
Foto di André François McKenzie su Unsplash. Immagine modificata da Fiabe Noir (filtro tinta unita verde).
Un italiano è stato rapito nel cuore di SoHo ed è stato torturato per giorni per ottenere la sua password bitcoin: il caso Woeltz Duplessie.
23 maggio 2025. SoHo, quartiere di Manhattan, New York. Un uomo vestito in modo disordinato, scalzo e insanguinato vaga tra le strade americane. Trema e ha gli occhi traboccanti di terrore. Scorge da lontano un ausiliare del traffico. Gli corre incontro. Attira la sua attenzione e racconta di essere scappato da una lussuosa villetta a schiera situata nel quartiere di Northern Little Italy. Dice anche di essere stato rapito e torturato per due settimane da due “crypto bros” americani che volevano estorcergli la password del suo portafoglio bitcoin da un milione di dollari.
Il caso, controverso e ancora con il processo ancora in attesa di svolgimento, mette in evidenza come l’ossessione per la criptovaluta possa sconfinare in orrore, nelle circostanze più estreme. Esaminiamo dubbi e certezze di questo episodio ambiguo che ha infiammato il dibattito pubblico negli Stati Uniti.
Il 6 maggio 2025, Michael Valentino Teofrasto Carturan, un imprenditore italiano di 28 anni, atterò
a New York, del tutto ignaro di ciò a cui sarebbe andato incontro. Durante il suo soggiorno, sarebbe stato ospite – apparentemente gradito – di due vecchi conoscenti. Lo attendeva, infatti, una piacevole permanenza in una lussuosa townhouse in Prince Street, nel cuore di SoHo, una delle zone più eleganti della città di New York. Ma dietro la facciata pattinata e i vetri smerigliati dell’abitazione, si nascondeva un inferno fatto di violenza, soprusi e umiliazioni. Appena entrato nella villa, fu immobilizzato e tenuto segregato. I padroni di casa gli sequestrarono il telefono, lo ricoprirono di insulti e minacce, gli promisero la morte sua e della sua famiglia in Italia se non avesse accettato di rivelare loro la password del suo portafoglio bitcoin da un milione di euro.
Per 17 giorni, l’uomo fu sottoposto a un trattamento che richiama scenari da manuale di tortura. Gli aguzzini lo fulminarono con scariche elettriche, lo ferirono con una piccola motosega, lo costrinsero a inalare crack, lo cosparse di tequila per poi dargli fuoco e spegnere le fiamme urinandogli addosso, lo fecero penzolare nel vuoto da una scala alta cinque metri, lo fotografavano mentre lo umiliavano costringendolo ad atti sessuali. Gli appesero un AirTag al collo per tracciarlo come una preda. Il suo corpo divenne il campo di battaglia tra tecnologia e crudeltà, tra controllo digitale e sadismo fisico. Ogni dettaglio, emerso durante l’udienza preliminare, racconta un horror moderno in cui la tecnologia è al servizio della barbarie.
Dietro l’orrore vissuto dal 28enne, c’erano due nomi che fino a quel momento erano noti solo negli ambienti dorati delle criptovalute e degli investimenti high risk: John Woeltz, 37 anni, noto come il “Crypto King del Kentucky”, e William Duplessie, 32 anni, già fondatore di fondi blockchain. Per mesi avevano abitato insieme nella lussuosa townhouse da oltre 30.000 dollari al mese, nel cuore creativo e opulento di Manhattan. Tra feste esclusive, musica, droga e strip-pole, si erano costruiti un’immagine da imprenditori eccentrici, brillanti, borderline. Ma sotto la superficie si celava una mente criminale spietata.
“La tortura mira a spezzare la volontà della vittima e distruggere la sua personalità”.
– Jean Améry, dal saggio «La tortura e il suo guaritore»
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i due avevano conosciuto la vittima nell’ambiente delle criptovalute e avevano guadagnato la sua fiducia. Lo avevano invitato a New York con la scusa di un investimento ma, in realtà, da settimane pianificavano un’estorsione. L’obiettivo: sottrarre il contenuto del suo wallet di bitcoin, custodito con protezioni biometriche e autenticazioni multiple. Una rapina del futuro, fatta non di passamontagna e banconote, ma di torture per ottenere password.
La polizia, alla luce delle indagini condotte sul caso, ritiene che la residenza fosse già predisposta per la detenzione: cavi elettrici, attrezzi da officina, persino una carrucola sospesa al soffitto. Un salotto di lusso trasformato in un laboratorio del dolore.
