In Europa, esistono casi estremi e reali di bullismo che hanno mostrato quanto la derisione, l’esclusione e le pressioni sociali nelle scuole possano condurre a esiti tragici e irreversibili. Dietro ogni numero, c’è una persona: ragazza o ragazzo, con sogni, paure e fragilità. Analizzare queste storie significa restituire dignità alle vittime e stimolare riflessioni profonde su responsabilità, sistema scolastico e resilienza comunitaria.
Casi reali di bullismo in Europa: 5 storie sconvolgenti
1. Nicola Ann Raphael (2001, Scozia, Regno Unito)
Nel 2001, Nicola Ann Raphael frequentava la Lenzie Academy, in Scozia. Fin da piccola, subì prese in giro e discriminazioni per il suo stile “goth”, vestiti scuri e look alternativo. I compagni la etichettavano con insulti come “freak” o “zombie”. Le molestie non furono solo verbali: le venivano lanciati contro oggetti e, presto, la paura di essere aggredita divenne una realtà quotidiana.
Il tormento durò anni. Nicola manifestò spesso disagio, ansia e isolamento ma le segnalazioni della madre al personale scolastico non generarono cambiamenti concreti. Il 24 giugno 2001, all’età di soli 15 anni, Nicola si suicidò ingerendo una dose letale di analgesici.
La sua morte scosse l’opinione pubblica nazionale. Il Parlamento scozzese avviò una revisione delle politiche anti‑bullismo nelle scuole. La famiglia e alcuni amici (tra cui una compagna chiamata Ashley) diedero vita a campagne di sensibilizzazione, affinché altre vite non finissero allo stesso modo.
La vicenda di Nicola resta tra i più drammatici casi reali di bullismo in Europa. Evidenzia in modo tragico come esclusione sociale, derisione continua e inazione degli adulti possano portare a un epilogo irreversibile. Resta un monito: scuole, comunità e famiglie devono vigilare con serietà su ogni segnale di sofferenza.
2. Kelly Yeomans (1997, Derby, Regno Unito)
Nel 1997, Kelly Yeomans frequentava la scuola secondaria a Derby, in Inghilterra. Poco dopo essersi iscritta presso l’istituto, cominciò a essere oggetto di insulti e prese in giro per il suo peso e abbigliamento. Alcuni compagni la chiamavano “Fatty”, “Tramp” o “Slowmans”. Le sue scarpe e zaino furono gettati nel bidone della spazzatura, i suoi occhiali vennero rotti.
In casa sua e nel quartiere, continuarono le molestie. Alcuni giorni, i suoi bulli lanciavano uova, margarina e fango contro la porta di casa mentre gridavano insulti. Kelly ormai viveva in un clima di tensione e paura perenne.
I genitori dissero di aver protestato più volte con la scuola: almeno una dozzina di lamentele vennero inoltrate ma gli interventi furono minimi, temporanei e inconcludenti. Kelly spesso diceva che “se avessi parlato, sarebbe stato peggio”. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1997, incapace di sopportare ancora quella terribile situazione, Kelly ingerì una quantità tale di analgesici da procurarsi un’overdose da farmaci. Non sopravvisse. Aveva soltanto 13 anni.
La sua morte mostrò con drammaticità quanto il bullismo, non contrastato e ignorato, potesse distruggere una vita. Quel tragico evento divenne uno dei più noti casi reali di bullismo in Europa, scuotendo l’opinione pubblica e spingendo media e autorità a chiedere maggior tutela e politiche scolastiche concrete contro persecuzioni e esclusione.
3. Jonathan Destin (2011, Francia)
Jonathan Destin crebbe a Lille, in Francia, dove già dalle elementari subì insulti e aggressioni. Per anni fu vittima di emarginazione, prese in giro continue e violenze verbali e psicologiche. A 16 anni, il 7 febbraio 2011, il suo dolore divenne insostenibile. Si diede fuoco e si gettò nel fiume Deûle, per sfuggire a un bullismo senza fine. Sopravvisse, ma riportò gravi ustioni e dovette affrontare un lungo calvario ospedaliero.
