Da Ted Bundy a Richard Speck, Ed Gein ha davvero ispirato altri serial killer? Le verità riscritte da Monster

L’episodio finale di Monster riscrive la realtà e alimenta il dubbio: Ed Gein ha davvero ispirato altri serial killer?

Foto di Moreno Matković su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

Monster rappresenta Ed Gein come il modello criminale al quale si ispirano serial killer e assassini come Ted Bundy e Richard Speck. Ma quanto c’è di vero in questa narrazione?

Tempo di lettura 10 minuti

Con l’uscita della terza stagione di Monster: The Ed Gein Story, Netflix propone una visione sorprendente e controversa. Ed Gein non è più soltanto il “macellaio di Plainfield”: viene rappresentato come precursore e modello di figure criminali successive come Ted Bundy o Richard Speck. La serie costruisce collegamenti diretti tra personaggi che, nella realtà, non ebbero mai contatti né mostrarono ammirazione reciproca.

Con questo articolo, voglio esaminare le discrepanze tra fiction e realtà, l’impatto mediatico e culturale che ha avuto la figura di Gein e il modo in cui Monster ha amplificato il mito del macellaio, attribuendogli un’influenza che non ha mai avuto. In questo modo, la serie crea certamente una narrazione accattivante ma del tutto fuorviante.

La narrazione di Monster: Ed Gein ha ispirato altri serial killer?

L’episodio finale della serie si apre con una sequenza dedicata a Ted Bundy. Il killer, fingendo di avere un braccio rotto, adesca una giovane donna, la rapisce e la conduce in un bosco insieme a un’altra vittima. Dopo averle violentate e uccise, il killer torna sul luogo del delitto per compiere atti di necrofilia.

Parallelamente, gli agenti dell’FBI John Douglas e Robert Ressler cercano di delinearne il profilo di Bundy. Dopo un inutile colloquio con Jerry Brudos, decidono di incontrare Ed Gein, internato ormai da anni in manicomio. In Monster, questo dialogo assume un tono quasi mistico. Gein fornisce agli agenti informazioni decisive e contribuendo simbolicamente alla sua cattura.

Più avanti, Richard Speck, condannato per il massacro di otto infermiere, dichiara di essersi ispirato a Gein con le sue uccisioni. Lo definisce, inoltre, un genio per aver “finto la pazzia” e per aver ottenuto il ricovero invece della prigione. Nella serie, gli scrive lettere e gli invia fotografie del suo corpo modificato ormonalmente. In una di queste lettere, Speck gli mostra anche un messaggio ricevuto da un certo “Teddie”, ossia Bundy, che avrebbe ammesso di essere a sua volta un suo emulatore. Gein, leggendo la corrispondenza, contatta le autorità e contribuisce – nella finzione – all’arresto del celebre serial killer.

 

Le licenze narrative di Monster e le discrepanze con la realtà

Le sequenze più spettacolari dell’episodio finale appartengono completamente alla sfera della fiction.

Nella realtà, Ed Gein non collaborò mai con l’FBI né venne interpellato da Douglas o Ressler. Non esistono prove o testimonianze di contatti, diretti o indiretti, con altri assassini come Bundy o Speck. Quest’ultimo, pur avendo commesso un crimine efferato nel 1966, non lasciò mai dichiarazioni in cui dicesse di aver avuto come modello Gein.

La serie, tuttavia, fonde elementi autentici – i crimini di Gein e di Speck – con invenzioni narrative per creare una catena di influenza immaginaria. La lettera spedita a Gein e il successivo arresto di Bundy sono espedienti drammatici, costruiti per rappresentare Gein come il “capostipite” del male moderno.

L’episodio, poi, si chiude con la morte di Gein preceduta da una sequenza onirica girata in un corridoio del manicomio in cui si trova. La scena è dominata da infermiere, dottori e serial killer come Ed Kemper, Charles Manson, Jerry Brudos e l’assassino Richard Speck che lo acclamano per i suoi crimini. Le immagini richiamano la scena finale dell’episodio 12 della prima stagione di Dexter, in cui il protagonista immagina di essere celebrato come un eroe da colleghi e cittadini dopo aver eliminato il fratello Brian Moser, meglio noto come “killer del camion frigo”. Anche in questo caso, la serie trasforma Gein in un’icona dell’orrore, proiettando la sua figura in una dimensione mitologica più che criminale.

 

Ed Gein nella cultura pop e l’influenza simbolica

I crimini di Ed Gein hanno rapidamente oltrepassato la cronaca nera, trasformandolo in un’icona culturale dell’orrore domestico. La sua vicenda ha fornito materiale narrativo che ha plasmato l’immaginario collettivo sul serial killer “dalla porta accanto”: un uomo apparentemente normale che nasconde un mostro dietro la facciata della quotidianità. Dettagli come la necrofilia, il riciclo di corpi umani e l’ossessione per la madre hanno dato forma a simboli universali di paura e curiosità morbosa, ripresi e reinterpretati in libri, film e serie TV ma spesso separati dalla realtà dei fatti.

