La scomparsa della studentessa universitaria Mackenzie Lueck ha sconvolto gli americani nel 2019: tutti i dettagli sul caso e sul ritrovamento.
Alle prime luci dell’alba del 17 giugno 2019, Mackenzie Lueck, 23 anni, atterrò all’aeroporto di Salt Lake City, nello Utah. Poco dopo aver recuperato i suoi bagagli, prese un Lyft e si diresse verso Hatch Park. Fu l’inizio del suo ultimo viaggio. Il silenzio della notte inghiottì la ragazza che sembrò svanire nel nulla. La scomparsa scosse la comunità universitaria. Il caso portò alla luce una nuova declinazione di violenza. Scopriamo insieme come un appuntamento tra due persone possa essersi trasformato in una storia senza lieto fine.
Mackenzie “Kenzie” Lueck, seconda di quattro figli, era nata l’8 marzo 1996. Aveva trascorso la sua infanzia nella città di El Segundo, nella contea di Los Angeles, dove aveva frequentato la El Segudo High School. Mackenzie amava lo sport. Durante la scuola superiore, aveva fatto parte della squadra di nuoto e aveva giocato a pallanuoto. Conclusi gli anni del liceo, si era trasferita nello Utah per frequentare l’università. Al college, era entrata nella confraternita Alpha Chi Omega e si era laureata in kinesiologia e pre-infermieristica. Il suo sogno era quello di proseguire la sua formazione nel campo della salute, valutando l’ipotesi di frequentare la scuola per infermieri oppure la scuola di medicina. Intanto, per mantenersi negli studi, aveva trovato un lavoro presso una società di test biologici a Salt Lake City.
La vita di Mackenzie procedeva tranquilla e spensierata. Passo dopo passo, stava realizzando i suoi traguardi formativi, si stava creando una sua indipendenza e stava costruendo il suo futuro. Ma un grande dolore stava per travolgerla. Nel mese di giugno 2019, infatti, sua nonna morì. Quella perdita improvvisa le inflisse grande sofferenza. Mackenzie aveva un legame molto forte con la sua famiglia. Il lutto la spinse a lasciare lo Utah per poter partecipare ai funerali e condividere quel dolore con la madre, il padre e i fratelli. Lunedì 17 giugno, ripartì per Salt Lake City per sostenere alcuni esami. Sarebbe dovuta tornare dai genitori quella settimana stessa. Ma nessuno la rivide mai più viva.
Nella tarda serata di domenica 16 giugno, il padre di Mackenzie la accompagnò in aeroporto. La aiutò con i bagagli e le augurò buon viaggio. La vide andare via di schiena, inghiottita dalle porte automatiche dell’edificio, fino diventare un puntino lontano e svanire. Quello fu l’ultimo ricordo che l’uomo avrebbe avuto della figlia viva.
Il volo di Mackenzie decollò dalla California verso le undici e trenta ora locale (nello Utah c’è un’ora avanti rispetto alla California) per poi atterrare a Salt Lake City intorno alle due del mattino del 17 giugno. Prima di lasciare l’aeroporto, inviò un messaggio a sua madre. “Siamo atterrati”, aveva scritto. “Ti voglio bene, mamma”. Poi, aveva atteso circa 40 minuti prima di salire a bordo di un Lyft che l’aveva lasciata a Hatch Park a North Salt Lake. Fu a questo punto che, di lei, si perse ogni traccia.
La madre di Kenzie lesse il messaggio solo al mattino. Le scrisse ma non ricevette alcuna risposta. Le ore passarono e da Salt Lake City non arrivò nessuna notizia.
Sia i genitori che i fratelli della ragazza provarono a contattarla anche se inutilmente. Al calar della notte, pensarono che fosse stanca per il viaggio ed emotivamente distrutta dal funerale. Decisero di darle tempo, di contenere l’ansia e di riprovare il giorno dopo. Non potevano saperlo né immaginarlo ma Mackenzie era già morta.
Nei giorni successivi al suo ritorno nello Utah, la famiglia di Mackenzie tentò ancora di parlarle e di avere sue notizie. Ma ogni tentativo cadde nel vuoto. Ormai allarmati e preoccupati, decisero di chiamare alcuni amici della ragazza che, però, non seppero dar loro alcuna informazione. I Lueck, allora, si rivolsero alla polizia.
