Oltre la divisa: 7 agenti di polizia che si sono rivelati serial killer

Cappello in dotazione alle autorità, parte della divisa indossata anche dai poliziotti che si sono rivelati essere serial killer.

Foto di R.D. Smith su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

Un viaggio noir alla scoperta delle storie agghiaccianti di sette poliziotti che hanno tradito la divisa e si sono rivelati essere efferati serial killer.

Tempo di lettura 10 minuti

La divisa, simbolo di giustizia e protezione, può nascondere volti inquietanti. Alcuni poliziotti, figure che dovrebbero ispirare e generare fiducia nella società, hanno tradito il loro giuramento, trasformandosi in serial killer. Le loro storie, spesso poco note, rivelano il lato oscuro delle forze dell’ordine. In questo articolo, vengono riportati sette casi emblematici di agenti che hanno scelto la via del crimine, sfidando la legge che erano chiamati a servire.

7 storie di poliziotti che in realtà erano serial killer

1. Joseph James DeAngelo: il Golden State Killer

Per oltre quarant’anni, la California ha vissuto nell’incubo di un predatore invisibile. Joseph James DeAngelo, ex agente di polizia e forse il più famoso tra i poliziotti divenuti serial killer, iniziò la sua carriera omicida negli anni ’70 divenendo noto come l’East Area Rapist. Entrava di notte nelle case delle periferie di Sacramento, armato e mascherato, legava le vittime e le terrorizzava per ore prima di violentarle. Col tempo, la sua brutalità degenerò in omicidi. Tra il 1975 e il 1986, si stima abbia assassinato almeno 13 persone e commesso oltre 50 stupri, guadagnandosi il soprannome di Golden State Killer.

Dopo il 1986, DeAngelo sparì nel nulla, vivendo con la vita di un tranquillo padre di famiglia e nascondendosi dietro la rispettabilità della divisa che un tempo aveva indossato. Le indagini si arenarono per decenni, fino a una svolta storica. Nel 2018, i detective ricorse alla nuova tecnica della genealogia genetica forense, caricando un campione biologico in un database pubblico. in questo modo, risalirono così al suo albero genealogico.

DeAngelo fu arrestato nella sua abitazione di Citrus Heights, a 72 anni, senza opporre resistenza. Nel 2020, si dichiarò colpevole, ponendo fine a uno dei misteri criminali più lunghi e spaventosi della storia americana. Il “mostro” che si nascondeva dietro un volto comune aveva finalmente un nome e un volto.

2. Christopher Dorner: la vendetta di un ex agente

Christopher Dorner rappresenta uno dei casi più controversi e mediatici della polizia americana. Nato nel 1979, era un ex ufficiale della marina statunitense e agente del Los Angeles Police Department (LAPD). Nel 2008, fu licenziato dopo un procedimento disciplinare. Secondo l’accusa, aveva falsamente denunciato una collega per eccesso nell’uso della forza. Ma Dorner si dichiarò vittima di un complotto interno e di discriminazioni razziali. Da quel momento, covò un rancore feroce verso i vertici del dipartimento.

Nel febbraio 2013, la sua rabbia esplose in una vendetta pianificata nei minimi dettagli. Pubblicò un lungo manifesto online, in cui accusava la polizia di corruzione e giurava di eliminare chi riteneva responsabile della sua rovina. Il 3 febbraio uccise Monica Quan, figlia di un ex capitano LAPD, e il fidanzato della giovane. Nei giorni successivi, colpì ancora, assassinando due agenti e ferendone altri in agguati improvvisi.

Dorner si muoveva come un militare in guerra. Conosceva tattiche di sopravvivenza, sapeva usare armi pesanti ed era addestrato a confondere i suoi inseguitori. La caccia all’uomo mobilitò centinaia di agenti e paralizzò la California meridionale. Dopo una settimana di fuga, l’11 febbraio fu localizzato a Big Bear Lake. Il giorno seguente, accerchiato in una baita, scambiò colpi di arma da fuoco con le forze speciali. Quando l’edificio prese fuoco, Dorner scelse di togliersi la vita, ponendo fine a una caccia all’uomo che aveva tenuto l’America col fiato sospeso.

