Foto di Jens Riesenberg su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).
Dai deliri di Hinckley a Dahmer, fino a Lorena Bobbitt: dieci casi in cui la difesa per infermità mentale ha messo in dubbio il verdetto della giuria.
La difesa per infermità mentale è una delle strategie più controverse nella storia della giustizia penale. Da secoli, tribunali di tutto il mondo si interrogano su dove finisca la responsabilità individuale e inizi la follia. In alcuni casi, l’infermità mentale ha salvato gli imputati da una condanna; in altri, è stata rigettata con decisione, segnando un destino diverso. Dai deliri ossessivi di personaggi come John Hinckley Jr. all’orrore freddo e lucido di serial killer come Jeffrey Dahmer, dai traumi per abusi sessuali di Lorena Bobbitt fino alle drammatiche cronache italiane, ecco dieci casi di difesa per infermità mentale che raccontano come la giurisprudenza cerchi ancora di definire i confini tra sanità mentale e colpa.
Il 30 marzo 1981, davanti all’hotel Hilton di Washington, John Hinckley Jr. sparò sei colpi contro il presidente Ronald Reagan, ferendolo gravemente insieme al segretario di stampa James Brady e a due agenti. L’attentatore, venticinquenne figlio di un ricco uomo d’affari, agì per un delirio ossessivo: voleva attirare l’attenzione dell’attrice Jodie Foster, di cui era morbosamente innamorato dopo averla vista nel film Taxi Driver. Al processo, la difesa sostenne che Hinckley soffrisse di schizofrenia e depressione psicotica e che fosse convinto di poter conquistare Foster compiendo un atto “eroico”. La giuria accolse la difesa per infermità mentale, giudicandolo non colpevole. Hinckley venne internato in un ospedale psichiatrico federale, dove rimase per oltre trent’anni, prima di ottenere una libertà vigilata nel 2016.
Il verdetto scatenò un’ondata di indignazione negli Stati Uniti. Molti ritenevano inaccettabile che un uomo che aveva sparato al presidente potesse essere assolto. Il caso divenne un punto di svolta nella giurisprudenza americana. Il Congresso modificò la legge federale, restringendo la possibilità di invocare l’infermità mentale e imponendo l’onere della prova alla difesa. Da allora, il nome di Hinckley è diventato sinonimo dei limiti e dei rischi connessi all’uso della follia nei tribunali.
Quando la polizia entrò nell’appartamento di Jeffrey Dahmer, il 22 luglio 1991, trovò un orrore indicibile: resti umani, fotografie dei corpi mutilati, strumenti di dissezione e un frigorifero pieno di parti anatomiche. Tra il 1978 e il 1991, Dahmer aveva ucciso diciassette giovani uomini, spesso adescati nei bar gay di Milwaukee. Li drogava, li strangolava e ne conservava i corpi in pose rituali. Durante il processo, la difesa sostenne che Dahmer soffrisse di un grave disturbo mentale e invocò la difesa per infermità mentale, descrivendolo come un uomo incapace di distinguere il bene dal male, dominato da impulsi necrofili e cannibalistici.
La giuria respinse la tesi psichiatrica. Dahmer fu riconosciuto pienamente responsabile dei suoi atti e condannato a quindici ergastoli consecutivi. Nonostante le diagnosi di disturbo borderline e schizotipico, la corte stabilì che fosse lucido, metodico e consapevole della natura criminale dei suoi gesti.
Il caso divenne uno dei più controversi della storia giudiziaria americana nonché uno dei più famosi casi di difesa per infermità mentale. Molti si chiesero se l’orrore potesse davvero essere il frutto di una mente “malata” o piuttosto di un male lucido e razionale. Nel 1994, Dahmer fu ucciso in carcere da un altro detenuto.