Dietro l’orrore vissuto dal 28enne, c’erano due nomi che fino a quel momento erano noti solo negli ambienti dorati delle criptovalute e degli investimenti high risk: John Woeltz, 37 anni, noto come il “Crypto King del Kentucky”, e William Duplessie, 32 anni, già fondatore di fondi blockchain. Per mesi avevano abitato insieme nella lussuosa townhouse da oltre 30.000 dollari al mese, nel cuore creativo e opulento di Manhattan. Tra feste esclusive, musica, droga e strip-pole, si erano costruiti un’immagine da imprenditori eccentrici, brillanti, borderline. Ma sotto la superficie si celava una mente criminale spietata.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i due avevano conosciuto la vittima nell’ambiente delle criptovalute e avevano guadagnato la sua fiducia. Lo avevano invitato a New York con la scusa di un investimento ma, in realtà, da settimane pianificavano un’estorsione. L’obiettivo: sottrarre il contenuto del suo wallet di bitcoin, custodito con protezioni biometriche e autenticazioni multiple. Una rapina del futuro, fatta non di passamontagna e banconote, ma di torture per ottenere password.
La polizia, alla luce delle indagini condotte sul caso, ritiene che la residenza fosse già predisposta per la detenzione: cavi elettrici, attrezzi da officina, persino una carrucola sospesa al soffitto. Un salotto di lusso trasformato in un laboratorio del dolore.
“La tortura mira a spezzare la volontà della vittima e distruggere la sua personalità”.
– Jean Améry, dal saggio «La tortura e il suo guaritore»
Crypto suspects John Woeltz and William Duplessie face multiple felony charges, including kidnapping, for allegedly imprisoning Italian businessman Michael Carturan. Prosecutors claim staged party videos served as cover for his captivity. pic.twitter.com/OkOjzg8aQD
— Nyra Kraal (@NyraKraal) June 11, 2025
Il sequestro dell’uomo avrebbe potuto durare ancora a lungo se non fosse stato per un’intuizione. Dopo quasi tre settimane di detenzione, segregato all’ultimo piano della residenza e sorvegliato costantemente, Michael Valentino Teofrasto Carturan riuscì a persuadere i suoi carcerieri a portargli un computer. Sostenne di dover inserire le chiavi d’accesso ai suoi fondi in criptovalute. Ma era una trappola. Mentre Woeltz e Duplessie stavano abbando la guardia, convinti di essere a un passo dal bottino digitale, lui trovò la forza e il momento giusto per fuggire.
Scalzo, ferito, emaciato e coperto di sangue, corse fuori dalla townhouse, barcollando tra le strade di SoHo fino a raggiungere una pattuglia dell’NYPD. Gli agenti, vedendolo in quello stato, lo portarono immediatamente al Bellevue Hospital, dove i medici confermarono che le ferite erano compatibili con torture fisiche prolungate come bruciature, segni di costrizione, traumi multipli. Subito dopo, la polizia fece irruzione nella residenza. L’interno lasciò sgomenti anche gli agenti più esperti: una motosega accanto a una tuta antiproiettile, cellophane steso sul pavimento come in un set da snuff movie e fotografie polaroid raccapriccianti che ritraevano la vittima durante gli abusi.
Una stanza del terrore costruita nel cuore di Manhattan, dove ogni dettaglio suggeriva pianificazione, sadismo e follia. Quella fuga improvvisa fu più di una corsa per la salvezza: fu l’unico modo per fermare un esperimento criminale che rischiava di non lasciare tracce.
John Woeltz fu arrestato poche ore dopo l’evasione della vittima. Indossava solo un accappatoio e si trovava ancora all’interno della townhouse di Prince Street. William Duplessie, invece, si consegnò spontaneamente alla polizia dopo alcuni giorni, accompagnato dal suo legale. L’accusa fu immediata: sequestro di persona aggravato, torture, tentata estorsione, lesioni gravi. Ma la linea difensiva stupì la stampa: gli avvocati parlarono di “gioco consensuale” e “scenari da rituale di confraternita”, mostrando spezzoni di video dove, in certi momenti, la vittima sembrava sorridere o collaborare.
Il trauma della tortura lascia ferite invisibili che spesso dominano la vita dopo la liberazione. Come scrive il sopravvissuto Jean Améry, "chi è stato torturato rimane torturato", perché l’obiettivo non è solo fisico ma distruggere volontà e identità attraverso privazioni, umiliazioni e controllo totale
La narrazione crollò però sotto il peso delle prove: polaroid a sfondo umiliante, messaggi criptati, referti medici dettagliati e soprattutto un documento trovato nascosto nella cabina armadio di Woeltz – un vero e proprio manifesto criminale in cui si teorizzava come “depredare stranieri con wallet sospetti”, sfruttando torture fisiche e psicologiche. Per la procura, era la dimostrazione che tutto era premeditato, organizzato in modo sistemico e con l’obiettivo specifico di estorcere fondi.
