Uomini, rabbia e controllo: perché la violenza di massa si declina al maschile

Gli assassini di massa sono quasi sempre uomini: gli studi dimostrano che un intreccio di biologia, cultura e dolore spiega la violenza estrema.

Foto di Tom Def su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

Gli assassini di massa sono quasi sempre uomini. Ma dietro le statistiche si nasconde un intreccio di biologia, cultura e dolore che spiega la violenza estrema.

Tempo di lettura 8 minuti

Quando si parla di assassini di massa, immaginiamo quasi sempre un uomo armato che fa irruzione in un luogo pubblico e semina la morte. E, in effetti, se si considera il caso degli Stati Uniti, circa il 98% degli autori di sparatorie di massa sono uomini. Ma perché questo tipo di violenza così estrema sembra essere una prerogativa maschile? Perché sembra gettare le fondamenta di un distorto “mondo da uomini”? Per rispondere a queste domanda, bisogna guardare oltre la scia di morte che questi killer lasciano dietro di sé e considerare fattori biologici, psicologici e culturali che si traducono nell’omicidio di massa.

Genere e crimine: perché gli assassini di massa sono quasi tutti uomini

La predominanza maschile negli omicidi di massa non è casuale. Come riportato da ricerche recenti, gli uomini rappresentano circa il 90–93% degli autori di massa.  Il fenomeno non riguarda solo le sparatorie. Secondo uno studio evoluzionista, mentre le donne che commettono uccisioni multiple lo fanno prevalentemente in contesti domestici e con metodi meno diretti (veleni, solitamente), gli uomini agiscono in pubblico, con armi da fuoco e sono alla ricerca di visibilità.

Le ragioni per le quali i modus operandi differiscano in modo così sensibile tra loro sono molteplici. Si tratta di condizionamenti legati tanto alla biologia (testosterone, forza fisica) quanto ai costrutti sociali di mascolinità. La società contemporanea, infatti, si fa ancora testarda promotrice di una forma di “identità maschile egemonica” che, quando si sente in qualche modo minacciata, può sfociare in violenza estrema.

Ma è riduttivo fermarsi a costrutti e influenze sociali. Bisogna considerare anche fattori personali come insuccesso sociale, esclusione economica e malessere psicologico, che spesso precedono l’atto. Un’indagine ha mostrato che gran parte degli autori di omicidi di massa aveva vissuto perdite emotive, lavorative o relazionali prima del crimine.

In quest’ottica, è evidente che il motivo per quale la maggior parte degli assassini di massa sono uomini va ricercato in un intreccio di genere, cultura e crisi d’identità. È una combinazione complessa e talvolta letale che richiede una lettura più profonda del semplice “colpo d’arma da fuoco”.

 

Biologia e violenza: gli studi su perché gli assassini di massa sono soprattutto uomini

Una delle spiegazioni più frequenti parte dal corpo. Gli uomini, in media, possiedono maggiore forza fisica e livelli più elevati di testosterone: fattori che possono facilitare la violenza letale. Tuttavia gli studi recenti mettono in guardia dai facili determinismi: il testosterone non causa direttamente la violenza ma prepara il terreno per reazioni aggressive. Inoltre, lo sviluppo del lobo frontale – area responsabile del controllo degli impulsi – tende a completarsi più tardi nei maschi rispetto alle femmine, incidendo sulla capacità di regolare le emozioni e prevedere le conseguenze.

Da sole, però, le caratteristiche fisiologiche e strutturali degli uomini non bastano a spiegare la degenerazione di un soggetto da individuo innocuo ad assassino di massa. Serve contesto. Le norme sociali, l’accesso alle armi (tanto normale e scontato in Paesi come gli Stati Uniti), l’isolamento e la frustrazione costituiscono il carburante che trasforma una predisposizione in tragedia. La componente corporea, dunque, si intreccia con la storia individuale e culturale.

 

Il peso della cultura: mascolinità, fallimento e rivalsa

Gran parte dei ricercatori concorda sul fatto che la violenza di massa maschile sia profondamente legata a ciò che viene chiamato “mascolinità egemonica”. Con questa espressione, si fa riferimento a un modello culturale che associa la virilità al potere, al controllo e al dominio. Quando alcuni uomini percepiscono di aver perso status, lavoro, relazioni o riconoscimento sociale, possono trasformare quella frustrazione in rabbia rivolta verso altri.

Un’identità maschile minacciata sembra predisporre all’uso della violenza come forma estrema di riaffermazione. In queste situazioni, l’arma diventa simbolo di potere e il teatro in cui si consuma la violenza un palcoscenico per il riscatto. Lo studio sulla motivazione evolutiva degli assassini di massa sottolinea come in molti casi l’atto rappresenti un “ultimo round” contro il fallimento percepito, una rivalsa sulla vita che non ha dato loro ciò che ritenevano di meritare.