Nella notte del 23 giugno 1993, Lorena Bobbitt, una giovane immigrata ecuadoriana di 24 anni, recise con un coltello il pene del marito John Wayne Bobbitt mentre dormiva, dopo anni di presunti abusi fisici e sessuali. Il gesto, compiuto in un improvviso scatto di rabbia e disperazione, divenne immediatamente un caso mediatico mondiale, alimentando un dibattito acceso su violenza domestica, sessualità e giustizia.
Al processo, la difesa presentò Lorena come una vittima traumatizzata da anni di maltrattamenti e violenze ripetute. Gli psichiatri parlarono di “disturbo da stress post-traumatico” e di un temporaneo stato di follia dovuto alla paura e all’umiliazione accumulata. Invocando la difesa per infermità mentale, gli avvocati sostennero che la donna non fosse in grado di controllare le proprie azioni al momento del gesto.
La giuria la giudicò non colpevole per infermità mentale temporanea, disponendo il suo ricovero per 45 giorni in un ospedale psichiatrico. Dopo il rilascio, Lorena cercò di ricostruirsi una vita lontano dai riflettori mentre l’ex marito tentò senza successo una carriera nel cinema pornografico. Il caso Bobbitt segnò un passaggio cruciale nella percezione pubblica della violenza di genere, trasformando una vicenda privata in un emblema della rabbia repressa di molte donne abusate.
Uno dei casi più noti di difesa per infermità mentale negli Stati Uniti vede protagonista Andrea Yates. Il 20 giugno 2001, a Houston, Yates, madre di cinque bambini, annegò i suoi figli uno dopo l’altro nella vasca da bagno della loro casa. Quando la polizia arrivò, la donna confessò con una calma glaciale, spiegando di voler “salvare i figli dall’inferno”. Soffriva da anni di depressione post-partum e psicosi puerperale ma le cure erano state interrotte pochi giorni prima della tragedia.
Durante il processo, la difesa sostenne che Yates fosse incapace di intendere e di volere, convinta che Dio le avesse ordinato di uccidere i figli per liberarli dal peccato. Venne invocata la difesa per infermità mentale, supportata da numerosi psichiatri che diagnosticarono una grave psicosi. Nel 2002, però, la giuria la giudicò colpevole di omicidio e la condannò all’ergastolo, rifiutando la tesi dell’infermità.
Due anni dopo, emersero errori nella testimonianza di un perito e il processo venne riaperto. Nel 2006 Andrea Yates fu riconosciuta non colpevole per infermità mentale e internata in un ospedale psichiatrico, dove vive tuttora. Il caso suscitò un vasto dibattito sul confine tra malattia mentale e responsabilità penale, oltre che sulla vulnerabilità psicologica delle madri affette da disturbi post-partum.
Il 24 novembre 1963, due giorni dopo l’omicidio del presidente John F. Kennedy, il mondo assistette in diretta televisiva a un nuovo colpo di scena. Jack Ruby, proprietario di un nightclub di Dallas, sparò a bruciapelo a Lee Harvey Oswald, l’assassino del presidente. La scena, trasmessa in mondovisione, scatenò un’immediata ondata di emozione collettiva. Ruby venne arrestato sul posto mentre gridava di aver voluto vendicare Jackie Kennedy.
Durante il processo, la difesa cercò di dimostrare che Ruby avesse agito in preda a un impulso incontrollabile e a uno stato di “epilessia psicomotoria”, invocando la difesa per infermità mentale. Gli avvocati descrissero un uomo emotivamente instabile, sconvolto dagli eventi e dalla compassione per la first lady. Tuttavia, la giuria respinse la tesi. Ruby fu giudicato colpevole di omicidio volontario e condannato a morte.
Il caso rimase controverso anche dopo, poiché numerosi esperti misero in dubbio la sua sanità mentale e denunciarono irregolarità processuali. Nel 1966, la sentenza venne annullata per vizi procedurali. Ruby morì l’anno seguente, malato di cancro, prima di essere nuovamente processato. La sua vicenda rappresenta uno dei casi più controversi di difesa per infermità mentale e resta una delle più enigmatiche dell’era post-Kennedy: un uomo consumato dal trauma nazionale, sospeso tra giustizia e follia.