Nella tarda serata di domenica 16 giugno, il padre di Mackenzie la accompagnò in aeroporto. La aiutò con i bagagli e le augurò buon viaggio. La vide andare via di schiena, inghiottita dalle porte automatiche dell’edificio, fino diventare un puntino lontano e svanire. Quello fu l’ultimo ricordo che l’uomo avrebbe avuto della figlia viva.
Il volo di Mackenzie decollò dalla California verso le undici e trenta ora locale (nello Utah c’è un’ora avanti rispetto alla California) per poi atterrare a Salt Lake City intorno alle due del mattino del 17 giugno. Prima di lasciare l’aeroporto, inviò un messaggio a sua madre. “Siamo atterrati”, aveva scritto. “Ti voglio bene, mamma”. Poi, aveva atteso circa 40 minuti prima di salire a bordo di un Lyft che l’aveva lasciata a Hatch Park a North Salt Lake. Fu a questo punto che, di lei, si perse ogni traccia.
La madre di Kenzie lesse il messaggio solo al mattino. Le scrisse ma non ricevette alcuna risposta. Le ore passarono e da Salt Lake City non arrivava nessuna notizia. Sia i genitori che i fratelli della ragazza provarono a contattarla anche se inutilmente. Al calar della notte, pensarono che fosse stanca per il viaggio ed emotivamente distrutta dal funerale. Decisero di darle tempo, di contenere l’ansia e di riprovare il giorno dopo. Non potevano saperlo né immaginarlo ma Mackenzie era già morta.
Nei giorni successivi al suo ritorno nello Utah, la famiglia di Mackenzie tentò ancora di parlarle e di avere sue notizie. Ma ogni tentativo cadde nel vuoto. Ormai allarmati e preoccupati, decisero di chiamare alcuni amici della ragazza che, però, non seppero dar loro alcuna informazione. I Lueck, allora, si rivolsero alla polizia.
Giovedì 20 giugno 2019, il padre di Mackenzie aveva chiamato il dipartimento di polizia di Salt Lake City (SLCPD) per denunciare la scomparsa della figlia. Spiegò agli agenti che non aveva più avuto sue notizie da quanto era tornata nello Utah. Due giorni dopo aver ricevuto la segnalazione dei Lueck, sabato 22 giugno, le autorità locali manifestarono preoccupazione per la sicurezza della studentessa universitaria. Al contempo, riferirono di non avere prove sufficienti che indicassero che fosse stata ferita, rapita oppure che si trovasse in pericolo.
Intanto, la polizia si mise in contatto con l’autista di Lyft che aveva prelevato Mackenzie all’aeroporto e che l’aveva lasciata ad Hatch Park. L’uomo disse che, dopo aver fatto scendere la ragazza dal veicolo, aveva caricato altri passeggeri. Il racconto dell’autista insospettì i poliziotti. Ma, dopo aver effettuato le verifiche necessarie, appurarono che l’autista aveva effettivamente continuato a lavorare quella notte e non poteva essere un sospettato. Cominciarono, però, a prendere forma una serie di interrogativi. Perché Mackenzie si era fatta portare in un parco nel cuore della notte? Doveva incontrare qualcuno? E , soprattutto, chi doveva incontrare?
Domenica 23 giugno, Mackenzie avrebbe dovuto prendere su un volo per tornare a casa in California. Ma non salì mai a bordo di quell’aereo. Inoltre, l’università confermò che non aveva dato nessuno degli esami che avrebbe dovuto sostenere. La situazione si stava facendo sempre più delicata.
Le indagini procedevano a ritmo serrato con gli agenti che, durante quel primo fine settimana di ricerche, avevano ispezionato diverse zone di North Salt Lake, l’ultimo posto in cui la 23enne era stata vista. Bussarono alle porte delle case del circondario per verificare se qualcuno dei cittadini che risiedevano nei pressi di Hatch Park avesse avuto contatti con lei. Non riuscendo a trovare piste valide, la polizia annunciò di essere in attesa dei mandati per controllare i social media della ragazza.
