Souvenir del male, l’ossessione per i Murderabilia: quando il crimine diventa collezionismo

Oggetti feticcio che simboleggiano il mercato true crime murderabilia.

Un viaggio dentro il mondo dei murderabilia: oggetti legati a criminali celebri, venduti online o in aste, ignorando il dolore delle vittime e sollevando dilemmi etici intensi.

Tempo di lettura 7 minuti

In alcune circostante, la cultura true crime può degenerare in tendenze ed atteggiamenti morbosi. Esiste, ad esempio, un mercato che scava nei meandri del crimine e si traduce nella compravendita di oggetti realmente legati a delitti e serial killer. Questi oggetti vengono indicati con il termine murderabilia. In questa categoria, rientrano ad esempio lettere, disegni, vestiti, souvenir che appartenevano, che sono stati toccati o realizzati da serial killer e assassini famosi.

Nati come reliquie macabre, i murderabilia oggi fanno parte di un circuito globale di aste, collezionisti e appassionati di true crime. Ma a quale prezzo si alimenta questa oscura passione? E dove finisce l’analisi storica, psicologica e sociale della cronaca nera e inizia l’ossessione?

Murderabilia true crime: origine del termine e vendita online

Murderabilia è un neologismo nato in Texas all’inizio degli anni 2000: una parola macedonia nata dalla fusione tra i termini murder (omicidio) e memorabilia (ricordi). Fu coniato da Andy Kahan, responsabile di un ufficio vittime a Houston, per descrivere la vendita di oggetti legati a criminali.

Il mercato si è espanso negli anni grazie a Internet: siti come Supernaught.com o MurderAuction.com commerciano articoli come lettere firmate da killers, quadri realizzati in cella o oggetti personali.

Il fenomeno non si limita ai casi più estremi: persino oggetti pubblici come calendari, t-shirt o anche una Jeep appartenuta a Rex Heuermann, accusato delle sette vittime del caso Gilgo Beach, finiscono in vendita sui marketplace. Questo commercio provocatorio risponde a una curiosità globalmente distribuita, penetra l’immaginario collettivo e mette in evidenza un cortocircuito tra fama criminale e valore mercantile.

Il mercato del macabro

Dei murderabilia true crime fanno parte oggetti che vanno da lettere autografe, frammenti di unghie o capelli di criminali, a opere d’arte create in carcere. John Wayne Gacy dipingeva clown; Charles Manson disegnava mandala; Ted Bundy scriveva lettere. Ogni pezzo è un legame con il criminale forte e tangibile.

Alcuni collezionisti sperano di possedere qualcosa che “ha toccato” un criminale noto. Per altri, è ricerca storica o estetica. In documentari e saggi emergono motivazioni diverse: brama di adrenalina, desiderio di distanziamento dall’oscurità o semplicemente speculazione su oggetti rari. Spesso, i collezionisti pagano decine di migliaia di dollari per i murderabilia. Un quadro di Gacy è stato venduto per 175.000 dollari mentre una Jeep di Heuermann era presente su eBay a 4.300 dollari.

Leggi e restrizioni: eBay, le Son of Sam laws e i vuoti normativi

Nel tentativo di arginare il commercio di murderabilia true crime, alcune piattaforme e istituzioni hanno introdotto misure restrittive ma con esiti spesso parziali. Nel 2001, eBay fu tra le prime piattaforme a vietare esplicitamente la vendita di oggetti collegati a crimini violenti, stabilendo che tali beni non potessero essere commercializzati prima che fossero trascorsi almeno 100 anni dal fatto di sangue. La misura fu introdotta per ragioni etiche ma anche per proteggere la reputazione del marketplace.

