Foto di Abdullah Ahmad su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).
Cos’è l’ibristofilia? Quali sono le caratteristiche del disturbo parafilico che porta a sviluppare attrazione verso un criminale?
Nel momento cui il terrore si mescola con il desiderio, nasce l’ibristofilia, un disturbo parafilico che implica una forte attrazione emotiva e sessuale nei confronti della violenza stessa. Non si tratta di una amore comune ma di un legame perverso con il male. Molte donne – ma anche qualche uomo – ne sono vittime. Ignorano la scia di dolore e manipolazione che accompagna questa distorta passione. Il disturbo porta con sé una deriva psicologica che trasforma crimini e criminali atroci in irresistibili magnati emotivi.
L’ibristofilia è classificata dalla letteratura psichiatrica come una parafilia, ovvero una forma di attrazione sessuale atipica. In questo caso, il desiderio è rivolto verso persone che hanno commesso reati gravi, spesso violenti, come omicidi, stupri o rapine. Il termine fu coniato negli anni ’80 dallo psicologo e sessuologo statunitense John Money, noto per i suoi studi pionieristici sulle identità di genere e le deviazioni sessuali. L’etimologia proviene dal greco antico: hybris (ὕβρις), che significa “violenza” o “oltraggio”, e philia (φιλία), cioè “amore” o “affinità”.
L’ibristofilia è spesso descritta in ambito mediatico come la “sindrome di Bonnie e Clyde”, in riferimento alla romantica idealizzazione di coppie criminali, ma questa definizione popolare tende a banalizzare un fenomeno clinicamente più profondo. Secondo il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), pur non essendo esplicitamente nominata, l’ibristofilia rientra tra le parafilie non specificate, nelle quali l’eccitazione sessuale dipende in modo ricorrente dalla consapevolezza che il partner abbia commesso atti illegali o violenti.
A livello psicologico, l’ibristofilia non si limita a una fantasia sessuale o a una fascinazione per il “cattivo ragazzo” ma si struttura come un pattern di desiderio che si fonda sull’illegalità e sulla trasgressione morale. Il crimine diventa un elemento erotico: la violazione delle regole sociali, la pericolosità e il potere esercitato sull’altro contribuiscono ad accendere l’interesse, fino a generare relazioni affettive e sessuali con persone condannate per gravi delitti.
L’ibristofilia si manifesta attraverso comportamenti che vanno ben oltre la semplice fascinazione per figure deviate. Viene espressa attraverso lettere romantiche inviate ai carcerati, visite regolari in prigione, dichiarazioni d’amore, proposte di matrimonio e, in alcuni casi, un attivismo giuridico volto persino a sostenere la difesa legale dell’imputato. Questi comportamenti sono spesso alimentati dalla convinzione, radicata e a tratti salvifica, che il criminale possa essere “compreso” o addirittura redento. In questo contesto, la figura dell’assassino o dello stupratore viene idealizzata come un’anima ferita da proteggere, curare o salvare.
“Molte delle donne che amano serial killer dichiarano che volevano ‘salvarli’, ma in realtà cercavano un potere che non potevano avere”.
– Katherine Ramsland, psicologa forense
L’ibristofilia può assumere due principali declinazioni. Nella sua forma passiva, si limita a un’attrazione erotico-affettiva verso l’autore del crimine o verso l’atto criminale stesso, con una fascinazione morbosa che resta sul piano dell’immaginario. Nella forma attiva, invece, l’individuo si spinge fino a incoraggiare, sostenere o addirittura facilitare i crimini, entrando così in una dinamica di complicità più o meno consapevole.
Lo psichiatra forense Reinhard Haller ha individuato tre profili ricorrenti tra le donne attratte da criminali:
Questi modelli psicologici spesso si intrecciano a storie personali di abusi, insicurezze o traumi irrisolti.
