Voci spezzate nel silenzio di Plainfield: le vere vittime di Ed Gein

Dietro l’orrore di Ed Gein ci sono volti dimenticati. Chi erano le vere vittime del macellaio di Plainfield e quali erano le loro storie?

Foto di Jacob McGowin su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

Dietro l’orrore di Ed Gein ci sono volti dimenticati. Chi erano le vere vittime del macellaio di Plainfield e quali erano le loro storie?

Tempo di lettura 13 minuti

Nel nome di Ed Gein, il “macellaio di Plainfield”, la storia ha trovato uno dei suoi mostri più inquietanti e famigerati. Ma, dietro la sua leggenda di follia e orrore, ci sono vittime reali, dimenticate e fagocitate dal mito della violenza. Erano donne che vivevano in quella stessa piccola comunità del Wisconsin in cui Gein si abbandonò alla forma più estrema delle sue tendenze feticiste, ginefile e necrofile. Donne che, loro malgrado, sono diventate simboli involontari della crudeltà umana.

In questo articolo, vengono ricordare le vittime accertate e presunte di Ed Gein, ripercorrendo le loro storie fino al giorno in cui ebbero la sfortuna di guardare negli occhi il male.

Chi erano le vere vittime di Ed Gein: nomi e storie

Mary Hogan: la prima scomparsa

Nel 1954, Mary Hogan era una donna di 51 anni, di origini tedesche, che gestiva una piccola taverna a Pine Grove, poco fuori Plainfield. Nota per il suo carattere vivace e il linguaggio colorito, era una presenza forte in una comunità rurale dominata da silenzi e convenzioni. Il suo carattere spumeggiante rallegrava abitanti e viaggiatori di passaggio. O, almeno, fu così fino all’8 dicembre 1954. In quel giorno freddo di dicembre, la sua taverna fu trovata deserta. Sul pavimento, vennero rinvenuti una grossa pozza di sangue e un bossolo di pistola calibro .32. Da allora, di Mary non si ebbero mai più notizie.

Per anni, la scomparsa rimase un mistero. Nessuno avrebbe sospettato che la sparizione fosse opera dal tranquillo e solitario Ed Gein. Il macellaio di Plainfield era un cliente abituale del locale, che spesso sedeva al bancone osservando Mary in silenzio. Tre anni dopo, quando la polizia perquisì la sua fattoria nel 1957, in seguito all’omicidio di Bernice Worden, trovò svariati resti umani nel casolare dei Gein. Tra questi vi erano anche parti del corpo di Mary, riconosciute tramite prove dentarie.

La scoperta rivelò un dettaglio agghiacciante. La donna – che molti ricordavano per la sua risata fragorosa e il suo spirito indipendente – era diventata, per Gein, un simbolo della femminilità da dominare e possedere. L’assassinio di Mary Hogan segna così l’inizio di una deriva psicologica in cui l’odio, la paura e il desiderio di appropriazione del femminile si confondono.

Nella memoria collettiva, Mary è spesso ricordata come la “prima vittima” di Gein. Ma dietro questa definizione c’era una vita vera. C’era una donna che aveva costruito da sola la propria indipendenza in un contesto ostile e che meritava di essere ricordata per la sua forza, non per la violenza che l’ha cancellata.

Bernice Worden: la seconda tra le vittime di Ed Gein

Nel 1957, Bernice Worden era una donna di 58 anni, conosciuta e rispettata nella piccola comunità di Plainfield. Gestiva il negozio di ferramenta del paese e la sua vita procedeva pressoché tranquilla fino a quando, nel novembre di quell’anno, scomparve improvvisamente. La sua scomparsa venner rapidamente scoperta dal figlio Frank, vicesceriffo locale.  La mattina del 16 novembre, infatti, Frank entrò nel negozio della madre e notò diversi dettagli allarmanti. Trovò il registratore di cassa aperto, tracce di sangue sul pavimento e una ricevuta intestata a Ed Gein per un gallone di antigelo.

L’arresto di Gein avvenne poche ore dopo. Durante la perquisizione della sua fattoria, gli investigatori scoprirono il corpo di Bernice, mutilato e appeso a testa in giù nel capanno come un animale. Era stata uccisa con un colpo di fucile. La scena, oggi tornata tristemente famosa dalla serie Monster: The Ed Gein Story, divenne la prova definitiva della colpevolezza di Gein. Presto, tuttavia, emerse che l’omicidio di Bernice Worden era solo la punta dell’iceberg rispetto ai crimini commessi dal macellaio di Planfield. Il ritrovamento del corpo della donna segnò l’origine di un orrore che avrebbe travalicato i confini della cronaca nera americana e internazionale.

