttosto, prodotto da un contesto di repressione, isolamento e fanatismo familiare. Attribuirgli una discendenza criminale significa trasformare un caso patologico in un mito fondativo, quasi eroico. Nel tentativo di dare profondità psicologica al racconto, Monster finisce per cedere al fascino del mito stesso. E il risultato è che la verità storica scompare sotto il peso della leggenda.

Produttori tra colpa narrativa e mercato del true crime

In Monster: The Story of Ed Gein, Ryan Murphy e Ian Brennan sembrano voler riflettere sulla natura del male ma finiscono per costruire un esperimento narrativo in cui la colpa non appartiene più al carnefice, bensì a chi guarda.

La serie pretende di condannare la morbosità del pubblico. Eppure, la sfrutta per sopravvivere. Ogni inquadratura, ogni dettaglio di necrofilia o violenza, serve a spingere lo spettatore dentro la mente dell’assassino, invitandolo a comprenderlo, persino a compatirlo, salvo poi colpevolizzare il pubblico per l’interesse verso il true crime. Questo è il vero cortocircuito morale di Monster: accusare i fan del genere di ciò che la regia alimenta consapevolmente.

Murphy e Brennan danno vita a una sorta di specchio etico deformante, dove chi guarda diventa complice e vittima insieme, in un rituale di voyeurismo travestito da introspezione. Non si indaga il trauma collettivo, né il dolore delle vittime o delle comunità ma solo la sofferenza del carnefice. Il risultato è una serie che simula la critica ma riproduce con eleganza ciò che finge di condannare. Lo spettatore viene invitato a sentirsi sporco mentre i produttori capitalizzano proprio quel disagio, trasformandolo in engagement, visualizzazioni e discussione social.

Monster non racconta solo Ed Gein: racconta noi. Racconta un pubblico che cerca di capire il male e finisce col nutrirlo.

Empatia forzata

I produttori di Monster hanno dichiarato che serial killer come Ted Bundy non avranno mai una stagione dedicata, perché “non interessanti” e privi di una psicologia valida da esplorare. Li definiscono semplicemente sadici.

Personalmente, trovo queste parole profondamente rivelatrici di un fraintendimento culturale e narrativo. Solo chi non ha davvero compreso la complessità dei serial killer può pensare che alcuni meritino empatia e altri no. In realtà, nessun assassino dovrebbe mai essere giustificato, né raccontato con indulgenza.

Il male non è inevitabile. Uccidere è una scelta. E cedere all’oscurità non è mai l’unica via possibile. Ridurre figure come Bundy o altri a “sadici senz’anima” significa rinunciare a capire la radice del male: non per assolverlo ma per riconoscerlo e prevenirlo. Quando ci sono eccessi di sadismo o devianze sessuali estreme, la frattura interiore è tanto più profonda quanto lo è l’atrocità dei crimini commessi. Analizzarne le dinamiche psicologiche non è morbosità: è necessità.

E, poi, quale sarebbe la differenza tra Ted Bundy e Jeffrey Dahmer? Perché è stato accettabile ripulire l’immagine di un assassino cannibale che macellava corpi e iniettava acido nei cervelli delle sue vittime mentre non lo sarebbe per Bundy?

Quando, tempo fa, ho visto Dahmer mi era piaciuto. Molto, anche. Il Dahmer di Evan Peters era eccezionale. Ma la serie mi aveva anche inquietato. Episodio dopo episodio, ho provato empatia per un assassino che non ne merita. E mi sono sentita a disagio. Nonostante conoscessi bene la storia del cannibale di Milwaukee, mi è servito tempo per separare la realtà storica da una rappresentazione televisiva eccessivamente romantizzata.

Con Ed Gein ero preparata, ma il risultato mi ha turbata ancora di più. In questo terzo capitolo, non c’è accuratezza, non c’è delicatezza, non c’è umanità. Tutti si trasformano in mostri, mentre l’unico vero mostro viene continuamente giustificato.

Conclusioni della recensione su Monster:The Ed Gein Story

Siamo (finalmente) arrivati alla fine della recensione su Monster: The Ed Gein Story. La stagionei presenta come un’indagine psicologica ma finisce per essere un esercizio di estetizzazione del male. Ryan Murphy e Ian Brennan, ancora una volta, trasformano un caso di cronaca brutale in un dramma interiore che, pur dichiarando di voler esplorare il trauma, finisce per normalizzarlo.

Nel tentativo di “comprendere” il mostro, la serie smarrisce il senso del limite: distorce i fatti, inventa vittime, attenua colpe. E, nel farlo, dimentica chi non ha più voce. Le vere vittime – Bernice Worden, Mary Hogan e le donne i cui corpi furono profanati – restano sullo sfondo, sacrificate in nome di una spettacolarizzazione eccessiva. Non è solo una questione di accuratezza ma di responsabilità narrativa.

Il true crime, quando si allontana dal rigore dei fatti, cessa di essere memoria e diventa intrattenimento perverso. Ogni volta che una serie spinge lo spettatore a compatire l’assassino, a giustificarlo o a sentirsi in colpa per la visione, perde la sua funzione etica.

Il caso Gein non aveva bisogno di nuove giustificazioni. Aveva bisogno di contesto, di storia, di rispetto. Ricordare non significa mai assolvere. Ricordare significa restituire dignità a chi non può più difendersi.

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