Foto di Larry Farr su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).
Un viaggio nelle storie terrificanti di dieci serial killer ancora in vita che stanno scontando la loro condanna in carcere.
Sono vivi, detenuti all’ergastolo o in attesa di essere condannati a morte, eppure le loro storie continuano a nutrire un fascino oscuro. Ecco i nomi di dieci serial killer condannati ma ancora in vita, rinchiusi in celle in cui l’orrore non muore mai.
Ad aprire l’elenco dei 10 serial killer ancora vivi in carcere, c’è Dennis Rader. L’assassimo, impiegato municipale e membro attivo della chiesa luterana, inscenava una vita ordinaria mentre conduceva un’esistenza parallela da predatore. Tra il 1974 e il 1991, in Kansas, assassinò dieci persone – uomini, donne e bambini – seguendo sempre lo stesso rituale macabro: le legava (Bind), le torturava (Torture), e infine le uccideva (Kill). Da qui, il suo soprannome BTK.
Le sue prime vittime furono quattro membri della famiglia Otero, tra cui un bambino di 9 anni. Rader scelse con cura i suoi bersagli, spiandoli a lungo e pianificando le aggressioni nei minimi dettagli. Oltre all’orrore degli omicidi, si accaniva nel voler ottenere riconoscimento pubblico: inviava lettere alla polizia e ai giornali firmandosi BTK, vantandosi delle sue azioni e lasciando indizi criptici.
Dopo un silenzio durato più di un decennio, ricominciò a comunicare nel 2004 ma fu proprio l’uso incauto di un floppy disk che lo tradì: i metadati riportavano il nome della chiesa di Rader e il suo. Arrestato nel 2005, confessò i dieci omicidi senza mostrare rimorso. Fu condannato a dieci ergastoli consecutivi senza possibilità di libertà condizionale. Attualmente è rinchiuso in regime di isolamento presso l’El Dorado Correctional Facility. Nonostante l’incarcerazione, continua a mantenere contatti con l’esterno, scrivendo lettere e lasciando intuire una persistente ossessione narcisistica per la propria figura criminale.
Gary Ridgway è uno dei serial killer più prolifici degli Stati Uniti, condannato per 49 omicidi ma sospettato di averne commessi più di 70. Le sue vittime erano in gran parte giovani donne vulnerabili, molte delle quali prostitute, strangolate poco dopo essere state adescate lungo la Pacific Highway South, nella zona di Seattle.
Ridgway abbandonava i corpi in prossimità del Green River o in aree boschive isolate, spesso tornando sui luoghi del delitto per compiere atti necrofili. Gli inquirenti lo avevano interrogato già negli anni Ottanta ma, senza prove concrete, lo rilasciarono. Solo nel 2001, grazie a una nuova analisi del DNA su alcuni reperti conservati, fu collegato con certezza a diverse scene del crimine. Per evitare la pena di morte, Ridgway stipulò un patto con la procura: si dichiarò colpevole in cambio della possibilità di collaborare nel ritrovamento di altre vittime. Questo accordo gli permise di evitare l’esecuzione ma lo condannò a 49 ergastoli consecutivi, senza possibilità di rilascio.
Oggi è detenuto presso il Washington State Penitentiary a Walla Walla, dove vive in condizioni di isolamento. Di tanto in tanto, collabora ancora con le autorità per localizzare resti umani, in un tentativo tardivo e controverso di “redenzione” che molti, però, leggono come l’ultima mossa manipolativa di un uomo che ha sempre saputo giocare con il potere della parola.
Dietro la facciata rispettabile da ex agente di polizia di Joseph James DeAngelo Jr. si celava uno dei criminali più spietati della storia americana. Attivo tra il 1974 e il 1986 in California, fu inizialmente noto come “Visalia Ransacker”, poi come “East Area Rapist”, fino a essere definitivamente identificato come il “Golden State Killer”.
I suoi crimini includono almeno 13 omicidi, oltre 50 stupri e più di 100 furti con scasso. Le vittime venivano spesso legate, minacciate con armi e sottoposte a sevizie psicologiche e fisiche anche in presenza dei loro partner. Per decenni rimase ignoto, fino al 2018, quando il confronto tra il DNA lasciato sulla scena del crimine e le informazioni genetiche caricate da ignari familiari su database genealogici online ne permise l’identificazione.
Arrestato a 72 anni, DeAngelo si dichiarò colpevole per evitare la pena di morte e ricevette 11 ergastoli consecutivi più 15 anni, senza possibilità di libertà condizionale. È oggi detenuto in isolamento presso il carcere statale di Corcoran, in California.