Ma Bernice non è un simbolo o una vittima inconsapevole. Era una donna indipendente, una madre, una commerciante, una figura di riferimento in un paese di poche centinaia di abitanti. Il suo nome merita di essere ricordato non per il modo in cui morì ma per la vita che conduceva prima di essere trasformata, suo malgrado, in un’icona del male altrui.

Citazione

“Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa”.

– William Shakespeare

Citazione

“Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa”.

– William Shakespeare

Le vittime presunte di Ed Gein: tra mito e leggenda

Oltre agli omicidi accertati di Mary Hogan e Bernice Worden, il nome di Ed Gein emerse anche in relazione a una serie di scomparse misteriose avvenute in Wisconsin tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta.

La scoperta dei resti umani nella sua fattoria spinse gli investigatori a riconsiderare numerosi casi irrisolti nella zona di Plainfield. Sebbene Gein abbia sempre negato il suo coinvolgimento e sia stato escluso formalmente tramite test del poligrafo, il sospetto rimane. Le coincidenze geografiche, le date e i dettagli delle sparizioni delineano un’ombra che ancora oggi divide criminologi e storici.

Queste presunte vittime rappresentano il confine sottile tra il mito del “macellaio di Plainfield” e la realtà documentata dei suoi crimini.

Georgia Jean Weckler: la più giovane tra le vittime di Ed Gein?

Georgia Jean Weckler scomparve il 1° maggio 1947, a soli otto anni, nei pressi della sua abitazione a Fort Atkinson. Era stata accompagnata a casa da scuola da un vicino, che la lasciò in prossimità del vialetto che portava alla fattoria di famiglia. La bambina fu vista per l’ultima volta mentre apriva la cassetta della posta. Da quel momento, di lei non si seppe più nulla.

Alcuni testimoni riferirono di aver notato, quel pomeriggio, un’auto nera simile a una Ford del 1936 con un faro laterale grigio. Si trattava di un modello quasi identico alla Ford del 1937 di proprietà di Ed Gein. Tuttavia, nessuna prova concreta collegò l’uomo alla scomparsa.

Il caso Weckler rimane uno dei più enigmatici della storia del Wisconsin. Una bambina svanita nel nulla, in una comunità rurale che, anni dopo, avrebbe scoperto l’orrore nascosto dietro le porte di una casa apparentemente innocua.

Victor Harold Travis e Raymond Burgess

Victor Harold Travis, 42 anni, residente nella contea di Adams, scomparve il 1° novembre 1952 insieme a un amico, Raymond Burgess. I due erano usciti per una battuta di caccia e si erano fermati per ore al bar Mac’s di Plainfield. Alle 19 circa, lasciarono il locale e, da quel momento, nessuno li vide più.

Le indagini indicarono che i due uomini stavano cacciando su un terreno confinante con la proprietà di Gein, un fatto che attirò l’attenzione della polizia dopo il suo arresto. Tuttavia, le autorità non rivennero mai né i loro corpi né l’automobile con cui si erano allontanati.

Alcuni abitanti di Plainfield riferirono che Gein fosse visibilmente infastidito dalla presenza di cacciatori vicino alla sua fattoria. Nonostante questo, nessuna prova lo collegò formalmente alla scomparsa.

Il mistero di Travis e Burgess resta un caso irrisolto che, per anni, ha alimentato la leggenda dell’uomo che viveva in mezzo ai campi, circondato da silenzi troppo profondi per non nascondere qualcosa.

Evelyn Grace Hartley

Il 24 ottobre 1953, Evelyn Grace Hartley, 14 anni, scomparve mentre stava facendo da babysitter nella città di La Crosse. Il padre, preoccupato per il silenzio della figlia, si recò presso l’abitazione nella quale avrebbe dovuto trovarsi. La porta era chiusa ma all’interno la scena era inquietante. I mobili erano spostati, i libri erano sparpagliati a terra, c’era un vetro frantumato e un paio di occhiali rotti mentre le scarpe di Evelyn si trovavano in stanze diverse.

Nonostante una massiccia ricerca e la mobilitazione di centinaia di volontari, la ragazza non fu mai ritrovata. Quando, quattro anni dopo, Ed Gein fu arrestato, venne interrogato anche sulla scomparsa di Evelyn. Passò due test del poligrafo e non emerse alcun indizio che lo collegasse alla giovane.