A livello legislativo, alcuni Stati americani – tra cui Texas, California, New Jersey, Michigan e Utah – hanno adottato le cosiddette Son of Sam laws, dal nome del serial killer David Berkowitz. Queste norme vietano ai criminali condannati di trarre profitto dalle loro azioni, impedendo loro di vendere libri, interviste o oggetti personali. Tuttavia, molte di queste leggi sono state annullate dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, che le ha giudicate lesive del Primo Emendamento, in particolare del diritto alla libertà di espressione. Ciò ha creato un vuoto normativo che ha consentito la nascita di piattaforme private, spesso gestite da terzi, che aggirano il divieto trasferendo i guadagni ad altri soggetti. I proventi delle vendite, di conseguenza, raramente raggiungono le vittime o le loro famiglie.

Anche il tentativo federale del 2010, con la proposta del Stop the Sale of Murderabilia to Protect the Dignity of Crime Victims Act, è naufragato nel nulla, lasciando il fenomeno in una zona grigia normativa. Questo squilibrio legale ha permesso la sopravvivenza di un mercato che continua a prosperare, nonostante le controversie etiche e il dolore delle vittime.

Le critiche e l’impatto dei murderabilia true crime sulle vittime

La diffusione del murderabilia ha suscitato un’ondata di critiche, in particolare da parte dei familiari delle vittime, per i quali il commercio di oggetti legati a crimini violenti rappresenta una seconda, insopportabile ferita. Molti attivisti e portavoce di queste famiglie hanno definito il fenomeno disumano e moralmente inaccettabile. Un esempio emblematico è quello di Tom Sullivan, padre di una delle vittime della strage dell’Aurora Theater, in Colorado. Sullivan ha denunciato la vendita online di lettere autografe del colpevole, definendo l’esperienza “nauseante” e “disgustosa”, un’ulteriore umiliazione inflitta a chi ha già subito una perdita irreparabile.

Per i familiari, il dolore viene trasformato in merce da collezione, in souvenir di morte che circolano tra appassionati spesso incuranti delle conseguenze emotive. Andrew Kahan, tra i principali oppositori del murderabilia, lo ha definito un “atto di profittamento sul dolore altrui”, sottolineando come la vittimizzazione non si esaurisca con il crimine ma continui ogni volta che un oggetto legato al delitto viene comprato o venduto.

Anche la sociologia contemporanea ha analizzato il fenomeno dei murderabilia, interpretandolo come una forma perversa di fascinazione per il male: un voyeurismo emozionale che trasforma l’orrore in oggetto del desiderio, annullando la memoria collettiva e sostituendola con una narrazione centrata sull’autore del crimine. Il risultato è una distorsione culturale che, invece di promuovere riflessione e consapevolezza, amplifica la spettacolarizzazione della violenza.

Controversie etiche e riflessioni psicologiche sui murderabilia true crime

I murderabilia true crime aprono un fronte delicato e controverso, che tocca ambiti etici, psicologici e persino artistici. È lecito domandarsi fino a che punto un oggetto possa essere scisso dal crimine a cui è legato: un disegno realizzato da un serial killer è solo una testimonianza artistica o un frammento della sua follia?

Per alcuni studiosi di psicologia criminale e arte-terapia, simili reperti possono offrire spunti per comprendere il funzionamento mentale del colpevole: il tratto grafico, la scelta dei soggetti, i temi ricorrenti nei disegni o nelle lettere possono diventare chiavi di lettura di una mente disturbata. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, questi oggetti vengono acquistati non per fini scientifici ma per un desiderio più oscuro. Si vuole “sentire il brivido del male a casa propria”, come affermano alcuni criminologi. Il collezionismo diventa così un modo per nutrire una curiosità morbosa, un’immersione privilegiata nell’oscurità, dove l’oggetto criminale assume un’aura mistica e simbolica. Si crea un legame tra il collezionista e il criminale che sfocia talvolta in un’identificazione disturbata, in una fascinazione perversa.

Il rischio è che si valichi il confine tra memoria storica – che dovrebbe educare e prevenire – ed emulazione o idolatria del male. Questa zona grigia è ciò che rende il fenomeno del murderabilia tanto complesso: un nodo inestricabile tra psicologia, mercato, cultura pop e trauma, che obbliga a interrogarsi non solo su chi vende e chi compra ma su cosaspinge una società a trarre piacere dal possesso della traccia materiale dell’orrore.

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