Il Mostro su Netflix: la serie di Sollima si scontra con la violenza patriarcale e ignora il mito di Pacciani | La recensione di Fiabe Noir

Recensione della serie Netflix “Il Mostro” di Stefano Sollima: la ricostruzione della pista sarda nei delitti del Mostro di Firenze.
Immagine originale: "Identikit" via Wikimedia Commons, autore sconosciuto. Rilasciata con licenza CC0 1.0 . Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).

La recensione di Fiabe Noir de “Il Mostro” di Stefano Sollima su Netflix: tensione, indagini e crimine raccontati con realismo e fedeltà storica.

Tempo di lettura 11 minuti
Nota: Questo articolo contiene spoiler sulla miniserie Il Mostro disponibile su Netflix.

8 coppie di giovani brutalmente uccise e mutilate
17 anni di terrore che sconvolsero una generazione intera
Questa storia è stata ricostruita sulla base dei procedimenti e delle indagini ancora in corso
Ecco il racconto di come tutto ha avuto inizio

da Il Mostro su Netflix

C’è un’Italia che non smette mai di interrogarsi sul proprio lato oscuro. Con Il Mostro, Stefano Sollima si immerge in uno dei casi più complessi e dolorosi della cronaca nera italiana, quello del Mostro di Firenze. Ma la sua serie non è una semplice ricostruzione giudiziaria. È un viaggio nel buio collettivo di un Paese, nei suoi tabù, nei suoi silenzi, nel suo patriarcato. Un racconto di carne, paura e potere, che si fa specchio di un orrore sociale più che criminale.

Nessuno ci ha visti partire: trama della serie su Netflix

Recensione de Il Mostro, dalla cronaca alla serie Netflix: la scelta di Sollima

Raccontare il Mostro di Firenze significa fare i conti con un fantasma che ancora oggi aleggia nella memoria collettiva italiana. Stefano Sollima – regista di Gomorra, Suburra e Romanzo Criminale – sceglie di farlo con rispetto quasi documentaristico, ma anche con un’urgenza politica e morale. Il Mostro, prodotto da The Apartment e AlterEgo per Netflix, nasce da un lavoro di ricerca capillare: atti giudiziari, testimonianze dirette, documenti d’epoca. Tutto, dalle posizioni dei corpi ai dialoghi dei verbali, è ricostruito con ossessiva precisione.

Sollima non cerca il sensazionalismo né l’identità del colpevole. La sua serie, come ha dichiarato a The Hollywood Reporter, “non vuole trovare un mostro, ma raccontare tutti i mostri di Firenze”. Ne emerge un mosaico di menzogne, paure e ipocrisie, in cui la verità è sfuggente e plurale.

A differenza di altre opere ispirate al caso, Il Mostro non trova autocompiacimento nella violenza visiva. La brutalità resta – perlopiù – fuori campo, sostituita da un realismo che inquieta proprio perché non concede catarsi. È il frutto di una scelta etica e stilistica: restituire alle vittime dignità e agli spettatori la consapevolezza che il male, qui, non è un enigma da risolvere ma un’eredità culturale da riconoscere.

La struttura, l’effetto Rashomon e i limiti della serie Netflix Il Mostro di Sollima: recensione

La scelta più coraggiosa e distintiva de Il Mostro è la sua struttura narrativa: quattro episodi, quattro prospettive, quattro verità inconciliabili. Stefano Sollima adotta un impianto che richiama direttamente l’effetto Rashomon. La tecnica, resa celebre da Akira Kurosawa, si basa sull’espediente di raccontare un medesimo evento da punti di vista diversi, ognuno parzialmente vero e inevitabilmente menzognero.

I primi quattro episodi de Il Mostro si concentrano sulla cosiddetta pista sarda, l’indirizzo investigativo che precedette la “saga” giudiziaria di Pietro Pacciani. Ogni episodio assume il punto di vista di un sospettato diverso: Stefano Mele, Francesco Vinci, Giovanni Mele e Salvatore Vinci. In ciascuna versione, l’assassino è l’altro o, paradossalmente, è sempre lo stesso, ma visto con occhi diversi. Il risultato è un meccanismo ipnotico che confonde, intrappola e costringe lo spettatore a oscillare tra realtà e invenzione, come gli inquirenti che per anni hanno barcollato nel buio.

Sollima costruisce questo gioco di specchi con rigore. Ripete le stesse scene, ma cambia dettagli impercettibili: una porta che si apre in un momento diverso, una parola che slitta, un gesto che muta di senso. Ogni variazione è una scheggia di verità e, insieme, un tassello di menzogna. Il montaggio alterna ripetizione e sottrazione, trasformando il dubbio in linguaggio.