La sua esperienza divenne presto visibile: trasformò il suo trauma in denuncia, scrivendo un libro in cui raccontava la sua esperienza. In seguito, divenne un simbolo nella lotta contro il bullismo scolastico. Le istituzioni francesi e i media iniziarono a riflettere seriamente – anche grazie alla sua testimonianza – su quanto l’esclusione e il bullismo scolastico possano distruggere vite. Il suo caso è tra i più noti casi reali di bullismo in Europa proprio per la sua brutalità e per la sua scelta di parlare per non rendere vano il suo dolore.
Jonathan continuò per anni a sensibilizzare la popolazione francesi su questi temi, partecipando a conferenze e condividendo il suo vissuto. Quando il 20 agosto 2022 morì, all’età di 27 anni, la comunità – colleghi, vittime, istituzioni – ricordò quanto fosse urgente prevenire, ascoltare e intervenire. Il suo nome ricorda che ogni atto di bullismo ignorato può avere conseguenze irreversibili.
4. Lindsay Gervois (2023, Francia)
Nel maggio 2023, la tredicenne Lindsay Gervois si tolse la vita dopo mesi di vessazioni e persecuzioni da parte di coetanei che frequentavano con lei la Vendin‑le‑Vieil (Pas‑de‑Calais). Fin dall’inizio dell’anno scolastico 2022‑2023, fu oggetto di insulti, esclusione sociale e intimidazioni da parte di un piccolo gruppo di compagni di scuola. Spesso la umiliavano pubblicamente, vessandola con minacce e atteggiamenti aggressivi. Nonostante le ripetute richieste di aiuto da parte della famiglia, le autorità scolastiche non agirono in modo efficace.
Lindsay lasciò una lettera in cui confidava il proprio dolore. “Nessuno mi ha ascoltata”, ha scritto. Quel gesto estremo scosse l’intero Paese. Il suo nome entrò tra i più tragici casi reali di bullismo in Europa, ricordando a tutti come la trascuratezza e l’omertà possano avere conseguenze irreparabili.
Dopo la sua morte, la madre sporse denuncia contro la scuola, la polizia locale e la piattaforma social che avrebbe amplificato le molestie. Quattro minori furono iscritti al registro degli indagati per “harcèlement scolaire” che portò al suicidio. Un adulto fu accusato di minacce.
In seguito, furono organizzate marce bianche e manifestazioni in memoria di Lindsay. Il governo francese annunciò una revisione delle procedure scolastiche anti‑bullismo mentre la famiglia fondò un’associazione dedicata al sostegno di minori vittime di persecuzioni. L’eredità di Lindsay resta un monito sulla fragilità adolescenziale e il dovere di difesa collettiva.
5. Ansbach (2009, Germania)
La mattina del 17 settembre 2009, uno studente di 18 anni entrò armato al Gymnasium Carolinum di Ansbach, in Baviera, Germania. Portava con sé un’ascia, coltelli e tre molotov. Senza bersagli precisi, lanciò un cocktail incendiario in una classe e poi fece irruzione in un’altra, innescando un incendio e seminando il panico. Diverse decine di ragazzi fuggirono, urlando e cercando rifugio. Pochi minuti dopo, lanciò un’ascia contro uno studente in fuga e si scagliò contro la folla impugnando i coltelli. Sedici persone rimasero ferite, alcune gravemente. Una ragazza riportò un trauma cranico, un’altra ustioni gravi da fuoco.
Un allarme rapido, seguito dalla chiamata di un compagno diciottenne, permise l’intervento immediato della polizia. Dopo un conflitto a fuoco, l’aggressore venne ferito e arrestato. Solo grazie alla prontezza degli studenti e delle forze dell’ordine non ci furono vittime.
Questo evento è tra i più clamorosi casi reali di bullismo in Europa trascesi in violenza estrema. Nel corso delle indagini, infatti, emerse che il giovane si sentiva escluso e odiava la scuola. Sul suo computer, le forze dell’ordine trovarono appunti con frasi come “apocalypse today” e una volontà deliberata di infliggere il massimo danno. Al termine del processo, venne condannato a nove anni in riformatorio minorile e a terapia psichiatrica obbligatoria.
Ansbach divenne simbolo tragico di come l’emarginazione, l’isolamento e il disprezzo – componenti tipiche di bullismo e alienazione – possano esplodere in brutalità. La comunità scolastica tedesca avviò riflessioni, misure di sicurezza e programmi di supporto psicologico.






