Serbia, cinque delitti che hanno sconvolto il Paese

Cinque delitti tra i più discussi e famosi in Serbia: stragi, omicidi e casi simbolo che hanno segnato l’opinione pubblica e la memoria collettiva.

Foto di Nikola Aleksic su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

Dalla violenza domestica alle stragi improvvise, cinque delitti che hanno sconvolto la Serbia e aperto ferite ancora vive nella coscienza del Paese.

Non solo episodi di cronaca nera ma ferite collettive che hanno segnato profondamente la società e il dibattito pubblico: cosa nascondo i delitti più discussi e famosi della Serbia? In un Paese attraversato da transizioni politiche, tensioni sociali e memorie di conflitti recenti, alcuni omicidi sono diventati simboli di fallimenti istituzionali, violenze private e repressione del dissenso. Giornalisti assassinati, adolescenti rapite, stragi familiari e massacri improvvisi hanno monopolizzato l’attenzione dei media serbi e internazionali, generando proteste, richieste di giustizia e riforme legislative. In questo articolo, vengono ricordati cinque casi emblematici, diversi per modalità e contesto, ma accomunati da un impatto mediatico e sociale senza precedenti.

 

I delitti più discussi in Serbia: cinque casi famosi

1. L’omicidio di Slavko Ćuruvija (1999)

Tra i delitti più discussi e famosi in Serbia, l’assassinio del giornalista Slavko Ćuruvija rappresenta uno spartiacque nella storia recente del Paese. Ćuruvija, editore e fondatore di Dnevni Telegraf ed Evropljanin, era una voce apertamente critica contro il regime di Slobodan Milošević.

L’11 aprile 1999, nel pieno dei bombardamenti NATO su Belgrado, fu ucciso a colpi di pistola davanti all’ingresso del suo palazzo, nel centro della capitale. L’agguato avvenne in strada, alla luce del giorno, mentre rientrava a casa con la compagna. La scena del crimine indicava un’esecuzione mirata: più colpi, sparati da distanza ravvicinata, che non lasciarono possibilità di sopravvivenza.

Per anni l’omicidio rimase impunito, alimentando sospetti di coperture istituzionali. Le indagini furono riaperte solo dopo la caduta del regime. Nel 2019, furono condannati in primo grado quattro ex membri dei servizi segreti serbi, accusati di aver pianificato e organizzato l’omicidio.

Tra annullamenti e nuovi processi, la vicenda giudiziaria si è protratta fino al 2023, mantenendo alta l’attenzione mediatica. L’identificazione dei mandanti ha confermato che l’omicidio fu un atto politico, volto a silenziare una voce scomoda. Il caso Ćuruvija resta uno dei delitti più discussi in Serbia perché incarna il legame tra potere, violenza e libertà di stampa.

 

2. Il caso Tijana Jurić (2014)

Il rapimento e l’uccisione di Tijana Jurić rappresentano uno dei casi più sconvolgenti avvenuti in Serbia per l’impatto emotivo e sociale che ebbe sull’intero Paese. Tijana, 15 anni, scomparve nella notte tra il 25 e il 26 luglio 2014 dopo aver partecipato a un evento sportivo vicino a Bajmok, nel nord della Serbia. Le ultime immagini la mostrano mentre cammina lungo una strada poco illuminata, diretta verso casa. La scomparsa fece scattare immediatamente ricerche su larga scala, con il coinvolgimento di polizia, volontari e mezzi dell’esercito.

Il 7 agosto 2014, dopo dodici giorni di ricerche, il corpo della ragazza fu ritrovato in un’area boscosa nei pressi di Sombor, nascosto tra la vegetazione. L’autopsia stabilì che la causa della morte era stata asfissia meccanica, avvenuta poco dopo il rapimento. Le indagini portarono rapidamente all’arresto di Dragan Đurić, un uomo del posto con precedenti penali. L’uomo confessò il rapimento e l’omicidio, ricostruendo le fasi del delitto e indicando il luogo in cui aveva occultato il corpo.

La scena del crimine evidenziò una violenza improvvisa e non pianificata, culminata nell’uccisione della vittima per evitare l’identificazione. Nel 2015, Đurić fu condannato a 40 anni di carcere, la pena massima prevista all’epoca in Serbia. Il caso scatenò proteste, richieste di pene più severe e un ampio dibattito sulla sicurezza dei minori. Ancora oggi, il nome di Tijana Jurić è associato a uno dei delitti più discussi e famosi in Serbia e a una ferita collettiva mai completamente rimarginata.

 

3. Jabukovac: un caso di spree killing nella Serbia rurale (2007)

Le uccisioni di Jabukovac rientrano tra i delitti più discussi e famosi in Serbia per la loro brutalità improvvisa e per il contesto rurale in cui avvennero. Il 27 luglio 2007, nel piccolo villaggio di Jabukovac, vicino a Negotin, nell’est del Paese, Nikola Radosavljević, agricoltore di 38 anni, impugnò un fucile da caccia e iniziò a sparare contro i vicini, trasformandosi in uno spree killer. In poche ore, uccise nove persone e ne ferì cinque, colpendo uomini e donne incontrati lungo la strada e nelle abitazioni.