L’ibristofilia si manifesta attraverso comportamenti che vanno ben oltre la semplice fascinazione per figure deviate. Viene espressa attraverso lettere romantiche inviate ai carcerati, visite regolari in prigione, dichiarazioni d’amore, proposte di matrimonio e, in alcuni casi, un attivismo giuridico volto persino a sostenere la difesa legale dell’imputato. Questi comportamenti sono spesso alimentati dalla convinzione, radicata e a tratti salvifica, che il criminale possa essere “compreso” o addirittura redento. In questo contesto, la figura dell’assassino o dello stupratore viene idealizzata come un’anima ferita da proteggere, curare o salvare.
L’ibristofilia può assumere due principali declinazioni. Nella sua forma passiva, si limita a un’attrazione erotico-affettiva verso l’autore del crimine o verso l’atto criminale stesso, con una fascinazione morbosa che resta sul piano dell’immaginario. Nella forma attiva, invece, l’individuo si spinge fino a incoraggiare, sostenere o addirittura facilitare i crimini, entrando così in una dinamica di complicità più o meno consapevole.
Lo psichiatra forense Reinhard Haller ha individuato tre profili ricorrenti tra le donne attratte da criminali:
Questi modelli psicologici spesso si intrecciano a storie personali di abusi, insicurezze o traumi irrisolti.
“Molte delle donne che amano serial killer dichiarano che volevano ‘salvarli’, ma in realtà cercavano un potere che non potevano avere”.
– Katherine Ramsland, psicologa forense
Le origini dell’ibristofilia sono complesse e spesso riconducibili a un intreccio di traumi, carenze affettive e dinamiche psicologiche disfunzionali. Molte delle persone attratte da criminali violenti presentano un passato segnato da abusi, trascuratezza emotiva o relazioni familiari instabili. In questo contesto, l’attrazione per un aggressore può assumere significati simbolici: il carnefice diventa una figura di potere assoluto, un rifugio paradossale per chi ha vissuto una condizione di impotenza o marginalità.
Alcuni studi psicologici suggeriscono che queste donne – spesso istruite, autonome e socialmente inserite – sviluppino un desiderio inconscio di “redimere” l’assassino, attribuendo alla relazione un valore salvifico. Come spiega la psicologa forense Katherine Ramsland, l’innamoramento può costituire un tentativo di dare senso a una realtà percepita come vuota o incoerente. In altri casi, la relazione con un criminale famoso può offrire un riflesso di notorietà, un’identità alternativa che si alimenta del fascino oscuro dell’altro. È quanto accaduto, ad esempio, con i casi mediatici di Ted Bundy o Charles Manson, nei quali le compagne o ammiratrici hanno assunto una visibilità pubblica tanto controversa quanto cercata.
Il fenomeno delle serial killer groupies non è un’esclusiva americana ma attraversa confini geografici e culturali. Alcuni dei casi più eclatanti dimostrano quanto il crimine possa esercitare un’attrazione perversa e inspiegabile su chi osserva da lontano.
Negli Stati Uniti, Ted Bundy è forse l’esempio più emblematico: il suo processo divenne un evento mediatico e molte donne si convinsero della sua innocenza o furono sedotte dal suo fascino oscuro. Una di loro, Carole Ann Boone, arrivò a sposarlo e rimase incinta di sua figlia mentre lui era già condannato a morte.
L’ibristofilia intreccia dipendenza affettiva, fantasia di potere e ricerca di significato. Chi ne soffre vive costantemente tra la paura e il desiderio, in una spirale emotiva che svilisce la propria autonomia e può condurre alla sopraffazione emotiva.
Richard Ramirez, il famigerato “Night Stalker”, ricevette centinaia di lettere d’amore in carcere. La giornalista Doreen Lioy lo sposò nel 1996, definendolo “l’uomo della sua vita”, nonostante le sue condanne per omicidi brutali e violenze sessuali.
Jeffrey Dahmer, il “mostro di Milwaukee”, ricevette regali, lettere e perfino proposte di matrimonio da ammiratrici incuranti delle torture e mutilazioni inflitte alle sue vittime.
