Foto di andré spilborghs su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).
Ogni Stato ha i suoi assassini, le sue vittime e i suoi cold case: quali sono i cinque delitti più discussi della Spagna contemporanea?
In Spagna, certi crimini restano impressi nell’immaginario comune. Tra scandalo mediatico e ferite ancora aperte, restano marchiati a fuoco nella coscienza dei cittadini. In questo articolo, vengono raccontati cinque omicidi che hanno riscritto il lato oscuro di una nazione che non dimentica. Dalla brutalità di Alcàsser alle sparizioni di Anna e Olivia a Tenerife, ecco le storie dei delitti più discussi della Spagna contemporanea.
Il 13 novembre 1992, Miriam García Iborra, Antonia “Toñi” Gómez Rodriguez e María Deseada Hernández Folchsparirono mentre stavano andando in discoteca. Pare che le tre ragazze, che vivevano ad Alcàsser (Valencia), avessero accettato un passaggio per raggiungere il locale situato nella vicina cittadina di Picassent. Le adolescenti furono ritrovate g75 giorni dopo la scomparsa, il 27 gennaio 1993. Erano state brutalmente torturate, violentate e uccise. I loro corpi erano stati seppelliti in fosse comuni.
Il caso divenne uno dei primi in Spagna a generare un’eco mediatica senza precedenti, con trasmissioni sensazionalistiche che violarono persino la privacy delle famiglie.
Con il procedere delle indagini, le autorità spagnole riuscirono a risalire all’identità dei colpevoli. I responsabili del triplice omicidio erano Miguel Ricart Tárrega e il suo complice Antonio Angés Martins. Ricart è stato condannato mentre Anglés è, ancora oggi, latitante. Intanto, il caso sembra tutt’altro che risolto. Molti dubbi continuano a gravare sulla terribile vicenda. Alcuni esperti, in particolare, hanno segnalato che i corpi delle vittime indicherebbero l’esistenza di altri colpevoli non indentificati.
Il 21 settembre 2013, il corpo senza vita di Asunta Basterra Molina, una bambina di appena 12 anni, venne rinvenuto ai margini di una strada di campagna nei pressi di Teo, vicino a Santiago de Compostela, in Galizia. Figlia adottiva di Alfonso Basterra e Rosario Porto – una coppia appartenente all’alta borghesia intellettuale galiziana –, Asunta era cresciuta in un ambiente apparentemente privilegiato ma segnato da tensioni familiari profonde. Le indagini portarono rapidamente all’arresto dei due genitori, accusati di aver sedato e poi asfissiato la figlia con un piano premeditato e portato avanti con freddezza agghiacciante.
Secondo la ricostruzione giudiziaria, Asunta veniva drogata da mesi con del lorazepam prima di essere uccisa, probabilmente per ragioni economiche e psicologiche legate alla volontà di liberarsi di un fardello percepito come ingombrante. Il movente, tuttavia, restò parzialmente oscuro e alimentò ipotesi contrastanti, tra cui quelle che indicavano una dinamica di abuso e manipolazione psicologica perpetrata dalla madre, affetta da fragilità psichiche, e tollerata o coperta dal padre.
Il caso suscitò un’enorme risonanza mediatica in tutta la Spagna e divenne oggetto di dibattito anche a livello internazionale. L’impatto sull’opinione pubblica fu tale da sollevare interrogativi profondi sul ruolo dei media nella spettacolarizzazione del crimine e sulla tenuta della presunzione di innocenza in processi ad alta esposizione. Il volto di Asunta, con il suo sguardo dolce e infantile, divenne il simbolo di una tragedia familiare incomprensibile e brutale, destinata a lasciare un’impronta duratura nella memoria collettiva spagnola.
Il 24 gennaio 2009, Marta del Castillo, una studentessa di 17 anni, scomparve nel nulla dopo essere uscita di casa a Siviglia. A scuotere l’opinione pubblica fu la rapida confessione del suo ex fidanzato, Miguel Carcaño Delgado, che dichiarò di averla uccisa durante una lite. Tuttavia, nel corso degli anni, Carcaño cambiò più volte versione dei fatti e fornì indicazioni contrastanti sul luogo in cui avrebbe occultato il corpo. Le autorità si concentrarono sul fiume Guadalquivir ma, nonostante ricerche estenuanti e numerosi tentativi di localizzazione, il cadavere di Marta non è mai stato ritrovato.