In attesa di sviluppi, le ricerca di Mackenzie proseguivano sia in via ufficiale che in via ufficiosa. Amici e familiari della ragazza si erano attivati per incrementare l’attenzione sul caso distribuendo foto e volantini nella speranza di ricevere segnalazioni utili. Intanto, la polizia aveva istituito una linea di segnalazione dedicata esclusivamente al caso. Al contempo, martedì 25 giugno, le autorità rilasciarono delle foto di sorveglianza di Kenzie all’aeroporto internazionale di Salt Lake City per mostrare i vestiti che indossava l’ultima volta che era stata avvistata. Anche l’FBI venne messo al corrente del caso.
Pareva che le indagini stessero per arenarsi quando, mercoledì 26 giugno, gli agenti circondarono una casa a Salt Lake City per eseguire un mandato di perquisizione. Il proprietario dell’abitazione, il cui seminterrato era disponibile per affitti brevi su Airbnb, venne indicato come “persona di interesse” nella scomparsa di Mackenzie. Due giorni dopo la perquisizione, il 28 giugno, l’uomo venne arrestato. Si chiamava Ayoola Ajayi e aveva 31 anni.
Il caso di Mackenzie Lueck evidenzia i rischi legati alla fiducia costruita online. La psicologia ha individuato dinamiche come l’illusione di controllo (Langer, 1975), che porta a credere di gestire una situazione anche in contesti incerti, e l’online disinhibition effect (Suler, 2004), che riduce le difese nei rapporti virtuali. A ciò si aggiunge il fenomeno della falsa intimità digitale, che accelera la percezione di sicurezza con interlocutori sconosciuti. Insieme, questi meccanismi possono oscurare segnali d’allarme reali, creando un terreno fertile per manipolazioni e pericoli letali.
In attesa di sviluppi, le ricerca di Mackenzie proseguivano sia in via ufficiale che in via ufficiosa. Amici e familiari della ragazza si erano attivati per incrementare l’attenzione sul caso distribuendo foto e volantini nella speranza di ricevere segnalazioni utili. Intanto, la polizia aveva istituito una linea di segnalazione dedicata esclusivamente al caso.
Il caso di Mackenzie Lueck evidenzia i rischi legati alla fiducia costruita online. La psicologia ha individuato dinamiche come l’illusione di controllo (Langer, 1975), che porta a credere di gestire una situazione anche in contesti incerti, e l’online disinhibition effect (Suler, 2004), che riduce le difese nei rapporti virtuali. A ciò si aggiunge il fenomeno della falsa intimità digitale, che accelera la percezione di sicurezza con interlocutori sconosciuti. Insieme, questi meccanismi possono oscurare segnali d’allarme reali, creando un terreno fertile per manipolazioni e pericoli letali.
Al contempo, martedì 25 giugno, le autorità rilasciarono delle foto di sorveglianza di Kenzie all’aeroporto internazionale di Salt Lake City per mostrare i vestiti che indossava l’ultima volta che era stata avvistata. Anche l’FBI venne messo al corrente del caso.
Pareva che le indagini stessero per arenarsi quando, mercoledì 26 giugno, gli agenti circondarono una casa a Salt Lake City per eseguire un mandato di perquisizione. Il proprietario dell’abitazione, il cui seminterrato era disponibile per affitti brevi su Airbnb, venne indicato come “persona di interesse” nella scomparsa di Mackenzie. Due giorni dopo la perquisizione, il 28 giugno, l’uomo venne arrestato. Si chiamava Ayoola Ajayi e aveva 31 anni.
In attesa di sviluppi, le ricerca di Mackenzie proseguivano sia in via ufficiale che in via ufficiosa. Amici e familiari della ragazza si erano attivati per incrementare l’attenzione sul caso distribuendo foto e volantini nella speranza di ricevere segnalazioni utili. Intanto, la polizia aveva istituito una linea di segnalazione dedicata esclusivamente al caso. Al contempo, martedì 25 giugno, le autorità rilasciarono delle foto di sorveglianza di Kenzie all’aeroporto internazionale di Salt Lake City per mostrare i vestiti che indossava l’ultima volta che era stata avvistata. Anche l’FBI venne messo al corrente del caso.
