Profiling criminale: quando intuizione e psicologia si trasformano in metodo nella lotta al male

Tavola con sospetti che simboleggia il profiling criminale

Immagine generata da Fiabe Noir con l’Intelligenza Artificiale.

Qual è la storia e il significato più profondo del profiling criminale? Ecco come è nato il rivoluzionario metodo investigativo.

Ogni scena del crimine, ogni vittima aggredita, ogni prova raccolta da detective e personale della scientifica cela in sé i retroscena più autentici e perversi della mente del colpevole. Il profiling nasce proprio dall’idea che ogni azione criminale racconti di meccanismi psicologici precisi. Incrociando intuizione e analisi scientifica, il metodo ha trasformato indagini intricate in verità possibili da svelare. Scopriamo insieme come è nato il profiling criminale, chi lo ha ideato, come si è evoluto e come è riuscito a risolvere i casi più oscuri.

 

Origini del profiling criminale: da Jack lo Squartatore a James Brussel

Il profiling criminale è stato sviluppato nella seconda metà del secolo scorso negli Stati Uniti, durante la Golden Age dei serial killer. Eppure, un accenno alla particolare tecnica investigativa era emerso già alla fine dell’Ottocento. La prima traccia di profiling, infatti, risale al 1888, quando il chirurgo Thomas Bond elaborò il profilo di Jack lo Squartatore. Per Bond, il micidiale e leggendario serial killer era un uomo istruito, chirurgicamente avvezzo e misogino, capace di mutilare un corpo in modo feroce ma controllato.

Negli anni ’50 del Novecento, lo psichiatra James Brussel ha stilato quello che venne definito il “primo profilo moderno”. Il profilo fu elaborato per analizzare gli attentati di George Metsky, il cosiddetto Mad Bomber di New York. Brussel descrisse l’attentatore come un uomo ossessivo, meticoloso, paranoico e solitario. In questa circostanza, contrariamente agli indizi fisici rilasciati dalle autorità che non avevano sortito alcun tipo di effetto, le caratteristiche psicologiche divulgate fornirono piste decisive per la risoluzione del caso.

Con il trascorrere del tempo e le risposte positive derivate dall’applicazione di un approccio psicologico allo studio dei crimini, quindi, divenne sempre più evidente che la mente del colpevole poteva essere dedotta da ciò che si lasciava alle spalle.

 

1972: l’FBI fonda la Behavioral Science Unit

Quantico, 1972. Sede dell’FBI. È qui che il profiling criminale muove i primi passi trasformandosi in un metodo investigativo riconosciuto e autonomo. E fu in questo contesto che, insieme al profiling, nacque anche la Behavioral Science Unit (BSU), oggi nota come Behavioral Analysis Unit (BAU).

Negli anni ’70, gli Stati Uniti erano alle prese con il più significativo boom di crimini seriali della loro storia. Le tecniche investigative tradizionali non riuscivano a far fronte all’emergenza e catturare i criminali prima che mietessero un numero spropositatamente alto di vittime. Per questo motivo, Elmer “Ted” Schrader e Carl Himmler crearono la BSU. La nuova unità, tuttavia, venne resa celebre da John E. Douglas e da Robert K. Ressler.

Nel periodo in cui venne elaborato il profiling e venne delineato il ruolo della squadra, Douglas coniò il termine “serial killer” nel 1974, associando l’espressione a un tipo di violenza ossessivo e reiterato nel tempo. Douglas e Ressler, inoltre, intervistarono decine di assassini seriali come Ted Bundy, Jeffrey Dahmer, John Wayne Gacy, Ed Kemper e molti altri ancora. Attraverso le interviste, raccolsero dati su modus operandi, traumi, fantasia. In questo modo, riuscirono a costruire il primo archivio che raccoglieva aspetti psicologici ricorrenti nelle menti criminali.

Il processo di creazione del profiling criminale venne completato dall’infermiera forense Ann Burgess. Il suo approccio alla vittimologia introdusse un’analisi bilaterale che prevedeva sia lo studio del carnefice che quello della vittima, codificando dinamiche di potere, mancanza di empatia e assenza di rimorso.

 

Metodo in sei punti: come si costruisce un profilo criminale

Il modello operativo impiegato dall’FBI, noto come Criminal Investigative Analysis, si articola in sei fasi fondamentali:

  1. Profiling inputs: raccolta dettagliata di ogni elemento presente sulla scena del crimine, delle informazioni sulla vita e sulle abitudini della vittima, di testimonianze;
  2. Decision process models: distinzione tra crimini organizzati o disorganizzati;
  3. Crime assessment: analisi delle dinamiche e della sequenza delle azioni criminali;
  4. Criminal profile: costruzione di un ritratto demografico, psicologico e comportamentale del criminale;
  5. Investigation: orientamento delle indagini su flussi di sospettati e interrogatori;
  6. Apprehension: supporto durante arresto e processo, con mediazione tra dati e interpretazione psicologica.

 

Il peso del profiling criminale: tre casi risolti che hanno cambiato la storia

Dalla sua formulazione ufficiale, il profiling criminale si è rivelato determinante nella risoluzione di casi complessi e articolati. Attraverso il lavoro dell’Unità analisi comportamentale dell’FBI, è stato possibile fermare l’escalation violenta e/o omicidiaria di criminali, assassini e serial killer.

Alcuni dei casi più emblematici risolti grazie al profiling sono quelli di:

  • Theodore “Ted” Bundy: nel 1978, l’FBI fornì un profilo basato su modus operandi e scelta della vittima: “donne giovani e attraenti con i capelli lunghi divisi nel mezzo” che individuava in luoghi in cui i giovani si riunivano, come college, spiagge, stazioni sciistiche e discoteche. Le ragazze venivano attirate con espedienti come un braccio rotto. Il profilo accelerò la caccia, portando alla cattura del serial killer in Florida;
  • BTK Killer (Dennis Rader): comunicazioni inviate alla polizia e al giornale vennero interpretate da Douglas e Ressler, delineando il profilo del serial killer come uomo sposato, ordinario e apparentemente “normale”. La coincidenza tra descrizione e realtà portò all’arresto;
  • Unabomber (Theodore Kaczynski): analisi dei pacchi, della scrittura e dei proclami portarono l’FBI a descrivere Unabomber come un accademico isolato, con rancore verso la tecnologia. Fu grazie al profilo diffuso dalle autorità e alla lettera pubblicata che il fratello di Kaczynski lo segnalò come sospettato.

Questi casi dimostrano che il profiling, pur senza prove forensi, può sferrare colpi precisi nello spazio oscuro della mente omicida e portare alla cattura del killer.

 


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