Così Il Mostro non è solo un racconto di delitti ma un esperimento sulla memoria collettiva. Crea un mosaico di testimonianze contraddittorie che rivelano più sull’Italia dell’epoca che sull’assassino.

Realismo, rispetto dei fatti e condizione femminile

Il Mostro si fonda su un rigore documentaristico e morale: atti giudiziari, testimonianze dirette e documenti d’epoca ricostruiti con precisione quasi ossessiva, con il supporto del criminologo Francesco Cappelletti. La brutalità non viene spettacolarizzata; i corpi delle vittime restano perlopiù fuori campo mentre l’orrore quotidiano emerge dalle relazioni, dalle dinamiche familiari e dalla violenza strutturale. La narrazione prende avvio dal 1982, quando le indagini iniziano a collegare i duplici omicidi, trasformando la cronaca in memoria collettiva.

In questo contesto, la condizione femminile diventa fulcro della serie. Le donne sono ridotte a oggetti di scambio, vittime di matrimoni imposti, punite per il loro desiderio di libertà. La sequenza iniziale, con Barbara Locci vestita da sposa che fugge tra le spighe, è simbolica: un matrimonio imposto, un corpo “venduto” alla famiglia Mele in cambio di bestiame. Quando il patriarca ordina al figlio Stefano di riportarla indietro, la fuga si carica di metafora: la schiavitù femminile diventa visibile, tangibile. Ogni donna sullo schermo – da Barbarina Steri a Rosina Massa e Iolanda Libbra – emerge come vittima di un sistema che normalizza violenze, controllo e dominanza patriarcale. Sollima mostra tutto con lucidità, senza giudizio esplicito, trasformando la serie in una denuncia potente di una cultura in cui la violenza maschile, dallo stupro al delitto d’onore, cementa l’ordine sociale.

Barbara Locci e le altre: il desiderio femminile come scandalo

Barbara Locci (Francesca Olia), vittima fondativa della serie, non è solo un nome nei fascicoli giudiziari ma la chiave di lettura dell’intera opera. Sollima le restituisce centralità: è cuore pulsante di un racconto dominato da sguardi maschili, desiderata e contraddittoria, colpevole solo di voler vivere secondo la propria volontà. Attorno a lei, amore e possesso si confondono, e la libertà femminile diventa minaccia da estirpare.

Ogni donna nella serie – madre, moglie o amante – è intrappolata nello stesso destino: ridotta a strumento di piacere o convenienza, prigioniera di un sistema che ne nega autonomia. In questa prospettiva, Il Mostro non è solo true crime ma denuncia sociale. Racconta un’Italia che teme la sessualità femminile e la punisce. Sollima costruisce un femminile che resiste e soccombe insieme: privo di voce ma capace di far rumore. Barbara diventa simbolo di una generazione di donne sacrificate sull’altare dell’onore, della morale e della paura. Al termine della visione resta una domanda sospesa: chi ha ucciso Barbara Locci? Probabilmente non lo sapremo mai. Intanto, la serie evidenzia come il vero mostro risieda in una società che continua a ignorare e opprimere le donne.

Linguaggio, fotografia e interpretazioni: recensione de Il Mostro di Sollima su Netflix

La potenza narrativa della serie passa attraverso dialoghi, immagini e performance attoriali. I dialoghi, tratti dagli atti processuali e adattati con attenzione, sono impregnati di dialetto e realismo linguistico, strumenti di oppressione e sopravvivenza. La fotografia di Paolo Carnera immerge gli interni spogli, i cortili fangosi e le campagne isolate in neri e grigi densi mentre i rari colori – un abito rosso o una tenda bucata – segnano momenti cruciali, aggiungendo tensione alla narrazione.

Il cast, prevalentemente composto da attori poco conosciuti, offre performance intense e credibili. Valentino Mannias, con formazione teatrale, interpreta Salvatore Vinci restituendo ambiguità e violenza silenziosa. Marco Bullitta rende palpabile la tensione interiore di Stefano Mele, diviso tra natura personale e legami familiari. Francesca Olia brilla nella sofferta interpretazione di Barbara Locci: dolore e orgoglio, ma senza alcuna traccia di vittimismo. La scelta di evitare star consolidate accresce la sensazione di immersione storica e realismo etico della narrazione.