Eppure, l’immaginario collettivo ha continuato ad associare il nome di Evelyn a quello di Gein: due vite spezzate nello stesso Wisconsin rurale, due destini uniti da una paura che supera i confini della prova materiale.

James Walsh

Nel giugno 1954, scomparve James Walsh, 32 anni, un vicino di Ed Gein. Dopo la sparizione, Gein iniziò a frequentare la moglie dell’uomo, aiutandola nei lavori domestici e nelle faccende della fattoria. Questa vicinanza sollevò più di un sospetto tra gli abitanti della zona, che lo consideravano già una figura eccentrica e disturbante.

Il corpo di Walsh non fu mai ritrovato e la polizia non poté stabilire alcun legame diretto con Gein. Tuttavia, l’interesse quasi morboso dell’uomo nei confronti della vedova alimentò le voci su un possibile movente di gelosia o di sostituzione simbolica.

Il caso Walsh, come gli altri, fu archiviato per mancanza di prove. Ma il suo nome resta inciso tra quelli che hanno contribuito a costruire la leggenda di Plainfield: un luogo in cui la realtà e l’incubo si confondono e in cui ogni scomparsa sembra parlare di un’ossessione che non ha mai avuto un volto pienamente umano.

Approfondimento psicologico

La figura di Ed Gein è diventata un caso di studio nei manuali di criminologia per la sua dimensione psicopatologica unica.

Secondo gli psichiatri che lo analizzarono, Gein manifestava una forma grave di psicosi con elementi di necrofilia e disturbo dell’identità di genere, uniti a una dipendenza patologica dalla figura materna. Il suo comportamento era mosso da un tentativo di “ricreare” la madre attraverso la manipolazione dei corpi femminili, in un delirio di sostituzione e controllo.

Da un punto di vista clinico, Gein non può essere compreso come un serial killer “ordinario”: la sua violenza non nasceva da piacere o potere ma da un delirio allucinatorio che lo collocava a metà tra la follia e il simbolismo rituale.

Oggi il suo caso continua a essere dibattuto da psicologi e criminologi: dove finisce la malattia e dove inizia la costruzione culturale del “mostro”?

Approfondimento psicologico

La figura di Ed Gein è diventata un caso di studio nei manuali di criminologia per la sua dimensione psicopatologica unica.

Secondo gli psichiatri che lo analizzarono, Gein manifestava una forma grave di psicosi con elementi di necrofilia e disturbo dell’identità di genere, uniti a una dipendenza patologica dalla figura materna. Il suo comportamento era mosso da un tentativo di “ricreare” la madre attraverso la manipolazione dei corpi femminili, in un delirio di sostituzione e controllo.

Da un punto di vista clinico, Gein non può essere compreso come un serial killer “ordinario”: la sua violenza non nasceva da piacere o potere ma da un delirio allucinatorio che lo collocava a metà tra la follia e il simbolismo rituale.

Oggi il suo caso continua a essere dibattuto da psicologi e criminologi: dove finisce la malattia e dove inizia la costruzione culturale del “mostro”?

Ed Gein e le sue vittime tra mito, malattia e simbolo dell’horror americano

Dopo l’arresto di Ed Gein nel 1957, l’America rurale dovette guardarsi allo specchio. Quell’uomo timido e solitario, apparentemente innocuo, rivelò un abisso che superava la comprensione collettiva. Non solo assassino, ma profanatore di corpi. Gein trasformò la sua casa in una scenografia dell’orrore, dando forma fisica alle sue ossessioni e al culto distorto della madre.

Con il passare dei decenni, la cronaca lasciò spazio al mito. Gein divenne l’archetipo del mostro americano, ispirando film, romanzi e serie che rielaborarono il suo delirio in chiave simbolica. Ma, in questa trasfigurazione narrativa, spesso le sue vittime reali – donne vere, con un nome e una storia – finirono nell’ombra, cancellate da una mitologia che ha premiato il carnefice.

Ricordarle significa rimettere in prospettiva l’orrore e cancellare quell’aura di fascinazione che accompagna la storia del “macellaio di Plainfield”. Ricordarle serve a riportare il male alla sua dimensione umana e a rammentare che, dietro ogni leggenda nera, ci sono vite spezzate e silenzi impossibili da colmare.

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