Dalla cronaca nera alla scienza: 10 femminicidi che hanno cambiato per sempre la criminologia

10 femminicidi famosi che hanno cambiato la storia della criminologia

Foto di Erik Mclean su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

Un viaggio tra i femminicidi che hanno cambiato la storia della criminologia: dieci casi simbolo che hanno segnato la società e la giustizia.

Tempo di lettura 14 minuti
Nota: In questo articolo vengono riportati casi di femminicidio che fanno riferimento sia all’accezione italiana del termine – ossia l’uccisione di una donna in quanto donna, spesso all’interno di relazioni di violenza di genere – sia al concetto di feminicide secondo l’accezione americana, più ampio e utilizzato in contesti criminologici e legali internazionali. Alcuni episodi, infatti, riguardano omicidi di donne da parte di partner o familiari, altri rientrano invece in vicende di serial killer, sette religiose o crimini di massa.

L’obiettivo dell’articolo non è quello di uniformare definizioni che variano da Paese a Paese, ma di offrire una panoramica storica e criminologica di casi significativi che hanno segnato il dibattito sulla violenza contro le donne.

La piaga del femminicidio attraversa la storia della criminologia come una ferita profonda e ricorrente. Dalla fine dell’Ottocento fino ai casi più recenti, l’uccisione di donne da parte di partner, familiari o sconosciuti ha assunto forme diverse. Ma ha sempre un comune denominatore: la violenza di genere. Questi omicidi non solo hanno spezzato vite giovani e promettenti. Hanno anche rivelato falle nei sistemi sociali, giudiziari e culturali, stimolando riflessioni e ricerche fondamentali.

In questo articolo, vengono analizzati 10 femminicidi che hanno segnato la storia della criminologia: episodi emblematici che hanno modificato l’approccio investigativo, influenzato i dibattiti giuridici e contribuito a ridefinire il concetto di tutela delle vittime. Da Mary Ann Nichols, prima vittima di Jack lo Squartatore a Londra, fino al caso di Francine Hughes negli Stati Uniti, ogni storia racconta non solo un crimine ma anche il contesto sociale che lo ha reso possibile. Comprendere queste vicende significa leggere la storia della violenza contro le donne come un problema strutturale, che continua a interrogare società e istituzioni.

10 femminicidi che hanno segnato la storia della criminologia

1. Mary Ann Nichols: la prima vittima di Jack lo Squartatore – Londra, 1888

Il 31 agosto 1888, il corpo di Mary Ann “Polly” Nichols, 43 anni, venne ritrovato in una strada buia del quartiere di Whitechapel, a Londra. Era una delle tante donne che, per povertà e marginalità sociale, si prostituivano per sopravvivere. Nichols divenne la prima vittima accertata del misterioso assassino passato alla storia come Jack lo Squartatore. Il suo cadavere mostrava segni di una brutale aggressione. La gola era stata recisa. L’addome orrendamente mutilato.

L’omicidio di Mary Ann segnò l’inizio di una scia di sangue che avrebbe terrorizzato Londra per anni. Le vittime erano accomunate dalla condizione di indigenza e dalla vita ai margini della società. Questo elemento che rese i delitti ancora più simbolici nella lettura criminologica. La brutalità degli attacchi e l’apparente assenza di movente economico imposero una riflessione nuova sulla natura del crimine seriale, fenomeno che fino ad allora non era stato studiato in modo sistematico.

Il caso Nichols e i successivi omicidi di Whitechapel contribuirono alla nascita del profiling criminale. Spinsero, inoltre, le forze dell’ordine a sviluppare metodi investigativi più strutturati, inclusa una maggiore attenzione alla scena del crimine. La vicenda rese evidente come i femminicidi, soprattutto in contesti urbani degradati, potessero rappresentare non solo tragedie individuali ma autentici campanelli d’allarme per la società e per le istituzioni.

2. Kitty Genovese: l’effetto spettatore tra i femminicidi che hanno cambiato la storia della criminologia – New York, 1964

Il 13 marzo 1964, la ventottenne Kitty Genovese, giovane barista di origini italiane, venne brutalmente aggredita e assassinata a Kew Gardens, un quartiere del Queens, a New York. L’autore del delitto fu Winston Moseley, un uomo che confessò in seguito diversi altri crimini. Genovese stava rientrando a casa dopo il lavoro quando fu accoltellata ripetutamente. La violenza si protrasse per oltre mezz’ora e culminò nell’omicidio all’interno dell’androne del suo palazzo.

