Mappare l’oscurità del Male: storia del Geographic Profiling e del profilo geografico di un criminale

Mappa degli Stati Uniti con puntine che delimitano zone d'interesse, simbolo della profilazione geografica.

Foto di Morgan Lane su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

Il profilo geografico in criminologia legge gli spostamenti del predatore: scopri cosa è, da dove nasce e come guida le indagini criminali moderne.

Tempo di lettura 6 minuti

Se si parla di Geographic Profiling, di profilazione geografica o di profilo geografico di un criminale, a molti di voi (o, almeno, a me di sicuro) verranno in mente flash di scene di Criminal Minds in cui Spencer Reed dissemina spilli cartografici di vari colori su una mappa per ricostruire il raggio d’azione dell’SI di turno. Ecco, il Geographic Profiling è più o meno questo: una tecnica investigativa che trasforma i luoghi in cui si sono consumati crimini in uno strumento per esplorare la mente dell’indiziato. Collegando tra loro le differenti aree in cui un assassino ha colpito oppure ha abbandonato un corpo, ad esempio, diventa possibile farsi un’idea di dove potrebbe abitare o lavorare.

Figlia della geografia comportamentale e affinata attraverso la creazione di algoritmi specifici e l’elaborazione di teorie ambientali, la profilazione geografica è una metodologia che ha inaugurato una nuova era nell’investigazione. Rappresenta, infatti, un punto d’incontro tra mappe, psicologia del criminale e ingegno umano.

Cos’è il la profilazione geografica

Il profilo geografico – o geographic profiling – è una tecnica investigativa sviluppata negli anni ’90 dal criminologo canadese Kim Rossmo. Si tratta di un metodo che sfrutta la distribuzione spaziale dei crimini per individuare l’area più probabile in cui risiede, lavora o si muove un autore, soprattutto se seriale.

La base scientifica della profilazione geografica va ricercata nella criminologia ambientale. Secondo la teoria del journey-to-crime, i criminali tendono a colpire non lontano dal proprio domicilio ma, al tempo stess, evitano di agire troppo vicino a casa per non destare sospetti. A questo comportamento, si collegano:

  • la routine activity theory, il crimine si compie quando autore, vittima e opportunità si incontrano nello spazio,
  • il least-effort principle, la tendenza a minimizzare spostamenti e rischi
  • la crime pattern theory, che descrive come le attività quotidiane creino percorsi prevedibili.

Grazie a software dedicati come il Criminal Geographic Targeting (CGT), gli investigatori possono generare mappe a “calore” che evidenziano la cosiddetta zona calda di un crimine ossia aree ad alta probabilità in cui il sospettato potrebbe vivere o avere un punto di riferimento. Il Geographic Profiling non sostituisce l’indagine tradizionale ma fornisce ai detective una cornice visiva e scientifica attraverso la quale orientare le ricerche.

Il profilo geografico è stato applicato in numerosi casi di omicidi seriali e stupri ripetuti, consentendo di restringere il campo d’indagine e ottimizzare le risorse. In sostanza, trasforma i luoghi del crimine in coordinate: dati apparentemente caotici che, una volta elaborati, rivelano schemi invisibili e riducono l’ombra in cui il criminale tenta di nascondersi.

Le origini: da mappa rudimentale ad algoritmo di Rossmo

L’uso della geografia come strumento investigativo nacque negli anni ’80, quando alcuni criminologi iniziarono a intuire che il luogo in cui avvenivano i crimini (soprattutto seriali) non fosse casuale. Nel caso dello Yorkshire Ripper, il biologo forense inglese e pioniere del Geographic Profiling Stuart Kind provò a restringere l’area di ricerca del sospetto tracciando manualmente una mappa dei delitti. Realizzò una sorta di “navigatore del crimine” ancora embrionale ma capace di offrire un primo orientamento alle indagini.

