Il prezzo del silenzio: un duplice omicidio tra segreti e trolley abbandonati. Il caso Elona Kalesha

Campo abbandonato che ricorda il luogo in cui Elona Kalesha ha abbandonato 4 valigie con i corpi dei suoceri.

Foto di Adam Ulrich su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

Il caso di Elona Kalesha ha sconvolto l’Italia: perché la donna ha ucciso i suoceri e ha fatto a pezzi i loro corpi nascondendoli in quattro valige?

Tempo di lettura 13 minuti

2 novembre 2015. Taulant Pasho, detenuto presso il penitenziario di Sollicciano per questioni di droga, venne scarcerato quella mattina. Sapeva che, ad aspettarlo, avrebbe trovato i suoi genitori Shpetim e Teuta Pasho, da poco arrivati a Firenze dall’Albania proprio per riabbracciarlo, e la sua compagna Elona Kalesha. Queste erano le certezze di Taulant. Eppure, dopo essersi lasciato alle spalle la parentesi della reclusione, scoprì che i suoi genitori non erano lì per lui. Non poteva saperlo né immaginarlo ma erano stati uccisi poche ore prima del suo rilascio. E, a ucciderli, era stata proprio la sua compagna.

L’omicidio dei coniugi Pasho: il caso Elona Kalesha

Il 4 ottobre 2015, Shpetim Pasho, 54 anni, e Teuta Pasho, 52 anni, erano arrivati in Italia dall’Albania. Entrambi attendevano con ansia il momento in cui avrebbero potuto riunirsi con il figlio Taulant, il cui rilascio dal penitenziario di Sollicciano era previsto per la mattina del 2 novembre. Dopo aver raggiunto la Toscana, marito e moglie si erano stabiliti in un appartamento in via Felice Fontana, in zona San Jacopino. A fornirgli la sistemazione era stata l’allora fidanzata di Taulant, Elona Kalesha, una donna di circa trent’anni che, come loro, era di origini albanesi. Proprio nell’appartamento in via Fontana, tuttavia, i coniugi Pasho vennero brutalmente massacrati.

Nel pomeriggio del 1° novembre, Elona si recò a casa dei Pasho, probabilmente per un incontro chiarificatore. Pare, infatti, che la coppia avesse scoperto che Kalesha avesse avuto una relazione con un altro uomo durante il periodo di detenzione del figlio, che fosse rimasta incinta e che avesse abortito. Secondo la ricostruzione giudiziaria, la conversazione sarebbe rapidamente degenerata, culminando in un brutale duplice omicidio. Shpetim Pasho morì a seguito di una ferita di arma da taglio alla gola mentre sua moglie Teuta venne strangolata e picchiata a morte. I corpi, poi, vennero fatti a pezzi e riposti in quattro trolley, sigillati con nastro adesivo.

Una simile efferatezza rivelava non solo una forte volontà di occultare i cadaveri ma anche una volontà fredda e lucida di disintegrare l’identità delle vittime.

Le valige dell’orrore: ritrovamento dei resti e arresto di Elona Kalesha

Da quel 1° novembre 2015, nessuno ebbe più notizie dei coniugi Pasho. A dare l’allarme sulla loro scomparsa furono le figlie, Dorina e Victoria. La sparizione venne denunciata alle autorità italiane e fu segnalata anche alla trasmissione Chi l’ha visto?. Nonostante gli sforzi delle figlie, trascorse molto tempo prima che fosse possibile scoprire l’infausto destinoincontro al quale erano andati Shpetim e Teuta. Le valigie rimasero abbandonate per anni in un campo situato nei pressi della recinzione perimetrale posteriore del carcere di Sollicciano, lungo la scarpata della superstrada Firenze-Pisa-Livorno, fino a quando, il 10 dicembre 2020, un caso fortuito permise il ritrovamento di alcuni resti ormai saponificati. In pochi giorni, tutti i trolley vennero recuperati.