Il giudice ha negato la libertà su cauzione a Woeltz mentre per Duplessie è stata fissata una cauzione da un milione di dollari da non pagare in criptovalute, con monitoraggio elettronico e divieto di uscire dallo Stato. Entrambi si sono dichiarati “non colpevoli”. Il processo promette di essere lungo, mediatico e controverso, tra accuse di sadismo finanziario e strategie difensive che evocano il tema oscuro del consenso nella tortura.
Nel frattempo, la comunità crypto americana è scossa: la vicenda ha rivelato quanto fragile possa essere la linea tra genialità finanziaria e delirio criminale.
John Woeltz fu arrestato poche ore dopo l’evasione della vittima.
Il trauma della tortura lascia ferite invisibili che spesso dominano la vita dopo la liberazione. Come scrive il sopravvissuto Jean Améry, "chi è stato torturato rimane torturato", perché l’obiettivo non è solo fisico ma distruggere volontà e identità attraverso privazioni, umiliazioni e controllo totale
Indossava solo un accappatoio e si trovava ancora all’interno della townhouse di Prince Street. William Duplessie, invece, si consegnò spontaneamente alla polizia dopo alcuni giorni, accompagnato dal suo legale. L’accusa fu immediata: sequestro di persona aggravato, torture, tentata estorsione, lesioni gravi. Ma la linea difensiva stupì la stampa: gli avvocati parlarono di “gioco consensuale” e “scenari da rituale di confraternita”, mostrando spezzoni di video dove, in certi momenti, la vittima sembrava sorridere o collaborare.
La narrazione crollò però sotto il peso delle prove: polaroid a sfondo umiliante, messaggi criptati, referti medici dettagliati e soprattutto un documento trovato nascosto nella cabina armadio di Woeltz – un vero e proprio manifesto criminale in cui si teorizzava come “depredare stranieri con wallet sospetti”, sfruttando torture fisiche e psicologiche. Per la procura, era la dimostrazione che tutto era premeditato, organizzato in modo sistemico e con l’obiettivo specifico di estorcere fondi.
Il giudice ha negato la libertà su cauzione a Woeltz mentre per Duplessie è stata fissata una cauzione da un milione di dollari da non pagare in criptovalute, con monitoraggio elettronico e divieto di uscire dallo Stato. Entrambi si sono dichiarati “non colpevoli”. Il processo promette di essere lungo, mediatico e controverso, tra accuse di sadismo finanziario e strategie difensive che evocano il tema oscuro del consenso nella tortura.
Nel frattempo, la comunità crypto americana è scossa: la vicenda ha rivelato quanto fragile possa essere la linea tra genialità finanziaria e delirio criminale.
John Woeltz fu arrestato poche ore dopo l’evasione della vittima. Indossava solo un accappatoio e si trovava ancora all’interno della townhouse di Prince Street. William Duplessie, invece, si consegnò spontaneamente alla polizia dopo alcuni giorni, accompagnato dal suo legale. L’accusa fu immediata: sequestro di persona aggravato, torture, tentata estorsione, lesioni gravi. Ma la linea difensiva stupì la stampa: gli avvocati parlarono di “gioco consensuale” e “scenari da rituale di confraternita”, mostrando spezzoni di video dove, in certi momenti, la vittima sembrava sorridere o collaborare.
La narrazione crollò però sotto il peso delle prove: polaroid a sfondo umiliante, messaggi criptati, referti medici dettagliati e soprattutto un documento trovato nascosto nella cabina armadio di Woeltz – un vero e proprio manifesto criminale in cui si teorizzava come “depredare stranieri con wallet sospetti”, sfruttando torture fisiche e psicologiche. Per la procura, era la dimostrazione che tutto era premeditato, organizzato in modo sistemico e con l’obiettivo specifico di estorcere fondi.
Il giudice ha negato la libertà su cauzione a Woeltz mentre per Duplessie è stata fissata una cauzione da un milione di dollari da non pagare in criptovalute, con monitoraggio elettronico e divieto di uscire dallo Stato. Entrambi si sono dichiarati “non colpevoli”. Il processo promette di essere lungo, mediatico e controverso, tra accuse di sadismo finanziario e strategie difensive che evocano il tema oscuro del consenso nella tortura.
Nel frattempo, la comunità crypto americana è scossa: la vicenda ha rivelato quanto fragile possa essere la linea tra genialità finanziaria e delirio criminale.
Il trauma della tortura lascia ferite invisibili che spesso dominano la vita dopo la liberazione. Come scrive il sopravvissuto Jean Améry, "chi è stato torturato rimane torturato", perché l’obiettivo non è solo fisico ma distruggere volontà e identità attraverso privazioni, umiliazioni e controllo totale
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