Il caso divenne tristemente celebre non solo per la brutalità del crimine ma per la presunta indifferenza dei testimoni. Secondo le prime ricostruzioni, 38 persone avrebbero assistito o sentito le urla della vittima senza intervenire. Anche se questa cifra fu successivamente ridimensionata, il clamore mediatico fu enorme e contribuì alla nascita del concetto di “effetto spettatore” (bystander effect) in psicologia sociale. Con questa espressione, si fa riferimento alla tendenza a non agire in presenza di altri, assumendo che qualcuno interverrà al proprio posto.

L’omicidio di Kitty Genovese ebbe ripercussioni anche a livello istituzionale. Spinse, infatti, a riformare i sistemi di pronto intervento negli Stati Uniti, portando all’istituzione del numero di emergenza 911. Dal punto di vista criminologico, il caso resta un esempio emblematico di come un femminicidio possa avere un impatto profondo sia sulla giustizia penale che sulla società e sulle scienze comportamentali.

3. Nicole Brown Simpson: femminicidio tra celebrità e giustizia – Los Angeles, 1994

Il 12 giugno 1994, la trentacinquenne Nicole Brown Simpson, ex moglie della star del football americano O.J. Simpson, fu trovata assassinata insieme all’amico Ronald Goldman davanti alla sua casa a Brentwood, Los Angeles. Nicole era stata accoltellata più volte in un attacco di estrema violenza. La sua uccisione è diventata uno dei casi di femminicidio più famosi nella storia americana e della criminologia moderna.

Il principale sospettato fu proprio O.J. Simpson, già denunciato più volte da Nicole per violenza domestica. Nonostante prove circostanziali – tra cui tracce di sangue e guanti compatibili con l’omicidio – il processo si concluse nel 1995 con un verdetto di assoluzione, in quello che venne definito il “processo del secolo”. Tuttavia, nel 1997, una corte civile ritenne Simpson responsabile delle morti e lo condannò a risarcire le famiglie delle vittime.

Il femminicidio di Nicole Brown ebbe un impatto enorme sulla società statunitense. Mise in primo piano il tema della violenza di genere e delle difficoltà delle donne a ottenere protezione legale anche quando denunciano i maltrattamenti. In criminologia, il caso è spesso analizzato come esempio di intreccio tra femminicidio, celebrità e giustizia, mostrando come il potere mediatico possa influenzare l’opinione pubblica e il corso dei processi.

4. Reeva Steenkamp: femminicidio in Sudafrica – Pretoria, 2013

Il 14 febbraio 2013, giorno di San Valentino, la modella e attivista Reeva Steenkamp venne uccisa nella residenza dell’atleta paralimpico Oscar Pistorius, a Pretoria. Colpita da quattro colpi di pistola attraverso la porta del bagno, la sua morte divenne immediatamente un caso mediatico globale e uno dei femminicidi famosi più discussi del XXI secolo.

Pistorius dichiarò di averla scambiata per un intruso ma l’accusa sostenne che si fosse trattato di un atto di violenza di genere, al culmine di un litigio. Nel 2014, l’atleta fu inizialmente condannato per omicidio colposo. La sentenza venne poi ribaltata e, nel 2017, confermata come omicidio volontario, con una pena di 13 anni e 5 mesi di carcere.

Il caso ebbe enorme risonanza non solo per la fama internazionale di Pistorius, soprannominato “Blade Runner” per le sue protesi da atleta. La morte di Steenkamp portò alla luce il problema diffuso dei casi di femminicidio in Sudafrica, uno dei Paesi con i più alti tassi di violenza sulle donne al mondo.

Dal punto di vista della criminologia e del true crime, l’omicidio di Reeva Steenkamp è oggi studiato come esempio di femminicidio in contesto domestico, aggravato dalla fama e dal potere dell’autore, con implicazioni sul rapporto tra celebrità, giustizia e opinione pubblica.

5. Laci Peterson: un femminicidio domestico – California, 2002

Il 24 dicembre 2002, la ventisettenne Laci Peterson, incinta di otto mesi, scomparve misteriosamente da Modesto, in California. Dopo mesi di ricerche, nell’aprile 2003. furono ritrovati i resti della donna e del bambino che portava in grembo nella baia di San Francisco. Il caso divenne subito uno dei femminicidi più famosi della storia americana, suscitando enorme interesse mediatico e accademico.

Il marito, Scott Peterson, inizialmente apparve preoccupato per la scomparsa della moglie e del figlio non ancora nato. Con il procedere delle indagini, tuttavia, emerse che l’uomo aveva una relazione extraconiugale con una donna di nome Amber Frey. Le prove indiziarie – tra cui intercettazioni telefoniche, comportamenti sospetti e tracce riconducibili ai suoi movimenti – lo incriminarono.