Nel 1843, Daniel M’Naghten, un tipografo scozzese affetto da grave paranoia, tentò di uccidere il primo ministro britannico Sir Robert Peel ma per errore assassinò Edward Drummond, segretario di Peel. M’Naghten era convinto che il governo lo perseguitasse e che la sua vita fosse in pericolo. Viveva immerso in deliri persecutori e in una realtà distorta dalla follia. Al processo, la difesa invocò la difesa per infermità mentale, sostenendo che l’imputato non fosse in grado di distinguere il bene dal male al momento dell’atto.
La giuria accolse la tesi, giudicando M’Naghten non colpevole a causa della follia. La sentenza scatenò un acceso dibattito nel Parlamento britannico e nell’opinione pubblica. L’idea che un omicidio potesse rimanere impunito per motivi di psiche disturbata risultava sconcertante. Da questo caso nacque la celebre M’Naghten Rule, il criterio che ancora oggi influenza molti sistemi giudiziari. Per dichiarare un imputato non colpevole per infermità mentale, bisogna dimostrare che non sapeva ciò che faceva o che non riconosceva la natura del suo atto come sbagliato.
Il caso M’Naghten, tra i primi casi di difesa per infermità mentale, è diventato un riferimento storico per comprendere il delicato equilibrio tra malattia mentale e responsabilità penale. La vicenda mise in evidenza quanto la giustizia cerchi da sempre di tracciare il confine tra follia e volontà cosciente, tra impulso incontrollabile e deliberata scelta criminale.
Nel 1984, il caso R v. Sullivan segnò un precedente cruciale nella giurisprudenza britannica riguardo alla responsabilità penale e alla malattia mentale. Durante una crisi epilettica, l’imputato colpì violentemente un amico con un bastone, provocandogli gravi ferite. Al risveglio, non ricordava nulla e appariva totalmente incapace di comprendere il danno causato. La difesa sostenne che si trattasse di un automatismo privo di coscienza, chiedendo l’applicazione della difesa per infermità mentale. L’episodio veniva considerato frutto di un disturbo neurologico incontrollabile e non di intenzione criminale.
La Corte d’Appello britannica accolse la tesi della difesa, riconoscendo che l’epilessia potesse configurare una “disease of the mind” ai sensi della legge. L’uomo fu quindi dichiarato non colpevole per infermità mentale e sottoposto a trattamento in una struttura medica. La sentenza stabilì un precedente importante. Alcune condizioni neurologiche, pur non costituendo una patologia psichiatrica classica, possono compromettere la capacità di intendere e volere.
Il caso R v. Sullivan sollevò ampi dibattiti sulla distinzione tra volontà e malattia, aprendo nuove prospettive su come il diritto consideri atti compiuti da una mente priva di controllo. Oggi rappresenta un punto di riferimento per i tribunali britannici e internazionali. Mostra, infatti, quanto i casi di difesa per infermità mentale possano estendersi anche a patologie neurologiche che annullano la responsabilità morale senza negare la pericolosità sociale.
Nel 2022, il caso di James Keal in Inghilterra ha riportato sotto i riflettori la complessità della difesa per infermità mentale. Keal, convinto che la madre fosse posseduta dal diavolo, la attaccò con pugni e calci, causandole gravi lesioni. Gli psichiatri intervenuti descrissero un episodio di psicosi acuta, con deliri mistico-religiosi che compromettevano completamente la percezione della realtà. Secondo la diagnosi, l’imputato era incapace di distinguere il bene dal male al momento dell’aggressione.