Il fascino di questi uomini sembrava resistere persino alle descrizioni più raccapriccianti dei loro crimini.
Anche in Europa il fenomeno ha preso piede. Peter Sutcliffe, il “Jack lo Squartatore dello Yorkshire”, e Josef Fritzl, noto per aver segregato e abusato della figlia per 24 anni, hanno avuto corrispondenze e seguaci devoti. Persino Anders Breivik, autore della strage di Utoya in Norvegia, ha ricevuto lettere in carcere.
In Italia, il caso di Pietro Maso, condannato per aver ucciso i genitori nel 1991, ha attirato l’attenzione di donne che gli hanno scritto per anni. Erika De Nardo, coinvolta nell’omicidio dei genitori insieme al fidanzato, ha attirato un nutrito gruppo di sostenitori, così come Mauro Favaro, detto “Johnny lo zingaro”, o Filippo Turetta. In alcuni casi, queste figure sono diventate oggetto di piccoli fan club o gruppi social informali, alimentando un culto che unisce morbosità, fascinazione e desiderio di redenzione.
Il fenomeno delle serial killer groupies non è un’esclusiva americana ma attraversa confini geografici e culturali. Alcuni dei casi più eclatanti dimostrano quanto il crimine possa esercitare un’attrazione perversa e inspiegabile su chi osserva da lontano.
L’ibristofilia intreccia dipendenza affettiva, fantasia di potere e ricerca di significato. Chi ne soffre vive costantemente tra la paura e il desiderio, in una spirale emotiva che svilisce la propria autonomia e può condurre alla sopraffazione emotiva.
Negli Stati Uniti, Ted Bundy è forse l’esempio più emblematico: il suo processo divenne un evento mediatico e molte donne si convinsero della sua innocenza o furono sedotte dal suo fascino oscuro. Una di loro, Carole Ann Boone, arrivò a sposarlo e rimase incinta di sua figlia mentre lui era già condannato a morte.
Richard Ramirez, il famigerato “Night Stalker”, ricevette centinaia di lettere d’amore in carcere. La giornalista Doreen Lioy lo sposò nel 1996, definendolo “l’uomo della sua vita”, nonostante le sue condanne per omicidi brutali e violenze sessuali.
Jeffrey Dahmer, il “mostro di Milwaukee”, ricevette regali, lettere e perfino proposte di matrimonio da ammiratrici incuranti delle torture e mutilazioni inflitte alle sue vittime.
Il fascino di questi uomini sembrava resistere persino alle descrizioni più raccapriccianti dei loro crimini.
Anche in Europa il fenomeno ha preso piede. Peter Sutcliffe, il “Jack lo Squartatore dello Yorkshire”, e Josef Fritzl, noto per aver segregato e abusato della figlia per 24 anni, hanno avuto corrispondenze e seguaci devoti. Persino Anders Breivik, autore della strage di Utoya in Norvegia, ha ricevuto lettere in carcere.
In Italia, il caso di Pietro Maso, condannato per aver ucciso i genitori nel 1991, ha attirato l’attenzione di donne che gli hanno scritto per anni. Erika De Nardo, coinvolta nell’omicidio dei genitori insieme al fidanzato, ha attirato un nutrito gruppo di sostenitori, così come Mauro Favaro, detto “Johnny lo zingaro”, o Filippo Turetta. In alcuni casi, queste figure sono diventate oggetto di piccoli fan club o gruppi social informali, alimentando un culto che unisce morbosità, fascinazione e desiderio di redenzione.
Il fenomeno delle serial killer groupies non è un’esclusiva americana ma attraversa confini geografici e culturali. Alcuni dei casi più eclatanti dimostrano quanto il crimine possa esercitare un’attrazione perversa e inspiegabile su chi osserva da lontano.
