Scopri cinque casi veri di alibi assurdi: quali sono le scuse più assurde che i criminali hanno inventato dopo essersi macchiati di un crimine?
Nel mondo del crimine, la menzogna è un’arte. Ma a volte l’immaginazione dei colpevoli supera ogni limite, trasformando il tentativo di discolpa in un vero teatro dell’assurdo. C’è chi ha accusato un fantasma, chi ha dato la colpa al proprio cane, chi ha invocato il sonnambulismo o addirittura una possessione demoniaca. In questi casi, la logica si piega all’ego e la responsabilità svanisce dietro una cortina di follia costruita a tavolino. Ecco i cinque alibi assurdi realmente usati da criminali veri che hanno negato l’evidenza delle proprie azioni.
Nel 2006, Keith Griffin fu arrestato negli Stati Uniti con l’accusa di possesso di oltre mille file di pornografia infantile. Il suo alibi, assurdo e incredibile, fu attribuire tutto al proprio gatto. Sosteneva che il felino camminasse sulla tastiera del computer e scaricasse autonomamente i contenuti illeciti.
La versione era talmente surreale da non essere creduta né dalla polizia né dalla giuria. Nonostante il tentativo di giustificare il crimine con l’intervento del gatto, i giudici lo condannarono senza esitazione. Griffin, durante il processo, abbandonò rapidamente questa difesa, comprendendo che peggiorava solo la sua posizione.
Il caso rimane uno degli esempi più celebri di alibi ridicolo nella cronaca giudiziaria moderna: un imputato che cerca di scaricare ogni responsabilità su una creatura incapace di compiere azioni consapevoli. La vicenda sottolinea la disperazione di chi prova a inventare spiegazioni impossibili pur di evitare la punizione e diventa simbolo di come certe scuse, più che ingannare, rendano il colpevole ancora più vulnerabile davanti alla legge.
Nel febbraio 1981, Arne Cheyenne Johnson pugnalò Alan Bono, suo padrone di casa, causando la morte dell’uomo. Prima del reato, Johnson sosteneva di essere posseduto dal demonio, un’affermazione emersa durante gli esorcismi a cui partecipava David Glatzel, fratello dodicenne della sua fidanzata Debbie Glatzel. Si riteneva, infatti, che David posseduto.
L’alibi assurdo di Johnson – ossia la possessione demoniaca – divenne il fulcro di un processo mediatico noto come “Demon Murder Trial”. Nonostante l’incredibile contesto paranormale riportato dai demonologi Ed e Lorraine Warren, il giudice respinse la difesa, considerandola priva di fondamento scientifico. La giuria deliberò per 15 ore in tre giorni, condannando Johnson da un minimo di 10 fino a un massimo di 20 anni di reclusione per omicidio colposo di primo grado. Ma scontò soltanto cinque anni.
Il caso passò alla storia perché fu il primo in cui si tentò di utilizzare ufficialmente la possessione demoniaca come difesa legale negli Stati Uniti. Gli eventi evidenziano la combinazione tra tragedia reale, influenza culturale del paranormale e la fragilità della percezione della responsabilità umana, trasformando la vicenda in uno degli alibi più incredibili mai registrati nella cronaca giudiziaria americana. Johnson e Debbie si sposarono durante la detenzione mentre la famiglia Glatzel contestò successivamente la narrazione pubblicata nel libro The Devil in Connecticut, sostenendo che fosse stata distorta per profitto editoriale.
Nel maggio 1987, a Toronto, Canada, Kenneth Parks, 23 anni, guidò la sua auto per oltre 20 chilometri fino a casa dei suoceri mentre sosteneva di essere sonnambulo. Giunto sul posto, entrò nella casa e colpì mortalmente il suocero. Poi ferì gravemente la suocera. Durante il processo, Parks dichiarò di non avere alcun ricordo dell’accaduto perché era in stato di sonnambulismo, un alibi incredibile ma supportato da esperti di medicina del sonno e psichiatria.
La difesa dimostrò che Parks soffriva di episodi di sonnambulismo notturno, alcuni dei quali già documentati in passato. Il movente apparente restava oscuro e il comportamento violento fu attribuito a uno stato inconscio, senza intenzione criminale consapevole. La giuria canadese dovette valutare se fosse possibile uccidere senza coscienza o responsabilità. Dopo un lungo dibattimento, Kenneth Parks fu assolto dall’accusa di omicidio di primo grado ma la sentenza rimase controversa. Il caso è considerato unico nella storia giudiziaria perché rappresenta una delle rare volte in cui il sonnambulismo fu accettato come reale causa di un crimine violento.
Nel 2016, Julia Biryukova fu interrogata dalla polizia per la scomparsa di sua figlia di due anni. Il suo alibi, incredibile e surreale, si ispirava a un episodio di Law & Order: Special Victims Unit appena trasmesso. Raccontò di aver seguito alla lettera la trama della puntata, come se la vita reale potesse replicare la fiction televisiva. Sostenne che la sua auto fosse rimasta senza benzina, così era andata a rifornirsi. Al ritorno, la bambina sarebbe sparita.
Gli investigatori notarono subito contraddizioni: la macchina non aveva il serbatoio vuoto, non aveva comprato carburante e il suo racconto era incoerente. Biryukova rifiutò anche il poligrafo, sostenendo di essere troppo turbata per sostenerlo, rendendo l’alibi ancora più ridicolo.
La giustizia non credette alla sua versione e l’assurdità dell’alibi divenne un caso emblematico di razionalizzazione estrema. Questo episodio mostra come, in alcuni crimini, la fantasia della colpevole tenti di sovrapporsi alla realtà. Eppure, la logica investigativa smaschera immediatamente le scuse più assurde. L’alibi di Biryukova è ricordato come un esempio perfetto di come l’immaginazione possa produrre scuse impossibili da sostenere davanti alla legge.
Nel 2015, Janell Athalone-Afrika fu accusata di aver sottratto 15.000 dollari in benefici dal Dipartimento dell’Istruzione dell’Indiana. La sua giustificazione, assurda e incredibile, fu che a compiere il crimine era stata la sua “gemella malvagia”. L’alibi sembrava preso da una soap opera: Janell sostenne che l’identità fosse stata rubata da questa fantomatica sorella. Gli investigatori rimasero increduli: il racconto non reggeva ad alcun controllo. Nessuna prova supportava l’esistenza della gemella e il tentativo di spostare la responsabilità su un alter ego immaginario si rivelò subito ridicolo.
In aula, il giudice e il pubblico ministero evidenziarono la totale mancanza di fondamento della difesa, liquidandola come pura invenzione. L’alibi di Janell rimane un esempio emblematico di come i colpevoli possano ricorrere a scuse surreali per negare la propria responsabilità. La vicenda mostra l’estremo della razionalizzazione: inventare un’altra persona, inesistente, per sottrarsi alle conseguenze di un crimine evidente. Oggi, il caso è ricordato come uno dei più stravaganti alibi mai tentati negli Stati Uniti.
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