Citazione

“Il movente più agghiacciante è quello privato: la gravidanza nascosta da eliminare a ogni costo”.

– PM Ornella Galeotti, titolare dell’inchiesta a Firenze

A seguito della macabro scoperta, i resti vennero inviati al reparto di medicina legale che effettuò analisi e approfondimenti. In questo modo, fu possibile risalire alla causa della morte e all’identità delle vittime. Il primo a essere identificato, grazie a un tatuaggio a forma di ancora, fu Shpetim. L’identificazione fu confermata dalla verifica delle impronte digitali. Successivamente, venne appurato che il secondo corpo appartenesse a Teuta Pasho.

Il ritrovamento shock portò le autorità ad aprire un’indagine per omicidio e ricostruire gli ultimi movimenti delle vittime il giorno della loro morte. In poco tempo, tutti gli indizi raccolti resero possibile individuare il colpevole dei delitti.

Le valige dell’orrore: ritrovamento dei resti e arresto di Elona Kalesha

Da quel 1° novembre 2015, nessuno ebbe più notizie dei coniugi Pasho. A dare l’allarme sulla loro scomparsa furono le figlie, Dorina e Victoria. La sparizione venne denunciata alle autorità italiane e fu segnalata anche alla trasmissione Chi l’ha visto?. Nonostante gli sforzi delle figlie, trascorse molto tempo prima che fosse possibile scoprire l’infausto destinoincontro al quale erano andati Shpetim e Teuta. Le valigie rimasero abbandonate per anni in un campo situato nei pressi della recinzione perimetrale posteriore del carcere di Sollicciano, lungo la scarpata della superstrada Firenze-Pisa-Livorno, fino a quando, il 10 dicembre 2020, un caso fortuito permise il ritrovamento di alcuni resti ormai saponificati. In pochi giorni, tutti i trolley vennero recuperati.

A seguito della macabro scoperta, i resti vennero inviati al reparto di medicina legale che effettuò analisi e approfondimenti. In questo modo, fu possibile risalire alla causa della morte e all’identità delle vittime. Il primo a essere identificato, grazie a un tatuaggio a forma di ancora, fu Shpetim. L’identificazione fu confermata dalla verifica delle impronte digitali. Successivamente, venne appurato che il secondo corpo appartenesse a Teuta Pasho.

Il ritrovamento shock portò le autorità ad aprire un’indagine per omicidio e ricostruire gli ultimi movimenti delle vittime il giorno della loro morte. In poco tempo, tutti gli indizi raccolti resero possibile individuare il colpevole dei delitti.

Citazione

“Il movente più agghiacciante è quello privato: la gravidanza nascosta da eliminare a ogni costo”.

– PM Ornella Galeotti, titolare dell’inchiesta a Firenze

Il movente: un aborto da tenere segreto

Pochi giorni dopo il ritrovamento e l’identificazione dei corpi, le autorità arrestarono Elona Kalesha. Era il 22 dicembre 2020. La donna, che all’epoca del duplice omicidio era la compagna di Taulant Pasho, figlio dei due coniugi albanesi, venne accusata di omicidio, occultamento e vilipendio di cadaveri. Gli inquirenti erano certi della colpevolezza dell’ex nuora delle vittime. Restava, però, da chiarire il movente.

Secondo la ricostruzione della Procura, il movente del duplice omicidio affonderebbe le radici in un segreto intimo e devastante. È stato rivelato che, il 27 ottobre 2015, cinque giorni prima della morte dei coniugi Pasho, Elona Kalesha si sarebbe sottoposta a un’interruzione volontaria di gravidanza presso l’ospedale di Careggi. Il bambino che portava in grembo non sarebbe stato del compagno, Taulant Pasho, all’epoca detenuto. Si trattava, quindi, di un tradimento che Elona era determinata a tenere segreto e sepolto nei meandri della sua coscienza. A qualsiasi costo. Temeva ripercussioni non solo sentimentali ma anche reputazionali.