La scena del crimine si estese per tutto il villaggio, trasformando spazi quotidiani in luoghi di morte. Le vittime furono colpite a distanza ravvicinata, senza possibilità di fuga. Secondo le ricostruzioni, l’azione fu scatenata da una lite familiare e da rancori accumulati nel tempo. Radosavljević fuggì subito dopo la strage, scatenando una vasta caccia all’uomo. Fu arrestato il giorno seguente nei pressi del confine con la Romania.

Le indagini esclusero motivazioni terroristiche o criminalità organizzata, concentrandosi sul profilo psicologico dell’assassino. Le perizie stabilirono che l’uomo soffriva di gravi disturbi mentali, portando alla sua dichiarazione di incapacità di intendere e di volere. Il processo non si concluse con una condanna penale tradizionale ma con l’internamento in una struttura psichiatrica giudiziaria.

La mancanza di una sentenza carceraria alimentò polemiche e dibattiti pubblici. Jabukovac divenne simbolo della vulnerabilità delle comunità isolate e dei limiti nella prevenzione della violenza. Ancora oggi, questo episodio viene ricordato per l’impatto devastante sulla percezione della sicurezza collettiva nel Paese.

 

4. Velika Ivanča (2013)

La strage di Velika Ivanča sconvolse la Serbia per il numero delle vittime e per la dinamica interna al nucleo familiare coinvolto nella vicenda. All’alba del 9 aprile 2013, nel villaggio di Velika Ivanča, vicino a Mladenovac, Ljubiša Bogdanović, 60 anni, imbracciò una pistola legalmente detenuta e iniziò a uccidere. La prima vittima fu la madre, colpita nella propria abitazione. Successivamente Bogdanović si spostò di casa in casa, aprendo il fuoco contro parenti e vicini ancora addormentati.

In poche ore, Bogdanović uccise 13 persone, compreso il figlio ventenne, mentre una donna rimase gravemente ferita. Le vittime furono colpite alla testa o al torace, con colpi ravvicinati che indicavano un’esecuzione deliberata. La scena del crimine coinvolse più abitazioni, rendendo evidente la pianificazione dell’azione.

Dopo la strage, l’uomo tentò il suicidio sparandosi: morì poco dopo in ospedale. Le indagini ricostruirono una lunga storia di problemi economici, isolamento sociale e precedenti tentativi di suicidio. Non emersero segnali di interventi preventivi efficaci, nonostante alcuni allarmi familiari. L’assenza di un processo penale, dovuta alla morte dell’assassino, lasciò molte domande senza risposta. Il caso scatenò un intenso dibattito nazionale sul controllo delle armi e sulla salute mentale nelle aree rurali. Velika Ivanča divenne un simbolo della violenza domestica estrema e uno dei delitti più discussi e famosi in Serbia per l’impatto collettivo e il senso di impotenza generato.

 

5. Dada Vujasinović (1994)

La morte di Dada Vujasinović resta tra i delitti più discussi e famosi in Serbia per le implicazioni politiche e le ombre investigative che sussistono ancora oggi. La giornalista, nota per le sue inchieste su crimini di guerra, traffici illegali e ambienti paramilitari, fu trovata morta l’8 aprile 1994 nel suo appartamento di Belgrado. Il corpo giaceva sul pavimento della cucina, accanto a un fucile da caccia.

Le autorità parlarono inizialmente di suicidio, ipotesi contestata fin dall’inizio da familiari e colleghi. La scena del crimine presentava anomalie evidenti: posizione innaturale dell’arma, ferita incompatibile con un suicidio e assenza di residui di polvere da sparo sulle mani. L’autopsia indicò una morte violenta per colpo d’arma da fuoco ma le conclusioni furono ritenute lacunose. Le indagini, condotte in pieno clima di guerra e censura, furono rapide e prive di approfondimenti decisivi.

Nel corso degli anni, nuove perizie balistiche e medico-legali sollevarono dubbi sempre più forti sulla tesi del suicidio. Nel 2013, una commissione indipendente stabilì che Vujasinović non si era tolta la vita, riaprendo formalmente il caso come omicidio. Nonostante ciò, nessun responsabile è mai stato identificato. La mancanza di un colpevole e la lentezza giudiziaria hanno alimentato sospetti di insabbiamento istituzionale. Il caso rimane ufficialmente irrisolto ma Dada Vujasinović rappresenta ancora oggi il prezzo pagato dal giornalismo investigativo in contesti di potere opaco.

 


Letture correlate

1. Omicidio di Slavko Ćuruvija (1999)

 

2. Omicidio di Tijana Jurić (2014)

 

3. Strage di Jabukovac (2007)

 

4. Strage di Velika Ivanča (2013)

 

5. Caso Dada Vujasinović (1994)

 

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