 

Perché gli assassini di massa sono soprattutto uomini: salute mentale e pregiudizi

Non è corretto affermare che tutti gli assassini di massa siano malati mentali. Eppure, numerosi studi indicano che problemi psicologici non trattati compaiono spesso tra i fattori antecedenti al crimine. Uno studio del 2010 su killer di massa negli Stati Uniti e in Canada ha evidenziato la presenza di disturbi paranoidi e depressivi, spesso combinati con personalità di tipo antisociale.

Tuttavia, è altrettanto evidente che il sistema riconosce e tratta diversamente le donne. Mentre una donna isolata o depressa viene più prontamente indirizzata a cure, uomini con sintomi analoghi rischiano di diventare invisibili, poiché si è insofferenti verso la vulnerabilità maschile. La resistenza culturale a concedere anche agli uomini di mostrare debolezza, combinata con isolamento sociale e accesso alle armi, crea una miscela pericolosa. Affrontare la violenza maschile significa anche potenziare la cura della salute mentale e riconoscere che uno stigma silenzioso può diventare miccia.

 

Strategie di prevenzione: cosa possiamo fare

Comprendere perché la maggior parte degli assassini di massa sono uomini è il primo passo verso politiche di prevenzione efficaci. Non si tratta semplicemente di inasprire le leggi sulle armi – anche se l’accesso facilitato è un fattore – ma di intervenire su modelli di genere, vulnerabilità psicologica e cultura della violenza. Le scuole, le comunità e i luoghi di lavoro devono promuovere modelli di mascolinità più sani, in cui chiedere aiuto non sia un tabù.

Gli studi mostrano che i percorsi di aiuto, soprattutto per i giovani maschi in crisi, possono ridurre il rischio di escalation violenta. È necessario anche che i media evitino di trasmettere la violenza come spettacolo, riducendo la mitologia del “lupo solitario armato” e offrendo contesti più complessi e informati. Solo così potremo affrontare quel “problema maschile” della violenza di massa con realismo e speranza.

Approfondimento psicologico

La mascolinità egemonica: il modello dominante che plasma la violenza

Nelle analisi dei grandi massacri, il genere non è mai un semplice dettaglio. La quasi totalità degli assassini di massa è composta da uomini e una delle chiavi interpretative più solide per comprendere questa sproporzione è il concetto di mascolinità egemonica. Formulata dalla sociologa australiana Raewyn Connell negli anni ‘80, questa espressione descrive il modello culturale dominante di virilità: competitivo, assertivo, razionale, spesso distante dall’emotività. È l’immagine dell’uomo che deve controllare, vincere, imporsi.

Questo ideale, costruito socialmente e riprodotto attraverso famiglia, scuola, media e cultura popolare, non genera di per sé violenza. Può, però, alimentarla quando viene interiorizzato in modo rigido. Gli uomini che si sentono esclusi o umiliati rispetto a quel modello – falliti, invisibili, sminuiti – possono percepire la violenza come un modo per ristabilire il proprio “valore”. È in questa frattura tra identità personale e identità imposta che maturano molte derive estreme.

La mascolinità egemonica, dunque, non è solo un concetto sociologico: è una lente che mostra come la violenza maschile non nasca nel vuoto, ma dentro un sistema che definisce la potenza come misura dell’essere uomo.

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La mascolinità egemonica: il modello dominante che plasma la violenza

Nelle analisi dei grandi massacri, il genere non è mai un semplice dettaglio. La quasi totalità degli assassini di massa è composta da uomini e una delle chiavi interpretative più solide per comprendere questa sproporzione è il concetto di mascolinità egemonica. Formulata dalla sociologa australiana Raewyn Connell negli anni ‘80, questa espressione descrive il modello culturale dominante di virilità: competitivo, assertivo, razionale, spesso distante dall’emotività. È l’immagine dell’uomo che deve controllare, vincere, imporsi.

Questo ideale, costruito socialmente e riprodotto attraverso famiglia, scuola, media e cultura popolare, non genera di per sé violenza. Può, però, alimentarla quando viene interiorizzato in modo rigido. Gli uomini che si sentono esclusi o umiliati rispetto a quel modello – falliti, invisibili, sminuiti – possono percepire la violenza come un modo per ristabilire il proprio “valore”. È in questa frattura tra identità personale e identità imposta che maturano molte derive estreme.

La mascolinità egemonica, dunque, non è solo un concetto sociologico: è una lente che mostra come la violenza maschile non nasca nel vuoto, ma dentro un sistema che definisce la potenza come misura dell’essere uomo.

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