Narcos e adolescenti, tre ragazze uccise in diretta social: il massacro che ha scosso Buenos Aires

Buenos Aires, città nella quale tre ragazze sono state torturate e uccise in diretta social da una banda di narcos. L’Argentina si ferma davanti a uno dei delitti più atroci degli ultimi anni.

Foto di Juan Pablo Mascanfroni su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

Tre ragazze sono state torturate e uccise in diretta social da una banda di narcos: l’Argentina si ferma davanti a uno dei delitti più atroci degli ultimi anni.

Tempo di lettura 7 minuti

Il caso di Florencio Varela ha scioccato l’Argentina e il mondo. Tre giovani ragazze – Morena Verdi, Brenda Del Castillo e Lara Gutiérrez – sono state attirate con l’inganno, torturate e uccise in diretta social da una banda legata al narcotraffico. Le immagini dell’orrore, trasmesse a decine di spettatori, hanno rivelato la brutalità di un sistema che sfrutta la vulnerabilità femminile e il degrado sociale delle periferie. Mentre il Paese scendeva in piazza gridando “Ni una menos”, la tragedia ha messo a nudo una realtà che va oltre il femminicidio.

Tre ragazze torturate e uccise in diretta social: il contesto del crimine

Venerdì 19 settembre 2025, Brenda del Castillo (20 anni), Morena Verdi (20) e Lara Gutiérrez (15) hanno lasciato le loro case nel sobborgo degradato di La Matanza allettate da una falsa proposta: partecipare a una festa privata in cambio di 300 dollari. Sembrava un’occasione, una di quelle che in certi quartieri vanno afferrate al volo perché portano con sé il sapore – o forse l’illusione – di riscatto. Così, quel venerdì, le ragazze uscirono guardando il mondo con occhi scintillanti e traboccanti di entusiasmo. Ma, da allora, scomparvero nel nulla. Brenda, Morena e Lara non tornarono mai più.

Cinque giorni dopo, i cadaveri delle tre giovani donne vennero trovati sepolti nel cortile di un’abitazione situata nel quartiere di Florencio Valera. I corpi erano stati mutilati e chiusi in sacchi di plastica. Le autopsie rivelarono una realtà terribile: le torture erano state inflitte ante mortem.

I responsabili del triplice omicidio, tutti esponenti di una banda legata al narcotraffico, furono rapidamente individuati e arrestati. Ma altri orrori sui delitti dovevano ancora essere svelati. Durante un interrogatorio, la polizia entrò in possesso del cellulare di uno degli arrestati. Sul dispositivo, trovò un video che mostrava che le ragazze fossero state torturate e uccise in diretta social. Si scoprì, inoltre, che le immagini del triplice omicidio erano state trasmesse in diretta su un social chiuso ed erano state viste in tempo reale da quarantacinque spettatori. Nel filmato, uno dei narcotrafficanti dice alle ragazze: “Questo è quello che succede a chi mi ruba la droga”. La frase lascia intendere che le tre vittime fossero in qualche modo finite nel giro.

Tra i soggetti fermati dalle autorità c’è anche un narcotrafficante peruviano ritenuto il mandante. Le indagini hanno portato al sequestro di telefoni e tracciarono i passaggi digitali che quella messa in scena della normalità.

Ragazze torturate e uccise in diretta social: le reazioni sociali e politiche

L’orrore del triplice omicidio ha incendiato l’Argentina in poche ore. A Buenos Aires, Rosario, Córdoba, Bariloche e in decine di altre città, migliaia di persone sono scese in strada con cartelli, candele e i volti di Brenda, Morena e Lara stampati su magliette e striscioni. “Nessuna vita è usa e getta”, recitavano le scritte. I movimenti femministi, con Ni Una Menos in prima linea, hanno puntato il dito contro lo Stato, accusandolo di abbandono.

La rabbia si è intrecciata con la crisi sociale e con i tagli al welfare imposti dal governo di Javier Milei, che ha ridimensionato i programmi di protezione di genere e l’assistenza nei quartieri popolari.

L’opinione pubblica si è spaccata. Per alcuni, il delitto è un atto di violenza narco. Per altri, un femminicidio, espressione della brutalità esercitata sui corpi femminili per punire e controllare.