Tra il 1976 e il 1977, David Berkowitz terrorizzò New York con una serie di attacchi armati apparentemente casuali, firmandosi come “Son of Sam”. I suoi bersagli erano spesso giovani coppie in auto, sorprese e colpite a bruciapelo con una pistola calibro .44. Sei persone persero la vita e altre sette rimasero ferite. Berkowitz lasciava messaggi provocatori rivolti alla polizia e alla stampa, alimentando l’isteria collettiva e scatenando una delle più imponenti cacce all’uomo della città.
Arrestato nell’agosto del 1977 grazie a una multa per divieto di sosta che condusse al suo veicolo, confessò immediatamente, sostenendo di agire sotto l’influenza di una “voce demoniaca” proveniente dal cane del vicino. Al processo, venne riconosciuto mentalmente capace e condannato a sei ergastoli consecutivi.
Attualmente, è detenuto presso la Shawangunk Correctional Facility, dove si professa rinato cristiano e collabora con progetti religiosi e carcerari. Nonostante abbia ammesso pienamente la responsabilità, ha in seguito messo in dubbio alcuni aspetti della sua colpevolezza, insinuando il coinvolgimento di una setta satanica.
Charles Cullen, infermiere per oltre 16 anni in diversi ospedali tra il New Jersey e la Pennsylvania, è oggi considerato uno dei più letali serial killer americani. Durante la sua carriera medica, uccise almeno 29 pazienti somministrando dosi letali di farmaci non prescritti. Ma, secondo molte stime, il numero reale delle vittime potrebbe superare le 400.
Cullen selezionava pazienti fragili, spesso anziani o gravemente malati, e agiva con freddezza sotto la copertura della routine clinica. Gli investigatori iniziarono a sospettare quando anomalie nei decessi portarono all’analisi delle cartelle cliniche e alla scoperta di farmaci non registrati nelle prescrizioni.
Arrestato nel 2003, confessò gli omicidi con l’apparente motivazione di voler porre fine alle sofferenze dei pazienti ma molti esperti ritengono che le sue azioni rispondessero a un bisogno patologico di controllo. Fu condannato a 18 ergastoli consecutivi senza possibilità di libertà condizionale e oggi si trova recluso nel New Jersey State Prison, in isolamento per la sua sicurezza.
La sua storia ha ispirato libri e adattamenti cinematografici, sollevando gravi interrogativi sulla gestione del personale sanitario e sulla trasparenza tra strutture ospedaliere.
Edmund Kemper iniziò la sua carriera omicida nel 1964, a soli 15 anni, quando uccise i nonni materni con un fucile. Fu internato in un ospedale psichiatrico criminale, dove i medici notarono la sua intelligenza superiore alla media ma sottovalutarono i segnali di pericolosità. Dopo il rilascio nel 1969, Kemper mise in atto la sua escalation: tra il 1972 e il 1973, in California, assassinò sei giovani donne, quasi tutte autostoppiste, che strangolava, decapitava e con cui talvolta praticava atti necrofili. Gli omicidi culminarono con quelli della madre Clarnell, odiata e denigrata per tutta la vita, e di un’amica di lei. Entrambe furono brutalmente massacrate.
Dopo questi ultimi crimini, Kemper si costituì spontaneamente alla polizia. Durante l’interrogatorio fornì una confessione dettagliata e disturbante, dimostrando estrema lucidità. Nel 1973 fu condannato a otto ergastoli consecutivi e recluso nella California Medical Facility di Vacaville, una prigione con reparto psichiatrico. Ancora oggi è lì detenuto ed entra in questa lista di 10 serial killer ancora vivi in carcere.
Nel corso degli anni, è diventato una fonte importante per l’FBI. Ha collaborato con i profiler del Behavioral Science Unit, aiutando a delineare i tratti comportamentali dei serial killer. A 75 anni, continua a concedere interviste e a offrire spunti analitici sul suo pensiero criminale, sempre freddo e privo di rimorso apparente.
Tra il 1979 e il 1981, Atlanta fu sconvolta da una lunga serie di omicidi: oltre 25 vittime, in gran parte bambini e adolescenti afroamericani, trovati strangolati o soffocati. L’ondata di terrore fu etichettata come gli “Atlanta Child Murders”. Wayne Williams, all’epoca poco più che ventenne, fu arrestato nel 1981 dopo che la polizia lo collegò a due omicidi di adulti tramite prove circostanziali, tra cui fibre e capelli compatibili trovati sui corpi. Sebbene non sia mai stato formalmente accusato degli omicidi dei minori, l’FBI e le autorità locali ritennero che lo schema delle morti si fosse interrotto dopo il suo arresto e la stampa lo identificò rapidamente come il probabile serial killer.