La distinzione tra icona culturale e modello criminale reale è cruciale. Gein, nella vita, rimase un contadino solitario e disturbato, con crimini limitati nel tempo e nello spazio, senza legami diretti con i killer successivi. Tuttavia, il mitocostruito intorno a lui ha alimentato un tipo di narrativa dove l’orrore quotidiano diventa spettacolo, contribuendo a codificare archetipi ricorrenti: la casa come luogo di terrore, il volto banale dietro cui si cela la follia, l’attrazione morbosa per la morte e i cadaveri.

In breve, l’influenza di Gein non risiede tanto nella trasmissione diretta di tecniche criminali quanto nella capacità dei suoi crimini di ispirare una percezione collettiva di terrore. L’orrore evocato da Gein continua a influenzare la cultura pop, consacrandolo come un simbolo di follia domestica piuttosto che in un modello criminale reale.

Tra mito e realtà: Ed Gein ha davvero ispirato altri serial killer?

In conclusione, Ed Gein ha davvero ispirato altri serial killer? La vicenda del macellaio di Plainfield, così come rappresentata nella terza stagione di Monster, evidenzia quanto la narrativa televisiva possa distorcere la percezione dei fatti storici. L’episodio finale suggerisce un legame diretto tra Gein e figure come Ted Bundy o Richard Speck, trasformando il contadino solitario del Wisconsin in un modello per serial killer successivi. La realtà, tuttavia, è ben diversa. Non esistono prove che Gein abbia mai ispirato direttamente altri assassini, né che vi sia stato alcun contatto o influenza consapevole. La fiction utilizza questi riferimenti per aumentare la drammaticità ma il risultato è una narrazione che mescola eventi documentati con invenzioni volte a consolidare un mito collettivo.

Questo confronto tra mito e realtà mette in luce una dinamica più ampia. La cultura pop tende a creare icone dall’orrore reale, enfatizzando simboli e archetipi piuttosto che trasmettere modelli comportamentali concreti. La figura di Gein, con le sue ossessioni e i suoi crimini, diventa così un simbolo della violenza nascosta dietro la quotidianità, un archetipo dell’orrore domestico e psicologico. La rappresentazione mediatica amplifica e spettacolarizza, spesso a scapito della precisione storica, contribuendo a costruire una memoria collettiva che privilegia la leggenda rispetto alla realtà.

La lezione principale è quindi duplice. Da un lato, Gein non deve essere considerato un modello replicabile per altri criminali mentre, dall’altro, la sua storia dimostra il potere della narrativa e dei media nel creare figure iconiche, capaci di incarnare paure universali. La distinzione tra mito e fatti rimane essenziale per comprendere come l’orrore venga codificato culturalmente, influenzando l’immaginario collettivo senza trasmettere comportamenti reali.

L’influenza comportamentale indiretta

Alcuni studiosi di criminologia (es. Harold Schechter, Deviant: The Shocking True Story of Ed Gein, 1989) hanno notato che dopo il caso Gein, negli Stati Uniti aumentò la fascinazione per la manipolazione del corpo umano e per il “souvenirismo” criminale (cioè il prelevare oggetti o parti delle vittime).

Non perché Gein avesse “ispirato” gli altri ma perché la sua storia aveva aperto una nuova via nella rappresentazione del mostro: l’assassino che, piuttosto che per soldi o rabbia, agisce per rituale e simbolismo privato.

Da lì, molti criminali successivi (come Jeffrey Dahmer o Dennis Nilsen) hanno mostrato dinamiche psicologiche simili: non perché imitassero Gein ma perché rientravano nello stesso schema patologico, ormai “modellizzato” anche mediaticamente.

L’influenza comportamentale indiretta

Alcuni studiosi di criminologia (es. Harold Schechter, Deviant: The Shocking True Story of Ed Gein, 1989) hanno notato che dopo il caso Gein, negli Stati Uniti aumentò la fascinazione per la manipolazione del corpo umano e per il “souvenirismo” criminale (cioè il prelevare oggetti o parti delle vittime).

Non perché Gein avesse “ispirato” gli altri ma perché la sua storia aveva aperto una nuova via nella rappresentazione del mostro: l’assassino che, piuttosto che per soldi o rabbia, agisce per rituale e simbolismo privato.

Da lì, molti criminali successivi (come Jeffrey Dahmer o Dennis Nilsen) hanno mostrato dinamiche psicologiche simili: non perché imitassero Gein ma perché rientravano nello stesso schema patologico, ormai “modellizzato” anche mediaticamente.

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