Cold case italiani: misteri del passato risolti tra il 2016 e il 2020

Cold case italiani risolti tra il 2015 e il 2020: omicidi e misteri del passato finalmente chiari grazie a nuove indagini e tecnologie.

Foto di Marquise de Photographie su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

Omicidi e misteri italiani finalmente risolti tra il 2016 e il 2020: dai vecchi cold case emergono verità nascoste da anni.

Tempo di lettura 8 minuti

Tra il 2016 e il 2020, alcuni cold case italiani sono stati finalmente risolti, grazie a indagini attente, collaborazioni con testimoni e nuove tecniche forensi come il DNA genealogico. Vecchi omicidi e misteri irrisolti, rimasti nell’ombra per anni, hanno svelato le loro verità nascoste, portando giustizia alle vittime e alle loro famiglie. Dalle cosche mafiose agli assassini seriali, questi casi dimostrano come la perseveranza investigativa e l’innovazione tecnologica possano riportare alla luce eventi sepolti dal tempo, trasformando dubbi e sospetti in certezze giudiziarie.

Cold case italiani risolti tra il 2016 e il 2020

Caso Virginia Mihai: una vicenda ancora avvolta nel mistero (1999-2017)

La scomparsa di Virginia Mihai, 41enne di origine rumena, risale al 22 aprile 1999 a Velo d’Astico, in provincia di Vicenza. Moglie di Valerio Sperotto, allevatore deceduto nel 2011, il suo destino è rimasto avvolto nel mistero per oltre vent’anni. Ma, nel 2017, quando l’imprenditore che aveva acquistato il terreno di Sperotto segnalò ai carabinieri il ritrovamento di due sacchi contenenti ossa umane nella proprietà, la vicenda tornò sotto i riflettori. Sebbene inizialmente la denuncia non trovò riscontri, la Procura riaprì il caso e incaricò il Labanof di Milano per accertamenti forensi.

Nel 2018, gli esami sul materiale rinvenuto hanno identificato un’unghia di alluce appartenente a Virginia Mihai, suggerendo che qualcuno avesse ucciso la donna, l’avesse smembrata e data in pasto ai suini. Elementi analoghi fanno ipotizzare che anche la scomparsa della prima moglie di Sperotto, Elena Zecchinato, mai ritrovata, e di una terza donna possano celare in realtà degli omicidi. L’ipotesi sembra quasi suggerire la realtà inquietante che, dietro questi delitti, possa celarsi un serial killer.

Nonostante le evidenze e le ipotesi investigative che collegano il marito ai delitti, il GUP Chiara Cuzzi ha archiviato il fascicolo contro la figlia Arianna e nessun colpevole è stato formalmente condannato. Il caso resta quindi ufficialmente irrisolto, lasciando aperti numerosi interrogativi sulla verità dei fatti.

Valeriano Poli: il buttafuori ucciso nel 1999 (2018)

Il 5 dicembre 1999 Valeriano Poli, buttafuori di 34 anni, fu colpito mortalmente sotto casa a Bologna. Otto colpi di pistola calibro 7,65 lo raggiunsero mentre era in via della Foscherara. Il delitto rimase a lungo irrisolto. Per quasi vent’anni, il caso si trasformò in un classico cold case, fino a quando le indagini furono riaperte e si concentrarono su nuovi riscontri forensi.

Nel 2018, la polizia arrestò Stefano Monti, ritenuto l’autore materiale del delitto. Fra gli elementi che portarono all’arresto, gli inquirenti citarono una macchia di sangue repertata su uno stivale correlata alla vittima e la ricostruzione comparativa di immagini amatoriali di un battesimo girate settimane prima dell’omicidio. 

Nel 2019, il pubblico ministero chiese per Monti la pena dell’ergastolo. Tuttavia, Monti si tolse la vita in carcere prima che la sentenza definitiva venisse emessa. La morte dell’indagato ha lasciato in parte aperti profili processuali e ha compromesso la possibilità di scoprire la verità. L’arresto del 2018 ha segnato comunque una svolta investigativa dopo due decenni di stallo.

Omicidio Malgorzata Szlezak nel 2012 (2019)

Il caso di Malgorzata Szlezak, detta “Margherita”, cittadina polacca scomparsa nel 2012 a Bari, ha trovato una conclusione con l’arresto di Ignazio Piumelli Malgorzata Szlezak nel 2019. L’uomo, poco più che cinquantenne, è responsabile di omicidio, riduzione in schiavitù e occultamento di cadavere. Le indagini partirono il 10 maggio 2017, quando nelle ex acciaierie Scianatico gli inquirenti rinvennero i resti scheletrici della donna, occultati in un vano tecnico coperto da assi e cassette di legno. L’autopsia stabilì che la morte risaliva a poco dopo giugno 2012 ed era stata causata da uno “shock traumatico ad alta componente emorragica” dovuto a una violenta aggressione.