Nel 2004, Peterson fu condannato per omicidio di primo grado nei confronti della moglie e per omicidio di secondo grado del feto, ricevendo la pena di morte. Successivamente, nel 2020, commutata in ergastolo senza possibilità di libertà condizionale.

Il caso Laci Peterson è oggi studiato in criminologia come esempio emblematico di femminicidio domestico, in cui il carnefice è il partner, spesso mosso da desiderio di libertà personale o nuove relazioni. Allo stesso tempo, rappresenta un punto di svolta nell’analisi dei casi di femminicidio negli Stati Uniti. Mostrò, infatti, come la copertura mediatica possa influenzare l’opinione pubblica e, potenzialmente, gli sviluppi processuali.

6. Hilda Murrell: un femminicidio strumentalizzato – Regno Unito, 1985

Il femminicidio di Hilda Murrell, ambientalista e attivista britannica di 78 anni, scosse profondamente l’opinione pubblica del Regno Unito. Il 21 marzo 1985, Murrell fu rapita dalla sua abitazione a Shrewsbury. Il suo corpo venne ritrovato due giorni dopo in un bosco, con segni di aggressione sessuale e ferite multiple da arma da taglio. Per anni, il delitto rimase avvolto da un alone di mistero. La donna era nota per il suo impegno contro l’energia nucleare e molti sospettarono che l’omicidio fosse legato ai suoi dossier critici sulla centrale di Sizewell B.

Solo nel 2005, grazie a nuove analisi del DNA, fu identificato come responsabile Andrew George, all’epoca un giovane delinquente già noto per furti e aggressioni. La verità processuale spazzò via le teorie complottiste. George non aveva agito spinto da motivi politici ma soltanto per soddisfare le sue pulsioni deviate. Proprio per la strumentalizzazionegratuita cui andò incontro il femminicidio di Hilda Murray, tuttavia, il caso divenne emblematico.

Dal punto di vista criminologico, l’omicidio Murrell solleva questioni fondamentali: come l’etichetta di vittima “scomoda” possa distorcere le indagini, e quanto sia importante distinguere i femminicidi da altre narrazioni mediatiche. Il delitto evidenziò inoltre la vulnerabilità delle donne anziane, spesso sottovalutate come target di aggressioni violente. Ancora oggi viene citato come esempio di “femminicidio strumentalizzato” per finalità politiche e giornalistiche, dimostrando come la vittimologia sia essenziale per interpretare correttamente la violenza di genere.

7. Helle Crafts: il “caso della donna nella tritacarne” – Connecticut, 1986

Il femminicidio di Helle Crafts è rimasto impresso nella storia della criminologia per la brutalità del delitto e per l’innovativo uso delle prove forensi. Helle, un’assistente di volo danese che viveva in Connecticut, scomparve il 19 novembre 1986. Era sposata con Richard Crafts, pilota della Eastern Airlines, da cui stava pianificando di divorziare dopo aver scoperto i suoi tradimenti. L’uomo, non volendo affrontare la separazione, mise in atto un piano diabolico.

Secondo le ricostruzioni processuali, Richard uccise Helle nella loro casa, probabilmente colpendola con un oggetto contundente. Successivamente, smembrò il suo corpo con una motosega. Per disfarsene, usò un trituratore industriale di legno preso a noleggio, gettando i resti lungo un fiume ghiacciato vicino alla sua abitazione. Le indagini furono complesse. La polizia trovò solo minuscoli frammenti di ossa, capelli, denti e tessuti appartenenti a Helle. Queste prove, insieme alle testimonianze di vicini e colleghi, portarono all’incriminazione di Richard Crafts.

Il processo si concluse nel 1989 con una condanna all’ergastolo. Fu uno dei primi casi di condanna per omicidio senza il ritrovamento del corpo intero della vittima. Il caso Crafts rappresenta un punto di svolta nella criminologia moderna, dimostrando quanto le indagini scientifiche e l’analisi delle tracce biologiche siano decisive per smascherare un femminicidio particolarmente efferato.

8. Sharon Tate: il femminicidio della giovane attrice – Los Angeles, 1969

Il femminicidio di Sharon Tate, icona del cinema degli anni ’60, è uno dei casi più noti e disturbanti nella storia della criminologia americana. Tate, 26 anni, incinta di otto mesi, fu brutalmente assassinata il 9 agosto 1969 nella villa di Cielo Drive, a Los Angeles, insieme a quattro amici, da seguaci della setta guidata da Charles Manson. Il movente degli omicidi non era personale. Manson ordinò l’omicidio come parte del cosiddetto “Helter Skelter”, una teoria apocalittica e razzista secondo cui una guerra razziale imminente avrebbe distrutto la società.