Il rilascio imminente di Taulant e il fatto che probabilmente i suoi genitori Teuta e Shpetim Pasho – con i quali Elona non intratteneva rapporti sereni – avessero scoperto il tradimento e la gravidanza pare abbia innescato in lei un’escalation di ansia e paranoia. La paura che la verità potesse essere svelata a tutti dai suoceri l’avrebbe spinta a compiere un gesto estremo: eliminare chi, a suo dire, rappresentava una minaccia per l’immagine che cercava di preservare.

L’altro movente: il denaro

Durante il processo, tuttavia, vennero avanzate anche ipotesi alternative, tra cui un possibile movente economico. Poco prima del suo arresto per droga, Taulant avrebbe consegnato 60mila euro ai genitori e 20mila euro al padre di Elona. La donna disse poi al compagno che il denaro dato al padre era stato sequestrato dai carabinieri durante una perquisizione mai confermata e, probabilmente, mai avvenuta. Ma, al momento del rilascio, restituì a Taulant l’intera somma in contanti. L’accusa ipotizzò che quei soldi fossero stati sottratti ai coniugi Pasho dopo l’omicidio.

La tesi dell’accusa

Nonostante il possibile movente economico, per la pubblica accusa, il silenzio su quella gravidanza e la volontà di impedire che venisse svelato tutto restarono l’elemento chiave dell’omicidio. In tribunale, sostenne che quel delitto che non fosse nato dall’impulso ma da un bisogno disperato di controllo sull’informazione e sul giudizio altrui.

In fase processuale, la pubblica accusa asserì anche che l’imputata avrebbe ucciso Shpetim e Teuta Pasho con l’aiuto di persone ancora ignote. Sempre con l’aiuto di ignoti, avrebbe messo in pratica il depezzamento dei corpi e li avrebbe nascosti nei quattro trolley ritrovati a dicembre 2020. Ad oggi, tuttavia, non è stata confermata né l’esistenza di eventuali complici di Elona né è stata scoperta la loro identità.

Processo e sentenza: Elona Kalesha condannata a 30 anni

Nel maggio 2023, la Corte d’Assise di Firenze ha condannato Elona Kalesha a 30 anni di reclusione per il duplice omicidio volontario aggravato e per vilipendio di cadavere. Una pena severa, ma inferiore rispetto all’ergastolo chiesto dalla pubblica accusa. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibile la ricostruzione degli inquirenti, fondata su elementi oggettivi, intercettazioni, testimonianze e accertamenti scientifici.

La sentenza ha sottolineato la lucidità e la premeditazione dell’azione omicida, compiuta con l’intento di impedire la diffusione di una verità scomoda.

Approfondimento psicologico

Il caso Kalesha è un esempio di delirio protettivo, dove la paura di un segreto – una gravidanza clandestina – diventa più potente del rispetto della vita. I confini tra vergogna culturale, pressione sociale e disagio emotivo sprofondano nella follia, trasformando la vulnerabilità in violenza estrema.

Nel febbraio 2025, poi, la Corte d’Appello ha confermato integralmente la condanna, escludendo qualsiasi attenuante e definendo l’omicidio un gesto “senza alcuna logica morale”, alimentato da un intreccio di paura, istinto di conservazione e – forse – da un secondo movente economico.

Un delitto pianificato, secondo i giudici. Non un gesto scaturito da un impulso improvviso ma un crimine nato da una volontà costruita nel tempo.

Processo e sentenza: Elona Kalesha condannata a 30 anni

Nel maggio 2023, la Corte d’Assise di Firenze ha condannato Elona Kalesha a 30 anni di reclusione per il duplice omicidio volontario aggravato e per vilipendio di cadavere. Una pena severa, ma inferiore rispetto all’ergastolo chiesto dalla pubblica accusa. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibile la ricostruzione degli inquirenti, fondata su elementi oggettivi, intercettazioni, testimonianze e accertamenti scientifici.