3. Zeng Kaigui: Il Lupo Solitario della Polizia

Zeng Kaigui era un ex poliziotto cinese che, dopo aver lasciato la divisa, trasformò la sua conoscenza delle indagini e delle armi in strumenti di morte. Nato negli anni ’60 nella provincia dello Yunnan, prestò servizio nell’esercito e nelle forze dell’ordine prima di essere congedato. A partire dal 2004, iniziò una serie di rapine e omicidi che per anni gettarono nel terrore diverse città cinesi.

Il suo modus operandi era tanto metodico quanto spietato: armato di pistola, prendeva di mira banche, uffici postali e depositi di denaro. Uccideva con freddezza guardie e impiegati, svanendo poi nel nulla. Il silenzio e la precisione con cui agiva gli valsero il soprannome di lupo solitario. La polizia sospettava che fosse un ex militare o agente ma le indagini non riuscivano a identificarlo.

Per oltre dieci anni, Zeng riuscì a sfuggire alla cattura, cambiando città e vivendo sotto falso nome. Fu arrestato solo nel 2012, a Wuhan, dopo un’indagine congiunta che collegò le tracce balistiche dei suoi colpi a numerosi delitti. Al momento della cattura confessò almeno 7 omicidi, compiuti tra il 2004 e il 2011, sebbene il numero reale delle vittime resti incerto. Nel 2013, fu processato e condannato a morte.

4. Michail Popkov: il maniaco della Siberia

Michail Popkov nacque nel 1964 a Noril’sk e prestò servizio come agente di polizia ad Angarsk, nella regione di Irkutsk, in Siberia. Appariva come un uomo qualunque: marito, padre, servitore dello Stato. In realtà, a partire dal 1992, iniziò una lunga carriera criminale che lo avrebbe reso uno dei serial killer più prolifici della storia.

Il suo modus operandi sfruttava la divisa e l’autorità che essa gli conferiva. Pattugliava le strade notturne e offriva passaggi alle donne sole, presentandosi come un agente premuroso. Una volta isolate, le conduceva in luoghi appartati: boschi, radure innevate o zone industriali deserte. Qui le aggrediva con estrema violenza, spesso sotto l’effetto dell’alcol. Le sue armi erano variabili – coltelli, asce, martelli – e l’efferatezza degli omicidi gli valse il soprannome di Il Maniaco di Angarsk.

Per quasi vent’anni, Popkov sfuggì alla giustizia. Le indagini furono ostacolate dal fatto che molte vittime erano donne giovani o considerate “a rischio”, il che portò a sottovalutare la connessione tra i casi. Solo nel 2012, grazie a nuove tecniche di analisi del DNA, gli investigatori riuscirono a collegarlo a una serie di omicidi: una prova genetica raccolta da un test medico sul suo servizio di polizia risultò combaciare con i campioni ritrovati sui luoghi del delitto.

Arrestato nello stesso anno, confessò progressivamente decine di uccisioni, arrivando ad ammettere oltre 80 vittime. Nel 2015, fu condannato all’ergastolo, pena a cui si aggiunsero ulteriori condanne negli anni successivi. Oggi Popkov è rinchiuso in una colonia penale russa.

5. David Stephen Middleton: un predatore a Las Vegas

David Stephen Middleton iniziò la sua carriera come agente di polizia in Florida negli anni ’70, ma la sua condotta scorretta lo portò rapidamente alla destituzione. Dietro la facciata di ex poliziotto rispettabile, nascondeva un lato oscuro che si manifestò in tutta la sua ferocia negli anni ’90, quando si trasferì in Nevada. Qui, Middleton iniziò a sfruttare la fiducia che l’uniforme gli aveva garantito, fingendo ancora di avere autorità per avvicinare donne sole e vulnerabili.