Nello stesso decennio, lo psicologo David Canter applicò questa intuizione al caso del Railway Rapist a Londra. Canter evidenziò come gli spostamenti dell’aggressore seguissero schemi ricorrenti, elaborando modelli che aprirono la strada alla formalizzazione del metodo. Le sue ricerche misero in luce il legame tra comportamento criminale e ambiente circostante, ponendo le basi teoriche del Geographic Profiling.

Il salto di qualità arrivò con il criminologo canadese Kim Rossmo, che alla Simon Fraser University trasformò quelle intuizioni in un algoritmo. Nel 1996, brevettò la cosiddetta Rossmo’s formula, capace di calcolare matematicamente la probabilità della zona di residenza di un sospetto. Successivamente, la Rossmo’s formula venne implementata nel software Rigel.

Proprio nel 1996, il metodo venne applicato su larga scala nell’Operazione Lynx nel Regno Unito: una caccia a un serial offender estesa su territorio di oltre 7.000 km². L’approccio di Rossmo permise di restringere drasticamente il campo investigativo e segnò il riconoscimento internazionale del Geographic Profiling come disciplina autonoma. Non si trattava più di un’intuizione isolata.

Da semplici mappe disegnate a mano a modelli matematici complessi, la disciplina si è evoluta negli anni fino a diventare un pilastro delle indagini su serial killer e stupratori seriali, dimostrando che anche il luogo del crimine parla.

Citazione

“I criminali non agiscono a caso: scelgono il luogo che è ‘né troppo vicino né troppo lontano’, una zona Goldilocks che diventa mappa di indagine”.

– Kim Rossmo, criminologo canadese

Citazione

“Il CODIS non risolve i crimini: collega semplicemente le informazioni”.

– Monica Rockswold, esperta in biologia forense

A cosa serve la profilazione geografica: applicazioni, potenzialità e limiti

Il profilo geografico, insieme alle tecniche di profiling criminale, rappresenta un ponte tra statistica, geografia e criminologia applicata. Nelle indagini, consente di delimitare un’area di ricerca probabile, riducendo il campo investigativo e ottimizzando risorse spesso scarse. Non indica un colpevole ma segnala dove concentrare pattugliamenti, sorveglianza o controlli, trasformando spazi anonimi in scenari prioritari. È uno strumento particolarmente utile in casi di serialità – rapine, aggressioni, omicidi – in cui il ripetersi di condotte in luoghi diversi disegna una mappa invisibile che la formula matematica dell’algoritmo rende leggibile.

La sua applicazione, tuttavia, ha superato i confini della criminologia classica. Tecniche simili sono state utilizzate in epidemiologia, ad esempio per tracciare focolai infettivi e identificare la fonte di diffusione, come accadde già nell’Ottocento con la mappa del colera di John Snow. Anche nel contrasto al terrorismo o ai crimini ambientali, l’analisi spaziale dei dati si è rivelata preziosa, mostrando la versatilità di questo approccio.

Nonostante le potenzialità, il metodo presenta limiti strutturali. Funziona solo con dati di partenza accurati e coerenti: errori di registrazione delle scene o modelli incompleti possono compromettere i risultati. Inoltre, criminali che agiscono per depistare – spostandosi intenzionalmente in aree lontane o casuali – possono ridurre drasticamente l’efficacia dell’analisi. C’è infine il rischio dei falsi positivi: l’algoritmo suggerisce zone che, se interpretate con pregiudizi o senza altre evidenze, possono condurre a piste fuorvianti.

In definitiva, il profilo geografico è un alleato potente ma non autosufficiente: la sua forza emerge solo se integrato con indagini tradizionali, testimonianze, prove forensi e intelligenza investigativa.

Condividi

Condividi

Continua a esplorare il lato oscuro

Cosa trasforma un essere umano in un mostro?

In questa sezione indago il lato oscuro della mente: psicologia criminale, devianze, motivazioni. Perché a volte il male si annida proprio dove non guardiamo.

Scopri analisi, curiosità e profili psicologici su Fiabe Noir – Storie di Mostri Moderni.