Negli Stati Uniti, Ted Bundy è forse l’esempio più emblematico: il suo processo divenne un evento mediatico e molte donne si convinsero della sua innocenza o furono sedotte dal suo fascino oscuro. Una di loro, Carole Ann Boone, arrivò a sposarlo e rimase incinta di sua figlia mentre lui era già condannato a morte.
Richard Ramirez, il famigerato “Night Stalker”, ricevette centinaia di lettere d’amore in carcere. La giornalista Doreen Lioy lo sposò nel 1996, definendolo “l’uomo della sua vita”, nonostante le sue condanne per omicidi brutali e violenze sessuali.
Jeffrey Dahmer, il “mostro di Milwaukee”, ricevette regali, lettere e perfino proposte di matrimonio da ammiratrici incuranti delle torture e mutilazioni inflitte alle sue vittime.
Il fascino di questi uomini sembrava resistere persino alle descrizioni più raccapriccianti dei loro crimini.
Anche in Europa il fenomeno ha preso piede. Peter Sutcliffe, il “Jack lo Squartatore dello Yorkshire”, e Josef Fritzl, noto per aver segregato e abusato della figlia per 24 anni, hanno avuto corrispondenze e seguaci devoti. Persino Anders Breivik, autore della strage di Utoya in Norvegia, ha ricevuto lettere in carcere.
In Italia, il caso di Pietro Maso, condannato per aver ucciso i genitori nel 1991, ha attirato l’attenzione di donne che gli hanno scritto per anni. Erika De Nardo, coinvolta nell’omicidio dei genitori insieme al fidanzato, ha attirato un nutrito gruppo di sostenitori, così come Mauro Favaro, detto “Johnny lo zingaro”, o Filippo Turetta. In alcuni casi, queste figure sono diventate oggetto di piccoli fan club o gruppi social informali, alimentando un culto che unisce morbosità, fascinazione e desiderio di redenzione.
L’ibristofilia intreccia dipendenza affettiva, fantasia di potere e ricerca di significato. Chi ne soffre vive costantemente tra la paura e il desiderio, in una spirale emotiva che svilisce la propria autonomia e può condurre alla sopraffazione emotiva.
L’ibristofilia, ovvero l’attrazione erotico-affettiva per chi ha commesso atti violenti, solleva importanti dilemmi sia morali che pratici. Dal punto di vista del sistema carcerario, la presenza di detenuti con ammiratori esterni – spesso donne innamorate di serial killer o criminali violenti – pone il problema della sicurezza e del benessere psicologico di entrambe le parti.
Sul piano criminologico e sociologico, l’ibristofilia contribuisce a mantenere viva una narrazione distorta e spesso perversa del crimine: quella del “cattivo affascinante”, del “mostro sexy”, del “genio oscuro”. Figure come Ted Bundy, Richard Ramirez o Charles Manson sono diventate icone pop nel senso più inquietante del termine, al centro di un racconto mediatico che tende a spettacolarizzare la violenza, a estetizzarla e, in alcuni casi, persino a romanticizzarla. I media, con il supporto dei social network, possono amplificare questo fenomeno: interviste morbose, fan club, oggetti autografati e addirittura “matrimoni carcerari” diventano contenuti virali, contribuendo alla costruzione di miti deviati.
A livello sociale, il fenomeno dell’ibristofilia è lo specchio di un immaginario collettivo che oscilla pericolosamente tra attrazione e repulsione nei confronti del male. Da un lato, vi è il fascino per la trasgressione e per l’autorità deviata; dall’altro, il bisogno di esorcizzare la paura attraverso l’avvicinamento, quasi come se amare il mostro fosse un modo per controllarlo. Questo paradosso alimenta dinamiche psicologiche complesse e, in certi casi, perfino pericolose. Comprendere l’ibristofilia, quindi, significa anche interrogarsi su ciò che la nostra cultura considera desiderabile, potente, irresistibile e su quanto ciò possa essere contaminato da narrazioni tossiche e normalizzazioni della violenza.
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