Le autorità, tuttavia, hanno confermato che la morte delle tre ragazze rientra nella legge 26.791, che dal 2012 riconosce il femicidio come aggravante penale anche al di fuori dell’ambito domestico.

Ma le piazze chiedono di più: non solo giustizia, ma risposte.

Contro il narcotraffico, la povertà, la disuguaglianza e un sistema che continua a lasciare indietro le più vulnerabili.

Femminicidio, legge argentina e qualificazione del crimine

In Argentina, il termine femmicidio è riconosciuto legalmente dal 2012 tramite la Legge 26.791, che modifica l’articolo 80 del Codice Penale. Questa legge introduce aggravanti per omicidi di donne commessi da uomini quando sia presente violenza di genere, orientamento sessuale, identità di genere o relazioni intime passate o presenti.  Il femicidio non è semplicemente uccidere una donna, ma farlo in un contesto che implica genere, disuguaglianza, controllo o sopraffazione

Nel caso di Florencio Varela, la giustizia argentina lo ha qualificato come femicidio. Le prove indicano che le vittime furono attirate ingannevolmente, torturati e uccisi con la finalità di intimidire, gesto di disciplina criminale.  Anche il Ministero della Sicurezza provinciale ha confermato che la violenza di genere è un’aggravante nel caso

In Italia, l’accezione di femminicidio si riferisce quasi sempre a uccisioni da parte di partner o ex partner. Qui invece, pur non essendo partner, il movente legato al genere (il corpo della donna come messaggio di potere/narco) permette di inserirlo nella definizione argentina ma non secondo quella italiana, che richiede spesso la relazione intima come criterio.

Implicazioni sociali sul caso delle ragazze torturate e uccise in diretta social

Il triplice omicidio di Florencio Varela ha mostrato con brutalità la connessione tra disuguaglianza sociale e violenza di genere in Argentina. Le tre vittime provenivano da periferie segnate da povertà, assenza di opportunità e controllo crescente delle bande narcos. In questi contesti, la promessa di denaro facile o di un’occasione di riscatto diventa un’arma per sfruttare e manipolare. Il sociologo argentino Esteban Rodríguez Alzueta, in una recente intervista a Página/12, ha sottolineato come “il narcotraffico si insinui dove lo Stato arretra”, offrendo alternative illusorie ma immediate. L’assenza di politiche pubbliche di protezione, di istruzione e di inclusione rende ragazze come Morena, Brenda e Lara vulnerabili a dinamiche di potere che le riducono a “merce di scambio” in sistemi criminali.

Il caso ha anche riaperto il dibattito sul deterioramento delle istituzioni e sull’efficacia delle misure contro la violenza di genere. La legge 26.791 esiste, ma spesso resta lettera morta nei territori marginali. Molte organizzazioni hanno chiesto un piano nazionale che combini sicurezza, educazione e reinserimento sociale. Perché, come ha dichiarato il collettivo Ni Una Menos, “non si può parlare di libertà femminile in un Paese in cui la sopravvivenza quotidiana è una lotteria”.

Un orrore che ridefinisce i confini della violenza

Il triplice omicidio di Florencio Varela non è solo un fatto di cronaca nera. È un punto di rottura nella percezione collettiva della violenza in Argentina. La trasmissione in diretta dell’assassinio, il compiacimento dei carnefici e la partecipazione passiva di decine di spettatori hanno trasformato la tragedia in un evento di spettacolarizzazione del male. Un “femminicidio sociale”, come lo hanno definito alcuni commentatori, dove la crudeltà non si consuma nel segreto ma viene condivisa, commentata, replicata.

Questo caso obbliga a interrogarsi non solo sulla definizione giuridica di femminicidio, ma sulla nostra soglia di assuefazione alla violenza. La realtà dei narcos, l’abbandono delle periferie, la mancanza di tutela per le adolescenti si intrecciano in una rete che produce vittime predestinate.

In Italia, un delitto così non rientrerebbe nella tipologia giuridica di femminicidio ma ne incarna pienamente lo spirito: la sopraffazione del corpo femminile come messaggio di dominio. È un monito che supera i confini argentini, ricordando che ogni società che smette di proteggere i più vulnerabili finisce per diventare complice del proprio orrore.

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