In aula, la difesa evidenziò come la condizione psichica di Keal avesse annullato la sua responsabilità morale, sostenendo che l’atto non fosse frutto di scelta deliberata ma di un impulso dettato dal delirio. La Corte accolse parzialmente la tesi, dichiarando Keal non colpevole per infermità mentale e disponendo la detenzione in un ospedale psichiatrico, con programmi di trattamento intensivo.
Il caso sollevò ampio dibattito sull’uso della religione nei deliri psicotici e su come la legge debba interpretare azioni violente dettate da convinzioni deliranti. Rappresenta un esempio contemporaneo di come la giurisprudenza britannica applichi la difesa per infermità mentale in presenza di patologie acute, considerando non solo la pericolosità sociale ma anche la totale incapacità di intendere e volere. La vicenda di Keal testimonia quanto i tribunali debbano bilanciare tutela della società e comprensione delle malattie mentali gravi.
Nel 2024, il caso di Salvatore Amato costrinse l’Italia a interrogarsi sulla complessità della difesa per infermità mentale. L’uomo, 46 anni, era già responsabile di un omicidio e ricoverato in una struttura psichiatria ad Aprilia per gravi disturbi mentali. Durante il ricovero, tentò di strangolare una donna ospitata presso la stessa struttura. L’episodio scatenò un’indagine approfondita, durante la quale emerse che Amato soffrisse di crisi psicotiche acute, incapaci di controllo e prevedibilità.
In aula, la difesa sostenne che il gesto fosse frutto di una psicosi, sottolineando l’incapacità di intendere e volere dell’imputato al momento dell’aggressione. Gli esperti confermarono la gravità dei disturbi e la natura improvvisa e incontrollabile dell’atto. Il tribunale accolse la tesi. Amato fu assolto dalla responsabilità penale ma sottoposto a un percorso obbligatorio in una Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza per due anni, con un programma terapeutico intensivo e monitoraggio costante.
La vicenda, tra i casi più noti di difesa per infermità mentale, evidenziò le sfide del diritto italiano nell’affrontare crimini commessi da persone con disturbi mentali. Sottolinea, inoltre, il delicato equilibrio tra sicurezza della società e tutela del malato, mostrando come la difesa per infermità mentale possa essere riconosciuta senza negare la necessità di misure restrittive e cure psichiatriche. Amato non fu giudicato libero, ma vincolato a un percorso terapeutico, simbolo delle complessità della giustizia italiana contemporanea.
Nel 2023, ad Aicurzio, il caso di Davide Garzia sconvolse l’opinione pubblica italiana per la violenza e la brutalità dell’atto. Il giovane, 26 anni, uccise la madre, Fabiola Colnaghi, colpendola ripetutamente con calci e pugni, prima di abbandonare il corpo in casa. Durante le indagini, emerse che Garzia soffrisse di una grave forma di schizofrenia paranoide, diagnosticata già da tempo, che influenzava la percezione della realtà e generava deliri persecutori.
Al processo, la difesa invocò la difesa per infermità mentale, sostenendo che l’imputato non fosse in grado di comprendere la natura e la gravità del suo gesto. Gli esperti psichiatrici confermarono la presenza di una psicosi acuta al momento del delitto. Descrissero un uomo completamente immerso in deliri e incapace di controllare impulsi violenti. La Corte di Monza accolse la tesi, dichiarando Garzia non imputabile ma socialmente pericoloso. Lo assegnò a un percorso obbligatorio in un ospedale psichiatrico giudiziario per dieci anni.
Il caso sollevò numerose riflessioni sull’equilibrio tra tutela della società e riconoscimento delle malattie mentali gravi. Mostrò quanto la difesa per infermità mentale possa proteggere l’imputato dalla pena tradizionale, pur sottolineando la necessità di misure restrittive e cure psichiatriche. La vicenda di Garzia rappresenta oggi uno dei casi italiani più emblematici di difesa per infermità mentale in cui follia e responsabilità penale si incontrano in modo drammatico e controverso.
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