Foto di La Fabbrica Dei Sogni su Unsplash . Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).
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Nel silenzio rotto solo da risate cattive e sguardi minacciosi, il bullismo cresce come un veleno tra i banchi di scuola e nei rapporti tra coetanei. Si tratta di una dinamica di potere, ripetuta nel tempo, che trasforma alcuni bambini in vittime silenziose e altri in carnefici senza scrupoli. In Italia, circa due ragazzi su dieci vivono quotidianamente situazioni di bullismo. Seguiamo il filo nero che lega offese, esclusioni e violenza e scopriamo l’impatto profondo che hanno sulla mente e sul cuore di chi subisce.
Secondo l’ultima rilevazione ISTAT 2023, il 68,5 % dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha subito almeno un episodio offensivo o aggressivo online o offline nell’ultimo anno, e il 21 % lo ha vissuto in modo continuativo, più volte al mese.
I maschi risultano leggermente più colpiti (21,5 %) delle femmine (20,5 %). Inoltre, sembra che al Mezzogiorno i fenomeni di bullismo siano lievemente inferiori rispetto al Nord.
Le forme più comuni sono insulti e offese (55,7 %), seguite da esclusione sociale (43 %) e minacce fisiche (11 %).
Questi dati raccontano di un fenomeno strutturato, sistematico e persistente, che si consuma soprattutto nella quotidianità scolastica, dove la scuola spesso assiste inerme.
Il bullo non è un individuo isolato bensì una figura che si nutre dello sguardo collettivo. Delinquenti silenziosi, spesso agiscono insieme a un branco che sostiene e amplifica i gesti violenti. Questo gruppo legittima il potere esercitato sulla vittima: deridere un compagno diventa un atto condiviso, una conferma del proprio status.
Il fenomeno investe l’intera comunità scolastica, con la complicità silenziosa di chi osserva senza intervenire: secondo ricerche globali, fino al 57 % dei compagni interferisce per difendere la vittima, ma il 26 % preferisce restare indifferente. Così il bullismo si radica in un sistema che troppe volte collega il silenzio al consenso.
“Il bullismo non è un episodio isolato: è un fenomeno strutturale che si alimenta nel silenzio e nella complicità del gruppo”.
– Dan Olweus, psicologo e fondatore del modello di prevenzione del bullismo a scuola
Il bullo non è un individuo isolato bensì una figura che si nutre dello sguardo collettivo. Delinquenti silenziosi, spesso agiscono insieme a un branco che sostiene e amplifica i gesti violenti. Questo gruppo legittima il potere esercitato sulla vittima: deridere un compagno diventa un atto condiviso, una conferma del proprio status.
Il fenomeno investe l’intera comunità scolastica, con la complicità silenziosa di chi osserva senza intervenire: secondo ricerche globali, fino al 57 % dei compagni interferisce per difendere la vittima, ma il 26 % preferisce restare indifferente. Così il bullismo si radica in un sistema che troppe volte collega il silenzio al consenso.
“Il bullismo non è un episodio isolato: è un fenomeno strutturale che si alimenta nel silenzio e nella complicità del gruppo”.
– Dan Olweus, psicologo e fondatore del modello di prevenzione del bullismo a scuola
Il bullismo ha trovato nuovi canali nel mondo digitale: l’8% dei ragazzi denuncia episodi ripetuti di cyberbullismomentre il 34% ne ha subito almeno uno nell’ultimo anno. Le piattaforme social trasformano insulti in tormenti pubblici, l’esclusione in post condivisi e la vergogna in immagini virali.
Diversamente dal bullismo classico, qui l’aggressione non si spegne mai: segue la vittima a casa, in privato, nell’intimità di uno schermo che non si spegne mai. Le conseguenze sono crescenti e gravi: ansia, depressione, isolamento, pensieri suicidari.
Il bullismo genera traumi emotivi che risuonano nel tempo: l’autostima crolla, la fiducia nel prossimo si sgretola, il senso di invulnerabilità si spezza. In molti adolescenti compare ansia sociale, disturbi del sonno, sintomi depressivi persistenti e, nei casi più gravi, disturbo da stress post-traumatico.
La vittima vive in perenne ipervigilanza, asseconda una stigmatizzazione mediatica e soffre nell’intimo. Affrontare il trauma richiede non solo supporto terapeutico ma la possibilità di potersi affidare a una comunità che sappia ricostruire sicurezza e rispetto.
Data la complessità del fenomeno, uno dei pionieri della prevenzione, lo psicologo norvegese Dan Olweus, ha teorizzato programmi scolastici multilivello: educazione alla convivenza, intervento sui bulli e formazione per insegnanti e genitori. In Italia, la professoressa Ersilia Menesini ha promosso protocolli come Noncadiamointrappola e sistemi di monitoraggio attivo nelle scuole. Queste azioni dimostrano che il contrasto al bullismo passa soprattutto attraverso la prevenzione sistemica e la responsabilizzazione della comunità educativa.
Il bullismo genera traumi emotivi che risuonano nel tempo: l’autostima crolla, la fiducia nel prossimo si sgretola, il senso di invulnerabilità si spezza. In molti adolescenti compare ansia sociale, disturbi del sonno, sintomi depressivi persistenti e, nei casi più gravi, disturbo da stress post-traumatico.
La vittima vive in perenne ipervigilanza, asseconda una stigmatizzazione mediatica e soffre nell’intimo. Affrontare il trauma richiede non solo supporto terapeutico ma la possibilità di potersi affidare a una comunità che sappia ricostruire sicurezza e rispetto.
Data la complessità del fenomeno, uno dei pionieri della prevenzione, lo psicologo norvegese Dan Olweus, ha teorizzato programmi scolastici multilivello: educazione alla convivenza, intervento sui bulli e formazione per insegnanti e genitori. In Italia, la professoressa Ersilia Menesini ha promosso protocolli come Noncadiamointrappola e sistemi di monitoraggio attivo nelle scuole. Queste azioni dimostrano che il contrasto al bullismo passa soprattutto attraverso la prevenzione sistemica e la responsabilizzazione della comunità educativa.
Il bullismo genera traumi emotivi che risuonano nel tempo: l’autostima crolla, la fiducia nel prossimo si sgretola, il senso di invulnerabilità si spezza. In molti adolescenti compare ansia sociale, disturbi del sonno, sintomi depressivi persistenti e, nei casi più gravi, disturbo da stress post-traumatico.
La vittima vive in perenne ipervigilanza, asseconda una stigmatizzazione mediatica e soffre nell’intimo. Affrontare il trauma richiede non solo supporto terapeutico ma la possibilità di potersi affidare a una comunità che sappia ricostruire sicurezza e rispetto.
Data la complessità del fenomeno, uno dei pionieri della prevenzione, lo psicologo norvegese Dan Olweus, ha teorizzato programmi scolastici multilivello: educazione alla convivenza, intervento sui bulli e formazione per insegnanti e genitori. In Italia, la professoressa Ersilia Menesini ha promosso protocolli come Noncadiamointrappola e sistemi di monitoraggio attivo nelle scuole. Queste azioni dimostrano che il contrasto al bullismo passa soprattutto attraverso la prevenzione sistemica e la responsabilizzazione della comunità educativa.
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