Pareva che le indagini stessero per arenarsi quando, mercoledì 26 giugno, gli agenti circondarono una casa a Salt Lake City per eseguire un mandato di perquisizione. Il proprietario dell’abitazione, il cui seminterrato era disponibile per affitti brevi su Airbnb, venne indicato come “persona di interesse” nella scomparsa di Mackenzie. Due giorni dopo la perquisizione, il 28 giugno, l’uomo venne arrestato. Si chiamava Ayoola Ajayi e aveva 31 anni.
Il caso di Mackenzie Lueck evidenzia i rischi legati alla fiducia costruita online. La psicologia ha individuato dinamiche come l’illusione di controllo (Langer, 1975), che porta a credere di gestire una situazione anche in contesti incerti, e l’online disinhibition effect (Suler, 2004), che riduce le difese nei rapporti virtuali. A ciò si aggiunge il fenomeno della falsa intimità digitale, che accelera la percezione di sicurezza con interlocutori sconosciuti. Insieme, questi meccanismi possono oscurare segnali d’allarme reali, creando un terreno fertile per manipolazioni e pericoli letali.
A far scattare l’arresto, fu il ritrovamento di effetti personali della studentessa scomparsa e di alcuni suoi resti nella proprietà. Ad attirare l’attenzione dei poliziotti fu soprattutto una zona appena scavata e bruciata nel cortile di Ajayi. L’area era stata individuata dai cani molecolari. Proprio in questa zona, vennero recuperati alcuni oggetti carbonizzati della ragazza, come il suo portafogli, brandelli di abiti bruciati e dei frammenti ossei. Abiti e materiale organico vennero inviati allo Utah State Crime Lab che li identificò come appartenenti a Kenzie.
Undici giorni dopo la sparizione, le autorità erano ormai certe di non dover più trattare il caso come una scomparsa ma come un omicidio. Un uomo era stato arrestato ma molti punti di domanda restavano sul tavolo. Dov’era il corpo di Mackenzie? Come aveva conosciuto Ajayi? Perché Ajayi l’aveva uccisa? E, soprattutto, qual era il movente?
Ayoola Ajayi, nato nel 1988 in Nigeria, era in possesso di una green card che gli consentiva di lavorare e vivere negli Stati Uniti. Quando era arrivato nel paese, si era iscritto alla Utah State University ma, nel 2012, era stato allontanato dal campus. L’allontanamento era stato causato da alcuni problemi con il visto. Nel 2015, risolti i problemi con il visto, gli era stato permesso di tornare al campus. All’università, Ajayi studiava informatica ma non riuscì mai a laurearsi.
Abbandonati gli studi, si arruolò per un breve periodo nella Guardia Nazionale dell’Esercito per poi cominciare a lavorare in campo informatico. Da alcuni anni, abitava in una casa a Fairpark.
Ma qual era il suo rapporto con Mackenzie Lueck?
L’identità del 31enne era divenuta nota all’SLCPD mentre stavano esaminando i profili social e l’impronta digitale di Kenzie. Nel corso delle verifiche, era emerso che la ragazza e Ajayi si fossero scambiati molti messaggi nella notte del 17 giugno. L’ultimo messaggio di Lueck era stato inviato alle 02:58. I dati del cellulare, inoltre, collocavano sia la 23enne che il 31enne nel parco alle 02:59. Era lui, quindi, la persona che avrebbe dovuto incontrare.
Stando a quanto riferito dai pubblici ministeri, Mackenzie e Ayoola si erano conosciuti nel 2018 sul sito di incontro Seeking Arrangement, una piattaforma di sugar dating destinata a mettere in contatto “sugar daddy” e “sugar baby”.
Sottoposto a interrogatorio, in un primo momento, Ajayi negò ogni coinvolgimento con la scomparsa di Mackenzie e con il suo omicidio. Messo davanti alle prove schiaccianti in possesso dei detective, tuttavia, alla fine cedette.
L’assassino raccontò di aver pianificato di uccidere la ragazza già prima del loro incontro. Per questo motivo, aveva spento il suo sistema di videosorveglianza domestico. Disattivandolo, voleva evitare di documentare la presenza della vittima a casa sua. Raccontò, poi, che dopo aver portato Mackenzie nella sua abitazione a Fairpark, l’aveva immobilizzata, aveva abusato sessualmente di lei e l’aveva strangolata.