Le indagini si concentrarono sull’identificazione della vittima e sull’individuazione del responsabile. L’esame del DNA confermò che i resti appartenevano a Szlezak, attraverso il confronto con un campione raccolto a seguito di una violenza sessuale subita nel 2009. Determinanti furono anche le scritte sui muri dell’edificio (“Ignazio e Margherita non rompete i coglioni”, “Mi dispiace chi sbaglia paga – mi ami ma devo morire”), confrontate graficamente con la scrittura di Piumelli, che confermarono la presenza e la responsabilità dell’uomo.

La ricostruzione investigativa evidenziò una relazione tossica caratterizzata da isolamento, vessazioni e violenze. La coppia, inizialmente ospite del campo Croce Rossa, si trasferì abusivamente in vari stabili abbandonati fino alle ex acciaierie, dove Piumelli commise l’omicidio. Successivamente cercò di depistare amici e conoscenti, raccontando falsamente che la donna avesse deciso di rientrare in Polonia. Le indagini minuziose, tra intercettazioni ambientali e testimonianze, permisero organizzare un quadro probatorio solido, culminato con l’arresto dell’uomo e con la chiusura di un cold case durato cinque anni.

Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero: il duplice omicidio di ‘ndrangheta del 1992 (2020)

Nel settembre e nell’ottobre del 1992, a Reggio Emilia e Brescello, ebbero luogo gli omicidi di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero. Entrambi avevano legami con gli ambienti della criminalità calabrese trapiantata al Nord. I due erano agli arresti domiciliari quando i sicari li raggiunsero. Vasapollo fu freddato in casa con colpi di pistola. Ruggiero venne ucciso da uomini travestiti da carabinieri che si presentarono alla porta nella notte tra il 21 e il 22 ottobre. Per anni, i due omicidi restarono irrisolti a causa della paura e del silenzio di possibili testimoni. Era chiaro, però, che i delitti dovessero essere inquadrati nell’ambito della sanguinosa guerra di mafia tra fazioni contrapposte della ‘ndrangheta reggiana.

La riapertura del caso si ebbe soltanto tra il 2016 e il 2018, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese. Durante il processo “Aemilia”, infatti, emersero nuovi elementi contro la cosca Grande Aracri. Nel 2020, la Corte d’Assise di Reggio Emilia condannò all’ergastolo Nicolino Grande Aracri, ritenuto il mandante dell’omicidio di Ruggiero. Gli altri imputati Antonio Ciampà, Antonio Le Rose e Angelo Greco, invece, furono assolti per non aver commesso il fatto. La sentenza restituì verità parziale a una vicenda che aveva segnato l’inizio della penetrazione mafiosa in Emilia e riaprì simbolicamente la riflessione sul radicamento della ‘ndrangheta nel Nord Italia.

Cold case risolti tra il 2016 e il 2020: il caso svedese

Omicidi di Mohammed Ammouri e Anna-Lena Svensson: il cold case di Linköping (2020)

Il 19 ottobre 2004 a Linköping, in Svezia, un uomo armato di coltello assassinò brutalmente Mohammed Ammouri, 8 anni, e Anna-Lena Svensson, 56 anni. Entrambe le vittime vennero accoltellati a morte in via Åsgatan. Il duplice omicidio è rimasto senza sospetti per sedici anni, diventando uno dei cold case più complessi della storia svedese, secondo solo all’assassinio del primo ministro Olof Palme.

La svolta arrivò grazie all’uso innovativo dell’analisi del DNA genealogico ancestrale. Era la prima volta che la tecnica veniva applicata in Svezia su un caso criminale. I risultati genetici ottenuti portarono, nel giugno 2020, all’arresto di Daniel Nyqvist, 37 anni. La combinazione di DNA del sospetto e ricerche genealogiche condotte dall’esperto Peter Sjölund aveva permesso, infatti, di identificarlo. Il test del DNA confermò la corrispondenza con le tracce trovate sulla scena del crimine.

Nyqvist confessò immediatamente i delitti, sostenendo di aver agito dopo aver udito voci che lo spingevano a uccidere. Il 1° ottobre 2020 fu condannato all’internamento psichiatrico a tempo indeterminato per i due omicidi. Questo caso ha dimostrato l’efficacia delle tecniche forensi avanzate e il ruolo cruciale della genealogia del DNA nella risoluzione dei cold case più complessi.

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