Gli assassini, tra cui Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Charles “Tex” Watson, irruppero nella villa, uccidendo le vittime con coltelli e accette e lasciando simboli scritti col sangue sulle pareti. La crudeltà dell’atto, la scelta delle vittime innocenti e il contesto legato a una setta hanno reso questo femminicidio un caso emblematico per lo studio dei serial killer e della dinamica delle vittime.

Il processo si concluse nel 1971 con la condanna di Manson e dei suoi seguaci all’ergastolo. Inizialmente, erano stati condannati a morte ma la pena venne poi commutata in carcere a vita. Questo omicidio segnò un punto di svolta nella percezione pubblica della criminalità a Los Angeles e nell’approccio investigativo ai casi di omicidi rituali e femminicidi di alto profilo, influenzando la criminologia moderna e lo studio dei comportamenti devianti.

9. Anneliese Michel: il femminicidio mistico – Germania, 1976

Il caso di Anneliese Michel, giovane tedesca di 23 anni, rappresenta uno dei femminicidi più controversi della storia della criminologia. In questo caso, si intrecciano religione, psichiatria e abuso. Cresciuta in Baviera, Anneliese soffriva di gravi disturbi epilettici e sintomi psicotici, diagnosticati inizialmente come epilessia temporale. Tra il 1975 e il 1976, la ragazza convinse se stessa e i genitori di essere posseduta da demoni, influenzata anche da pratiche religiose estreme.

Nel corso di dieci mesi, Anneliese fu sottoposta a esorcismi ripetuti da due sacerdoti cattolici che accompagnarono la giovane verso una grave malnutrizione e debilitazione fisica. Alla fine del 1976, Anneliese morì nella sua casa a Klingenberg am Main, pesando solo 30 kg. La sua morte venne classificata come omicidio per negligenza. I genitori e i sacerdoti furono condannati per omicidio colposo, ricevendo pene detentive lievi.

Questo caso ha avuto grande rilevanza per lo studio della psichiatria forense, dei femminicidi indiretti e del ruolo della religione nell’abuso psicologico e fisico. La tragica vicenda di Anneliese Michel ha ispirato dibattiti su diritti dei pazienti, responsabilità dei genitori e limiti degli interventi religiosi, influenzando legislazioni e protocolli di intervento su soggetti vulnerabili.

10. Claudia Lessing: femminicidio e stalking – Germania, 1981

Il femminicidio di Claudia Lessing, studentessa di 20 anni, rappresenta un caso cardine nella storia della criminologia tedesca. Il 4 giugno 1981, la giovane fu aggredita e uccisa a Brema da un uomo che la seguiva e la perseguitava da tempo. Il suo corpo, ritrovato in un parco cittadino, presentava segni di strangolamento. Fu un omicidio brutale che mise in luce la connessione tra molestie ossessive e violenza di genere.

L’assassino, un uomo già noto alle forze dell’ordine per comportamenti persecutori, venne arrestato grazie a un’indaginemeticolosa che ricostruì i suoi movimenti. Il lavoro investigativo dimostrò senza margine di dubbio le precedenti condotte di stalking. Per l’epoca si trattò di un caso pionieristico: il concetto stesso di stalking non era ancora formalizzato né dal punto di vista giuridico né criminologico. Ma la vicenda di Claudia mostrò chiaramente come le persecuzioni ripetute potessero culminare in un femminicidio.

Il caso Lessing è oggi considerato un precursore degli studi sullo stalking letale. Ha contribuito a sensibilizzare la Germania e l’Europa sull’importanza di riconoscere i segnali premonitori. Inserito nei dibattiti criminologici degli anni ’80, ha anticipato riflessioni che divennero centrali solo decenni dopo, con l’introduzione del reato di stalking in vari ordinamenti.

Considerazioni finali sui femminicidi che hanno cambiato la storia della criminologia

femminicidi presentati in questa analisi non sono soltanto episodi di cronaca nera ma spartiacque per la storia della criminologia moderna. Ognuno di essi ha portato alla luce nuove dinamiche: dalla brutalità dei serial killer all’abuso domestico, dal peso delle sette religiose all’impunità favorita dall’indifferenza sociale.

Studiare questi casi significa comprendere come la violenza sulle donne si radichi in squilibri di potere, pregiudizi culturali e silenzi istituzionali. E significa anche riconoscere che dietro ogni nome c’è una storia spezzata, una vita negata e una lezione ancora attuale per il presente.

Ricordare queste vicende non è un esercizio di memoria macabra. È un atto necessario per trasformare la conoscenza in prevenzione. Perché la vera eredità di questi casi deve essere la consapevolezza collettiva che la violenza di genere non è un destino inevitabile. È una responsabilità sociale da contrastare ogni giorno.

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