Dopo averla uccisa, Ajayi aveva seppellito il corpo e alcuni effetti personali nel suo cortile mentre aveva gettato altri vestiti della vittima nel Jordan River. Nella notte tra il 17 e il 18 giugno, aveva poi dato fuoco al cadavere dietro al suo garage. I vicini riferirono che le fiamme avevano sprigionato un “odore terribile”.
Infine, il 31enne ammise che, quando i poliziotti avevano bussato alla sua porta, aveva spostato i resti di Lueck. Su consiglio dei suoi avvocati, indicò alle autorità dove avesse seppellito il corpo. Il 3 luglio partirono le ricerche al Logan Canyon. Mentre la zona veniva ispezionata, gli investigatori individuarono un terreno smosso di recente in un’area boschiva. Trovarono una fossa poco profonda all’interno della quale c’erano dei resti umani carbonizzati. Il 5 luglio 2019, l’SLCPD comunicò ufficialmente che il corpo di Mackenzie Lueck era stato recuperato al Logan Canyon.
La responsabilità di Ajayi nell’omicidio venne confermata anche dai registri telefonici dell’uomo che lo collocavano sul luogo della sepoltura tra le 14:30 e le 16:30 della giornata del 25 giugno.
Una volta recuperato il corpo, venne effettuata l’autopsia. Al termine dell’esame, venne appurato che Mackenzie aveva riportato un trauma da corpo contundente nella parte sinistra del cranio. Il medico legale stabilì anche che il colpo alla testa aveva causato un’emorragia cerebrale che aveva indotto la morte della vittima.
Il processo del caso Lueck ebbe inizio nel 2020, un anno dopo l’assassinio. I capi d’accusa erano omicidio aggravato, rapimento aggravato e distruzione di cadavere. Il 7 ottobre 2020, per evitare la pena di morte, l’imputato si dichiarò colpevole di omicidio aggravato di primo grado e di profanazione di terzo grado di un corpo umano. Venne condannato all’ergastolo senza possibilità di libertà vigilata il 23 ottobre.
“Ayoola Ajavi è una persona fredda e calcolatrice, che ha agito senz’altra motivazione se non assassinare una giovane innocente”.
– Corte penale, sentenza del 23 ottobre 2020
Durante il processo, Ajayi chiese di poter leggere una dichiarazione con la quale affermò di provare rimorso e chiedeva il perdono dei familiari della vittima. Il procuratore distrettuale, tuttavia, dichiarò ai media di non credere alla genuinità delle scuse dell’imputato. Pensava, piuttosto, che si trattasse di un’ultima disperata mossa per ottenere una pena più clemente rispetto all’ergastolo.
Una volta recuperato il corpo, venne effettuata l’autopsia. Al termine dell’esame, venne appurato che Mackenzie aveva riportato un trauma da corpo contundente nella parte sinistra del cranio. Il medico legale stabilì anche che il colpo alla testa aveva causato un’emorragia cerebrale che aveva indotto la morte della vittima.
Il processo del caso Lueck ebbe inizio nel 2020, un anno dopo l’assassinio. I capi d’accusa erano omicidio aggravato, rapimento aggravato e distruzione di cadavere. Il 7 ottobre 2020, per evitare la pena di morte, l’imputato si dichiarò colpevole di omicidio aggravato di primo grado e di profanazione di terzo grado di un corpo umano. Venne condannato all’ergastolo senza possibilità di libertà vigilata il 23 ottobre.
Durante il processo, Ajayi chiese di poter leggere una dichiarazione con la quale affermò di provare rimorso e chiedeva il perdono dei familiari della vittima. Il procuratore distrettuale, tuttavia, dichiarò ai media di non credere alla genuinità delle scuse dell’imputato. Pensava, piuttosto, che si trattasse di un’ultima disperata mossa per ottenere una pena più clemente rispetto all’ergastolo.
“Ayoola Ajavi è una persona fredda e calcolatrice, che ha agito senz’altra motivazione se non assassinare una giovane innocente”.
– Corte penale, sentenza del 23 ottobre 2020
Ci sono storie che, più di altre, celano restroscena oscuri e complessi: misteri, stalking, sparizioni, abusi, serial killer.
Qui raccolgo le cronache più ambigue e disturbanti, laddove il crimine assume forme fluide e inquietanti.
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