Il suo modus operandi era subdolo: spesso si presentava alle vittime spacciandosi per un agente o un tecnico del telefono, convincendole ad aprire le porte di casa. Una volta guadagnata la loro fiducia, le sequestrava, le torturava e infine le uccideva. Una delle sue vittime più note fu Katherine Elizabeth Powell, scomparsa a Las Vegas nel 1995. Middleton la attirò con un pretesto e la donna non fece più ritorno a casa.

Il caso rimase irrisolto finché gli investigatori, grazie a un’accurata analisi forense, collegarono Middleton alla scena del crimine. Ulteriori indagini rivelarono uno schema di aggressioni simili, che delineavano un predatore seriale. Arrestato e processato, fu condannato a morte nel 1997 per l’omicidio di Powell e sospettato di altri delitti.

6. John Christie: il mostro di Rillington Place

John Reginald Halliday Christie nacque nello Yorkshire nel 1899 e servì per un breve periodo come agente ausiliario di polizia a Londra durante la Seconda Guerra Mondiale. Dietro il suo aspetto dimesso e la vita apparentemente ordinaria, si celava però uno degli assassini più sinistri della Gran Bretagna del dopoguerra.

Tra gli anni ’40 e i primi ’50, Christie trasformò la sua abitazione al numero 10 di Rillington Place, a Notting Hill, in una casa degli orrori. Adescava donne vulnerabili – spesso prostitute o giovani in difficoltà – promettendo aiuto o cure mediche grazie a una presunta esperienza sanitaria. Una volta dentro, le drogava con gas o le strangolava, abusando talvolta dei loro corpi dopo la morte. Le vittime venivano poi sepolte nel giardino, sotto le assi del pavimento o dietro le pareti della sua abitazione.

Il suo modus operandi rimase nascosto per anni, favorito anche dal clima di povertà e degrado del quartiere. Nel 1953, dopo che il proprietario di casa scoprì resti umani murati, Christie fu arrestato mentre vagava senza meta per Londra. Il processo rivelò almeno otto omicidi, tra cui quello della moglie Ethel.

Condannato a morte, fu impiccato nel luglio 1953. La sua storia ebbe conseguenze anche giudiziarie: uno degli uomini da lui accusati falsamente di omicidio, Timothy Evans, era stato giustiziato ingiustamente nel 1950, contribuendo al dibattito che portò anni dopo all’abolizione della pena di morte in Inghilterra.

7. Gennady Mikhasevich: Il Killer della Polizia Bielorussa

A chiudere la lista dei poliziotti che si sono rivelati essere serial killer, c’è Gennady Mikhasevich. Nato nel 1947 in Bielorussia, per anni visse una vita apparentemente ordinaria. Era un uomo sposato, rispettato nella comunità e membro del Partito comunista. Lavorò come meccanico e autista, ma anche come volontario in pattuglie di quartiere, una sorta di polizia civile sovietica. Proprio questo ruolo di “guardiano della legge” gli permise di muoversi senza destare sospetti mentre conduceva una delle più lunghe serie di omicidi nella storia dell’Unione Sovietica.

Tra il 1971 e il 1985, Mikhasevich strangolò almeno 36 donne nelle regioni di Vitebsk e Polotsk. Le sue vittime erano soprattutto giovani donne che incontrava per strada, spesso in tarda serata o nei dintorni di fermate di autobus. Le adescava offrendo un passaggio o fingendo un aiuto, per poi aggredirle brutalmente. Dopo lo strangolamento, talvolta abusava dei corpi o li abbandonava in luoghi isolati.

Le indagini furono ostacolate dall’assenza di prove forensi avanzate e dalla difficoltà di collegare i crimini tra loro. La polizia locale, sotto pressione, arrivò persino a condannare diversi innocenti. Paradossalmente, Mikhasevich partecipò attivamente alle squadre di ricerca incaricate di catturare il “mostro di Vitebsk”, alimentando così il mito di un killer imprendibile.

Fu smascherato solo nel 1985, quando una prova di laboratorio collegò una corda ritrovata sul luogo di un delitto a un materiale presente nel suo posto di lavoro. Arrestato e interrogato, confessò decine di omicidi. Processato nel 1987, fu condannato a morte e giustiziato nel 1987.

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