Approfondimento psicologico

Il caso Kalesha è un esempio di delirio protettivo, dove la paura di un segreto – una gravidanza clandestina – diventa più potente del rispetto della vita. I confini tra vergogna culturale, pressione sociale e disagio emotivo sprofondano nella follia, trasformando la vulnerabilità in violenza estrema.

La sentenza ha sottolineato la lucidità e la premeditazione dell’azione omicida, compiuta con l’intento di impedire la diffusione di una verità scomoda.

Nel febbraio 2025, poi, la Corte d’Appello ha confermato integralmente la condanna, escludendo qualsiasi attenuante e definendo l’omicidio un gesto “senza alcuna logica morale”, alimentato da un intreccio di paura, istinto di conservazione e – forse – da un secondo movente economico.

Un delitto pianificato, secondo i giudici. Non un gesto scaturito da un impulso improvviso ma un crimine nato da una volontà costruita nel tempo.

Processo e sentenza: Elona Kalesha condannata a 30 anni

Nel maggio 2023, la Corte d’Assise di Firenze ha condannato Elona Kalesha a 30 anni di reclusione per il duplice omicidio volontario aggravato e per vilipendio di cadavere. Una pena severa, ma inferiore rispetto all’ergastolo chiesto dalla pubblica accusa. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibile la ricostruzione degli inquirenti, fondata su elementi oggettivi, intercettazioni, testimonianze e accertamenti scientifici.

La sentenza ha sottolineato la lucidità e la premeditazione dell’azione omicida, compiuta con l’intento di impedire la diffusione di una verità scomoda.

Nel febbraio 2025, poi, la Corte d’Appello ha confermato integralmente la condanna, escludendo qualsiasi attenuante e definendo l’omicidio un gesto “senza alcuna logica morale”, alimentato da un intreccio di paura, istinto di conservazione e – forse – da un secondo movente economico.

Un delitto pianificato, secondo i giudici. Non un gesto scaturito da un impulso improvviso ma un crimine nato da una volontà costruita nel tempo.

Approfondimento psicologico

Il caso Kalesha è un esempio di delirio protettivo, dove la paura di un segreto – una gravidanza clandestina – diventa più potente del rispetto della vita. I confini tra vergogna culturale, pressione sociale e disagio emotivo sprofondano nella follia, trasformando la vulnerabilità in violenza estrema.

Taulant Pasho: il figlio detenuto e il segreto mai svelato di Elona Kalesha

Taulant Pasho, figlio delle vittime e all’epoca detenuto nel carcere fiorentino di Sollicciano, rappresenta un nodo cruciale nella dinamica del delitto. Durante il processo, ha dichiarato di essere stato scarcerato il 2 novembre 2015 ­– il giorno successivo all’omicidio dei genitori – e di non aver mai ricevuto alcuna notizia da parte loro. Né telefonate né messaggi, contrariamente a quanto si aspettasse.
Nel corso della sua deposizione, Taulant ha affermato di non essere mai stato informato della gravidanza di Elona e ha ribadito che non avrebbe potuto essere il padre del bambino, essendo recluso nel periodo compatibile con il concepimento. Dichiarazioni che hanno avuto un peso rilevante per la Corte poiché hanno contribuito a delineare il movente dell’imputata.

Elona, secondo l’accusa, avrebbe ucciso per nascondere non solo la sua menzogna – quella gravidanza mai esistita – ma anche per evitare che l’intera verità venisse alla luce al momento del ritorno di Taulant. Una verità che avrebbe compromesso il loro legame e la rete di fiducia costruita, sebbene in un contesto già segnato da precarietà e ambiguità.

Il silenzio improvviso dei genitori e la freddezza dei giorni successivi rafforzarono la convinzione che qualcosa di irreparabile fosse accaduto. Quel vuoto comunicativo fu il primo, inequivocabile, indizio di un’assenza definitiva.

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