Nel 1982, Williams fu condannato per due omicidi e ricevette due ergastoli consecutivi. Da allora, è detenuto nel sistema carcerario della Georgia. Williams ha sempre proclamato la propria innocenza e, nel corso degli anni, ha ottenuto il sostegno di attivisti e giornalisti che ritengono il caso viziato da pregiudizi razziali, errori investigativi e prove deboli.
Nonostante vari tentativi di revisione, la condanna resta valida ma le autorità hanno riaperto il fascicolo dei “child murders” nel 2019 per riesaminare le prove con tecnologie moderne. Wayne Williams, oggi oltre i 60 anni, è ancora recluso e continua a lottare per la revisione del proprio processo.
Paul Bernardo è uno dei criminali più noti del Canada, conosciuto come il “Ken & Barbie Killer” per via della sua relazione con Karla Homolka, con cui formava una coppia apparentemente perfetta. Dietro la facciata da soap opera si nascondeva un predatore spietato. Tra il 1990 e il 1992, Bernardo fu responsabile dello stupro, tortura e omicidio di almeno tre adolescenti, tra cui Tammy Homolka, sorella di Karla, drogata e abusata mentre la coppia filmava l’atto. La brutalità delle aggressioni, spesso registrate in video, rivelò un sadismo sistematico.
L’arresto venne effettuato nel 1993 dopo che Karla, per ottenere un patteggiamento, rivelò tutto alla polizia. Bernardo fu condannato all’ergastolo per omicidio premeditato, senza possibilità di libertà condizionata. Da allora, ha trascorso oltre trent’anni in isolamento o sotto sorveglianza massima nelle carceri canadesi. I suoi numerosi tentativi di ottenere la libertà condizionale sono sempre stati respinti. In tutti questi anni, non ha mai mostrato pentimento o senso di colpa, rendendo ogni richiesta una rievocazione del terrore causato. Oggi è detenuto in un carcere di massima sicurezza dell’Ontario, sotto costante controllo.
Rosemary West, insieme al marito Fred, orchestrò una lunga serie di torture e omicidi che terrorizzarono l’Inghilterra tra gli anni Settanta e Novanta. La coppia attirava giovani donne – spesso fuggitive o emarginate – nella loro abitazione di Gloucester, dove venivano seviziate, violentate e uccise. Le vittime confermate sono almeno dieci, tra cui anche la figlia Heather, sepolta nel giardino di casa.
Dopo l’arresto nel 1994, Fred si suicidò in carcere prima del processo, lasciando Rosemary come unica imputata. Nonostante la sua continua negazione di colpevolezza, fu condannata all’ergastolo per dieci omicidi aggravati. La giuria la riconobbe come parte attiva e sadica nella dinamica criminale. Da allora, Rosemary West è detenuta nella prigione femminile di New Hall, nel West Yorkshire, dove vive in isolamento per motivi di sicurezza. Oggi, ha più di 70 anni e non ha mai espresso rimorso né tentato appelli credibili. Il suo caso è considerato uno dei più scioccanti del Regno Unito, simbolo di un’estrema forma di violenza domestica e manipolazione psicologica.
Lucy Letby chiude la lista dedicata ai 10 serial killer ancora vivi in carcere. L’infermiera neonatale impiegata presso il Countess of Chester Hospital, è diventata una delle più giovani e letali serial killer nella storia britannica. Tra il 2015 e il 2016, uccise sette neonati prematuri e tentò di assassinarne almeno altri sei, spesso iniettando aria nei vasi sanguigni o insulina nei nutrienti. I decessi inizialmente sembravano inspiegabili, finché un’indagine interna del reparto rivelò schemi inquietanti legati alla sua presenza in turno.
Arrestata nel 2018, Letby ha sempre proclamato la propria innocenza ma le prove mediche e i messaggi scritti da lei (“I am evil, I did this”) sono stati determinanti in aula. Nel 2023 è stata condannata a più ergastoli, senza possibilità di rilascio. Il giudice ha definito i suoi crimini come “atti freddi, calcolati e ripetuti di tradimento verso i più vulnerabili”.
Letby è attualmente reclusa nella prigione di Bronzefield, in regime di isolamento per motivi di sicurezza, considerata una delle detenute più pericolose del Regno Unito. Il caso ha sconvolto l’intero Paese, sollevando gravi interrogativi sulla sicurezza ospedaliera e sulla valutazione psicologica del personale sanitario.
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