I limiti della serie Netflix Il Mostro di Sollima: recensione

Uno dei principali limiti della serie è la marginalizzazione delle vittime, spesso ridotte a numeri o tappe investigative. Nonostante la cura nella ricostruzione dei delitti, le loro identità restano in gran parte invisibili. Questa sorta di contraddizione provoca nello spettatore un effetto straniante.

L’assenza di Giovanni Vinci, poi, aggiunge altri punti di domanda. Il maggiore dei fratelli Vinci, primo amante di Barbara Locci, è recentemente emerso come figura collegata al caso. Nel luglio 2025, infatti, esami del DNA hanno confermato che Giovanni Vinci è il padre biologico di Natale “Natalino” Mele, nato il 25 dicembre 1961.

Inoltre, l’effetto Rashomon, se da un lato permette di mostrare diverse prospettive e la confusione delle indagini, dall’altro sposta l’attenzione dallo studio del killer verso temi più ampi legati al contesto storico-culturale italiano. La narrazione diventa un labirinto in cui ogni versione appare plausibile, invitando lo spettatore a riflettere sulle tensioni sociali e culturali dell’epoca più che sull’identità del Mostro.

Dalla scomparsa di Salvatore Vinci alla scelta di ignorare il mito di Pacciani

Salvatore Vinci scomparve nel 1988.
Dopo un’ultima apparizione a Villacidro nessuno seppe più nulla di lui.
I delitti del mostro di Firenze finirono.
Ma forse fu solo una coincidenza.
Infatti le indagini per scoprire l’assassino ebbero ancora molti sviluppi.

La serie si conclude con la scomparsa di Salvatore Vinci nel 1988. Le parole scelte dal duo Sollima-Fasano, se da un lato mirano a instillare il seme del dubbio nello spettatore, dall’altro aprono alla figura di Pietro Pacciani. Il finale de Il Mostro, quindi, lascia intendere che potrebbe esserci una nuova stagione incentrata, appunto, sulla figura di Pacciani, sul celebre processo che lo vide protagonista e sul ruolo dei cosiddetti “compagni di merende”.

La scelta narrativa di ignorare il mito di Pacciani appare coraggiosa e volutamente controversa. E spiazza lo spettatore. La miniserie rinuncia al magnetismo del processo spettacolo e all’idea di un colpevole carismatico da incolpare. La narrazione libera il pubblico dall’illusione di una soluzione immediata e invita a concentrarsi sugli elementi più sottili del contesto storico, sociale e culturale che hanno reso possibile la tragedia.

L’apertura a stagioni successive lascia intendere che la storia di Pacciani e dei suoi complici potrà essere esplorata in futuro, con un approccio altrettanto rigoroso e rispettoso della memoria delle vittime, senza sacrificare la coerenza etica e la densità narrativa costruite in questa prima stagione.

Recensione de Il Mostro di Sollima su Netflix: una denuncia sociale più che un true crime

Al termine dei quattro episodi de Il Mostro, emerge chiaramente che la serie di Stefano Sollima non è soltanto il racconto di crimini efferati. È una finestra su un mondo in cui la violenza quotidiana, sociale e strutturale, diventa l’elemento più agghiacciante. Non è il brivido dell’omicidio a colpire ma l’orrore di una società patriarcale che riduce le donne a oggetti di scambio, strumenti di potere o vittime sacrificali di un contesto che le considera inferiori.

Barbara Locci, costretta a sposarsi contro la sua volontà e inseguita dai patriarchi della famiglia Mele, incarna questa realtà. Altre figure femminili come Barbarina Steri, Iolanda Libbra e Rosina Massa vivono lo stesso destino di oppressione e violenza, che va oltre il singolo crimine e racconta una cultura intera che normalizza il male. Le loro fughe disperate, le urla tra campi e tombe desolate restituiscono allo spettatore la sensazione di impotenza, intrappolamento e sofferenza.

La forza della serie risiede nella scelta narrativa: raccontare il Mostro attraverso la lente di altri “mostri”. Uomini, contesti e dinamiche sociali prevalgono sul serial killer stesso. È una denuncia che costringe a confrontarsi con le strutture di potere, con la misoginia quotidiana e con la capacità di una società di generare i propri mostri. Non ci sono risposte semplici né catarsi consolatorie. Il Mostro rimane sospeso tra cronaca e denuncia, offrendo al pubblico non il fascino morboso del true crime ma la dolorosa consapevolezza di un’Italia che, negli anni Ottanta, spesso ha ignorato l’orrore sotto il proprio tetto.

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