Il caso divenne presto uno dei più discussi della cronaca nera spagnola, segnato da una copertura mediatica intensa, da manifestazioni pubbliche e da un susseguirsi di processi nei confronti non solo di Carcaño ma anche di altre persone coinvolte, sospettate di favoreggiamento o depistaggio. La lunga battaglia giudiziaria ha evidenziato lacune investigative e ha fatto vivere alla famiglia della giovane una spirale di attese, speranze e delusioni.
Oggi, a distanza di anni, la vicenda è ancora al centro del dibattito pubblico in Spagna. Marta è diventata un simbolo delle vittime dimenticate e dei cold case senza giustizia piena: una ferita collettiva mai rimarginata, che racconta non solo di un delitto irrisolto ma anche del bisogno di verità in una società che non ha mai smesso di cercarla.
Il 16 agosto 2017, Antonio Navarro, un ingegnere di 36 anni, venne trovato senza vita nel garage della propria abitazione nel quartiere Patraix di Valencia, ucciso con sette coltellate. Inizialmente il caso venne considerato come un’aggressione improvvisa ma l’indagine prese una svolta inquietante quando emersero dettagli sulla vita privata della vittima. La principale sospettata dell’omicidio, infatti, divenne presto la moglie della vittima, l’infermiera María Jesús Moreno – conosciuta come “Maje” – che, al momento del delitto, era ricoverata in ospedale per un’appendicite. La donna, descritta da molti come affascinante e manipolatrice, intratteneva relazioni extraconiugali con più uomini, tra cui Salvador Rodrigo, un collega tecnico infermiere, con cui ebbe una relazione intensa e ossessiva. Fu proprio lui a compiere materialmente l’omicidio, convinto da Maje che il marito fosse un ostacolo alla loro felicità.
L’omicidio venne risolto nel 2018 grazie a intercettazioni e testimonianze che smascherarono l’intricato piano della coppia. Il caso conquistò l’opinione pubblica spagnola per le sue tinte morbose, l’intrigo psicologico e le dinamiche di potere all’interno della relazione. Il film La vedova nera (2025, Netflix), ispirato alla vicenda, ha rinnovato l’interesse sul caso, portando in primo piano i temi della manipolazione affettiva e del narcisismo criminale che si celano dietro l’apparenza di un banale delitto passionale.
Le sorelle Anna e Olivia Zimmerman, rispettivamente di 1 e 6 anni, scomparvero insieme al padre, Tomás Antonio Gimeno Gasañas, dalle isole Canarie il 27 aprile 2021. Il caso, avvenuto a Tenerife, scosse profondamente l’opinione pubblica spagnola e internazionale. Gimeno aveva prelevato le bambine dalla casa materna per trascorrere una serata insieme ma non le riportò mai indietro. Poco dopo, la madre ricevette una telefonata agghiacciante: l’uomo le comunicava che non avrebbe mai più rivisto le figlie.
L’indagine, coordinata dalla Guardia Civil, si trasformò presto in una delle operazioni di ricerca più imponenti della storia recente spagnola. Dopo settimane di ipotesi, speranze e angoscia, il 10 giugno 2021 fu ritrovato sul fondale marino un sacco sportivo legato a un’ancora contenente il corpo senza vita della piccola Olivia. Accanto, un secondo sacco vuoto, che si presume contenesse il corpo di Anna. Gimeno, invece, risultò irreperibile: il suo corpo non fu mai ritrovato ma tutto lasciava pensare a un suicidio premeditato dopo l’omicidio delle figlie.
Il caso sollevò interrogativi profondi sul sistema di protezione dei minori, in particolare sull’affidamento condiviso in situazioni di conflitto e sull’efficacia delle istituzioni nel prevenire la violenza intra-familiare. La tragedia di Anna e Olivia è diventata un simbolo della lotta contro la violenza vicaria, ovvero la violenza esercitata da un genitore per colpire l’altro attraverso i figli.
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